Quello che Obama voleva sentire

Sono usciti dei sondaggi molto importanti che riguardano due stati chiave nella corsa alla presidenza: Florida e Ohio. Sono stati che valgono molto e sono “swing-states” ovvero stati che tradizionalmente vanno da una parte e dall’altra a seconda del candidato.

La Florida è lo stato che ha consegnato a G.W. Bush il suo primo mandato, quando, anche grazie alla famosa (e dubbia) sentenza della corte suprema, sconfisse Al Gore, per dire. E nessun repubblicano ha mai vinto le elezioni senza vincere l’Ohio.

Bene, per quanto vale oggi (senza che ancora ci siano state le primarie repubblicane) Obama vincerebbe sia in Ohio che in Florida contro Perry e Cain a mani basse. Contro Romney sarebbe davanti in Florida e sarebbero praticamente appaiati in Ohio.

“Speranze” repubblicane

Herman Cain risulta primo in un altro sondaggio (NBC/WSJ, mica gli ultimi arrivati) dopo il dibattito in cui ha ripetuto fino alla nausea il suo piano di riforma tasse “9-9-9” che prevede:

a flat 9 percent individual income tax rate, a 9 percent corporate tax rate and a 9 percent national sales tax.

Ora anche il New York Times si chiede se questo assurdo candidato (che ha raccolto pochissimi soldi fino ad ora) abbia delle possibilità. Nessuno crede ne abbia, ma il fatto che gli elettori repubblicani continuino a cambiare idea ci dice che tra i candidati non ci sia nessun fuoriclasse e che ci vorrà davvero un terremoto politico per battere Obama, pur con l’economia nello stato in cui è.

Per inciso, il Presidente ha raccolto negli ultimi 4 mesi $42 milioni, cifra di gran lunga superiore a qualsiasi candidato repubblicano e, sempre in un sondaggio NBC/WSJ uscito oggi, è dato 2 punti davanti a Romney. Va segnalato, peraltro, che l’ultimo sondaggio autorevole in cui Obama è dato perdente contro un repubblicano (e il repubblicano è Romney) è uscito il 3 ottobre.

Help from Jersey contro Obama

Mentre le primarie repubblicane offrono scenari sempre più assurdi, con Hermain Cain, un tizio fuori di zucca, ex C.E.O. di Godfather’s Pizza, che dopo il dibattito di ieri viene dato da un sondaggio PPP avanti di ben 8 punti rispetto a Mitt Romney (cosa che se uno non la vede non ci crede), Romney, che rimane comunque il più probabile vincitore della nomination, riceve l’endorsement più ambito nel GOP, quello di Chris Christie, il grosso, grasso, governatore del New Jersey, che in molti avrebbero voluto in corsa in prima persona.

Del soggetto si era già parlato qui e per Romeny questo e` un bel colpo, come spiega il NYT. Christie offre garanzie politiche, popolarità, una faccia che piace agli americani e soprattutto donatori. Quelli che avrebbero finanziato la sua campagna (ed erano tra i conservatori con le valanghe di dollari da investire) adesso dovrebbero investire su Mitt, il mormone, che e` comunque quello tra i repubblicani con le maggiori possibilità di battere Obama.

Detto questo, i sondaggi danno Romney e Obama più o meno appaiati e, a meno di suicidi politici, e` difficile credere che l’attuale Presidente venga sconfitto. Un po’ perché nei dibattiti Obama e` un fuoriclasse e Romney, che contro Perry sembra un fenomeno, non e` certo quello che ti fa sognare. Un po’ perché Romeny non può attaccare Obama sul grande cavallo di battaglia dei repubblicani, ovvero Obamacare, visto che la riforma sanitaria si e` ispirata molto a quella che Romney fece passare nel Massachusetts quando ne era governatore. Un po’ perché Obama e` complessivamente un miglior candidato rispetto a Romney e per di più ha il vantaggio di essere Presidente uscente (negli Stati Uniti, nella storia recente, sono stati pochi gli “one-term-Presidents” ).

Insomma, se l’economia non peggiora nettamente, se Gheddafi non riconquista la Libia, se non si scopre che Bin Laden e` ancora in Pakistan vivo e vegeto, per i repubblicani forse bisognerà aspettare il 2016.

Il costo dello studio

Io sono solito studiare in biblioteca. Lo faccio perché a casa, tra internet, televisione, frigorifero, telefono and so on non riesco a concentrarmi. In tanti condividono questa situazione e preferiscono studiare nelle biblioteche piuttosto che a casa. Infatti questi luoghi sono sempre affollati e spesso, in certi orari, è molto difficile trovare anche solo posto a sedere, a dimostrazione che la domanda esiste.

La domenica, però, è sempre un dramma. Questo perché la mia università, come il comune di Milano come tutte le altre università (eccetto una, ma dopo ci arrivo) hanno deciso che la domenica è un giorno in cui le biblioteche devono rimanere chiuse, diversamente da quanto succede nel resto del mondo.

Premesso che per quanto riguarda la mia università, la Bocconi, si tratta di un problema interno e difficilmente risolvibile in quanto ente privato (ciò non toglie che sia a maggior ragione scandaloso a fronte della retta pagata) e premesso che comunque la mattina della domenica, in Bocconi ci sono dei posti studio aperti (pochi), con gli enti pubblici, in particolare quelli comunali, non si può essere così transigenti, o meglio si può provare a fare qualcosa. Perché si, gli studenti studiano anche di domenica e perché si, è un dovere delle istituzioni pubbliche fornire servizi che vengano incontro ai cittadini.

Questo onda evitare che l’unica biblioteca aperta la domenica pomeriggio a Milano, quella di architettura del Politecnico, in via Ampere 2, possa continuare a far pagare l’accesso agli studenti non del Politecnico 5 euro. Che sono tantissimi. Che sono un calcetto, un mostra o quasi un cinema. Ovviamente, essendo gli unici a fornire il servizio, possono permettersi questi prezzi assurdi offrendo in cambio, sostanzialmente, un tavolo, una sedia e silenzio (gli studenti non del Poli, infatti, non possono neppure accedere al wifi). Basta una lezione di microeconomia per sapere che se le biblioteche comunali fossero aperte quelli di Architettura non potrebbero tenere questi prezzi e, qualora decidessero di mantenerli, nessun “esterno” fruirebbe più del servizio.

Milano è una città europea (o si avvia ad esserlo). A Milano abbiamo una giunta attenta ai problemi degli studenti e delle esigenze di chi vive in città. Milano è un polo universitario molto importante in Italia e le università milanesi accolgono studenti da tutto il mondo. Questo, alla città di Milano fa comodo. Perché l’economia gira anche grazie agli studenti universitari, perché le università, per una città sono un asset importante.

Ora è necessario che Milano dia qualcosa indietro a coloro che scelgono di studiarvici. Non è più accettabile, né tollerabile tenere chiuse le biblioteche comunali la domenica. Gli studenti di Milano lo esigono e lo meritano.

Sono sicuro che il sindaco e la giunta, una volta considerato il problema capiranno. Intanto, facciamo sentire la nostra voce.

 

I giovani e le pensioni

Io penso che il discorso sulle pensioni e il mercato del lavoro sia oggi la vera differenza tra il vecchio e il nuovo e la vera sfida della sinistra. Perché la sinistra e` sempre stata la parte dell’uguaglianza (non lo dico io, lo dice Bobbio, lo dicono in tanti), anche se in passato, forse, non si e` sempre ben inquadrato cosa fosse l’uguaglianza.

Ad ogni modo, uguaglianza è, secondo me, il diritto sacrosanto di partite tutti con le stesse opportunità: è la partenza che conta, non l’arrivo. Quello che la sinistra e i sindacati hanno faticato a capire, nel corso della storia, non è stata, quindi, l’importanza e la centralità dell’uguaglianza nel discorso politico, ma il suo significato. Si è ignorato un concetto fondamentale: che non c’è uguaglianza senza merito.

Fatta questa premessa mi chiedo e chiedo a chi è più esperto di me. C’è uguaglianza in una nazione dove la maggior parte degli under40 sono disoccupati o sono precari e la maggior parte degli over40 ha un posso fisso, un contratto a tempo indeterminato e una pensione sicura? C’è uguaglianza in una nazione in cui il sindacato più importante del paese si preoccupa solo ed esclusivamente di preservare i diritti e i privilegi di chi e` iper-tutelato e si dimentica, letteralmente, dei giovani precari e disoccupati? Perché io mi ricordo molte manifestazioni per non alzare l’età pensionabile o per difendere i diritti degli statali, ma scioperi generali o manifestazioni nazionali indette sul problema del lavoro per i giovani ne ricordo molte meno. Di soluzioni soddisfacenti, invece, proprio nessuna.

Continuo: C’è uguaglianza in una nazione dove una generazione, che non arriverà mai alla pensione per un sistema previdenziale, insostenibile alla lunga (checché ne dica il Corriere), deve pagare (non lavorando) il lavoro di chi ce l’avrà? C’è uguaglianza in una nazione dove i diritti di alcuni sono iper-tutelati e diritti di altri completamente dimenticati? E soprattutto: c’è uguaglianza in una nazione dove una generazione, che non potrà permettersi le pensioni dei propri padri (e delle proprie madri), dei propri nonni (e delle proprie nonne), possibili solo grazie a politiche del debito assurde e sconsiderate, debba oggi ritrovarsi non solo a pagare quel debito, che danneggia l’economia del nostro paese e non permette di creare nuovo lavoro, ma debba anche ritrovarsi senza lavoro per colpa di esso? Siamo in un paese dove c’è uguaglianza?

Io chiedo al sindacato, ai sindacati: perché non si può accettare un mercato del lavoro più flessibile, in cui, é vero, sarebbe più facile essere licenziati, ma in cui sarebbe molto più facile essere assunti? Un mercato del lavoro in cui il precariato, nella forma umiliante in cui lo conosciamo, avrebbe finalmente fine? Perché io faccio notare che un mercato del lavoro più flessibile, accompagnato da un sussidio di disoccupazione sul modello belga, per esempio, non è sono europeo (in Europa è ovunque più flessibile che da noi e anche la Bce ci chiede di adattarci a questi standard), ma vuol dire anche scommettere su sé stessi e vuol dire tornare a far girare l’economia. Un mercato del lavoro più flessibile, poi, vuol dire premiare il merito: soprattutto per il sud è una grande opportunità.

Il posto fisso, noi under30, non ce l’avremo mai. Possiamo lamentarci oppure possiamo accettare che il mondo è cambiato e adattarci di conseguenza. Io scelgo di adattarmi; voglio competere con i miei coetanei per il posto che penso di meritare, per cui è mio diritto competere (ed è compito dello stato garantirmi il diritto di studio, per esempio, che mi permetta di poter competere per un determinato posto di lavoro), ma che non è mio diritto avere se c’è uno più bravo di me.

Quindi, chiedo al sindacato e a una parte di sinistra: oggi c’è uguaglianza tra giovani e meno giovani? Queste due categorie hanno gli stessi diritti e le stesse opportunità? Sono ugualmente tutelate e rappresentate?

E ancora, per quale motivo al mondo un giovane oggi dovrebbe non volere un mercato del lavoro più flessibile (visto che con un mercato del lavoro rigido lavoro non ne trova)? Per solidarietà e per osservanza dei prisci mores?

Noi giovani non vogliamo togliere il lavoro a chi è più anziano di noi, vorremmo solamente avere un lavoro, pure noi. Il sindacato si è sempre schierato, storicamente, con le classi più deboli. Si faccia un esame di coscienza e ci dica se è così anche oggi.

E la finiscono di dire che la nostra è solo una questione e una battaglia anagrafica: la nostra e una battaglia di merito e uguaglianza, due cose che in Italia non ci sono mai state e che vorremmo iniziare ad avere pure qui.

Verso le primarie di Palermo e oltre

Da queste parti si sostiene Davide Faraone alle primarie per eleggere il candidato del centrosinistra a Palermo.

Faraone ci piace, non solo perché ha avuto il coraggio e la dignità di dimettersi dal consiglio comunale in segno di protesta nei confronti di un Partito Democratico Siciliano che sembra sempre più tutto fuorché un partito democratico, ma perché ha delle idee intelligenti su cosa deve essere Palermo, la Sicilia e su quello che ci vuole al sud, nel PD e perché ci da` l’impressione che qualcosa, finalmente, si muova anche al sud. Insomma, più “Faraone” e meno “Bassolino”, per intenderci.

Quindi, amici palermitani, votatelo e dategli una mano e, invece, amici non palermitani, segnatevi questo nome, perché e` uno che merita di essere ascoltato e conosciuto.

Non corre

Il New York Times e molti altri (tra cui Camillo) sostengono che Christie non correrà, obbligando i repubblicani a dover scegliere tra Perry, Romney e gli altri luminari. In ogni caso alle 19 ore italiane sapremo avremo la conferma ufficiale.

Update: Christie non si candida. Obama avrà tirato un bel sospiro di sollievo.

La politica, tutti insieme

Ieri sera a Palazzo Reale a Milano c’è stato un incontro interessantissimo sul futuro delle biciclette e dei ciclisti a Milano, organizzato da Pierfrancesco Maran, Assessore alla mobilità e all’ambiente, con l’aiuto di Ciclobby.

La sala era stracolma di gente che voleva ascoltare e confrontarsi sul tema, cosa che, con le amministrazioni precedenti, era stato impossibile fare. Si trattava di persone desiderose di trovare una giunta pronta ad assumersi la responsibilità di cambiare lo “stuatus quo” in fatto di mobilità e pare che Maran e Pisapia abbiano intenzione di ripagare la fiducia delle tante, tante persone che ieri hanno riempito la sala conferenze di Palazzo Reale: nuove piste ciclabili già entro Expo, nuove stazioni BikeMi, limitazioni per chi si muove in automobile ed intransigenza totale verso coloro che, per esempio, parcheggiano l’auto sulle poche piste ciclabili già esistenti, giusto per citare le prime cose che mi vengono in mente.

Quello che fa ben sperare, in ogni caso, è che tutta questa voglia di ascoltare i cittadini e le loro opinioni non c’era mai stata, come anche l’umiltà, se vogliamo, di pensare che da soli, un sindaco, un assessore, una giunta, non possono cambiare le cose, ma che davvero, oggi, più di quando siamo andati alle urne e abbiamo votato Pisapia, Milano ha bisogno di tutti noi. E questa giunta non smette mai di ricordarcelo.

Notte pazza di sport

N.B. Gli eventi riportati si riferiscono alla serata di mercoledì 28/9.

Gli sport sono una delle cose più belle che ci siano. Sono imprevedibili, tutto può succedere e spesso succede proprio quello che non ti aspetti. Non sono solo i soliti cliché e le solite frasi fatte estrapolate da una qualunque telecronaca sulla Rai, è la pura verità, empiricamente provata.

Se qualcuno avesse dubbi a riguardo legga quanto segue. Ieri notte gli dei del baseball hanno deciso di regalarci un “season finale”, ovvero un ultimo turno di campionato, straordinario, storico, irripetibile. Quegli dei beffardi, incomprensibili, e sorprendenti ieri notte non hanno guardato in faccia a nessuno e hanno rivoluzionato tutto quello che era successo nelle 161 partite precedenti di stagione regolare. Non si sono impressionati di fronte a squadre dal monte ingaggi superiore ai 200 milioni di dollari o di fronte a superstar che di milioni ne guadagno 20 a stagione, non si sono impressionati di fronte ai nomi altisonanti e storici delle squadre che scendevano in campo: ieri hanno lasciato che le partite ci sorprendessero tutti, come per magia. Ieri, gli dei del baseball hanno solo ricordato a tutti che il detto/avvertimento di Yogi Berra, il più grande filosofo della storia del “passatempo preferito dagli americani”, è banale quanto vero: “It ain’t over until it’s over” (“non è finita, finché è finita”) , diceva il più grande ricevitore della storia della MLB. Gli eventi di ieri ne sono prova.

Ma cosa è successo esattamente? Semplicemente la wild card, ovvero l’ultimo posto disponibile per i playoff, nell’American League è andata ai Tampa Bay Rays e quella della National League è, invece, andata ai St. Louis Cardinals. La Major League Baseball è composta da due leghe (American e National League appunto) formate da tre divisioni ciascuna. Vanno ai playoff le sei vincitrici delle divisioni e le due migliori seconde di ciascuna lega. Mentre i primi posti in tutte le divisioni erano già stati vinti da Yankees, Tigers e Rangers nell’American League e dai Phillies, Brewers e Diamondbacks nella National League, le due wild card erano ancora tutte da giocare. Direte: tutto qui? “Hai parlato di eventi straordinari, hai chiamato in ballo gli dei del baseball e poi alla fine sono solo stati assegnati gli ultimi due posti possibili per i playoff?”.

Forse è il caso che mi spieghi meglio: quello che non sapete è che poco meno di un mese fa, il 3 di settembre, i Boston Red Sox erano davanti a Tampa Bay di 9 partite; con 24 partite rimaste da giocare, i Red Sox, secondo le statistiche di ESPN avevano il 99,6% di possibilità di raggiungere i playoff. Allo stesso tempo, il 5 di settembre gli Atlanta Braves avevano un vantaggio 8.5 partite sui St.Louis Cardinals, dovendone giocare altre 23. Nessuna squadra nella storia del baseball era mai riuscita a sperperate tali vantaggi in così poco tempo, tanto meno era mai successo che due squadre lo facessero nella stessa stagione.

Il precedente più simile a quanto successo ieri, è quello dei New York Mets che nel 2007 riuscirono a mancare i playoff dopo che avevano 7 partite di vantaggio sui Philadelphia Phillies con 17 partite ancora da giocare. Un altra situazione paragonabile è quella capitata proprio ai Phillies, che nel 1964 persero un vantaggio di 6.5 partite con altre 12 partite da giocare (allora furono recuperati sempre dai St. Louis Cardinals).

In ogni caso, come già detto, mai prima di oggi c’erano stati due “collapses” contemporanei in entrambe le leghe e di questa portata. Dovete capire che in una stagione di baseball ogni squadra gioca 162 partite: con questi numeri è già straordinario di per sé che si arrivi all’ultima partita con due squadre completamente pari, ovvero con lo stesso numero di vittorie e di sconfitte. Quest’anno è capitato che due coppie di squadre si fossero trovate alla partita 161 “dead even”. Ma per capire l’entità di ciò che è successo in questo pazzo mercoledì di baseball queste informazioni non sono ancora sufficienti.

Quindi ricapitoliamo: siamo al 5 di settembre, Boston e Atlanta sono praticamente sicure di arrivare ai playoff, Tampa Bay e St. Louis sono destinate a guardare le partite di ottobre (ovvero i playoff) in televisione; in quei giorni molti grandi analisti sportivi si lamentano che questo era stato un anno noioso e dai finali già scritti: peccato che non si sono mai sbagliati come questa volta. Adesso facciamo un “fast forward” a ieri, prima delle partite. Boston e Tampa hanno entrambe 90 vittorie e 71 sconfitte, mentre Atlanta e St. Louis sono pari a 89-72.

Si inizia a giocare: i New York Yankees, ormai sicuri da giorni di essere la miglior squadra della American League, giocano con Tampa fuori casa al “Tropicana Field”. Boston, rivale storica degli Yankees, gioca a Baltimora contro gli Orioles e, per arrivare ai playoff la sera stessa deve sperare, in ogni caso, in una vittoria di New York (immaginate come saranno stati contenti a Boston), accompagnata da una loro contemporanea vittoria. Peraltro giocano contro gli Orioles, che quest’anno ha perso più partite di quante ne abbia vinte e che gioca ormai solo per l’onore. Se Boston e Tampa avessero vinto entrambe, oggi avrebbero giocato uno spareggio. Lo stesso se avessero perso tutte e due. Una ha vinto e l’altra a perso: Tampa ai playoff.

Nella National League, invece, St. Louis gioca a Houston contro gli Astros, la peggiore squadra dell’anno, mentre Atlanta si è trovata a giocare in casa contro i Philadelphia Phillies, la squadra più forte dell’anno (102 vittorie, 60 sconfitte). La situazione è analoga a quella precedentemente descritta: avessero vinto sia Atlanta che St. Louis ci sarebbe stato uno spareggio, come se avessero perso entrambe. Una ha vinto e l’altra ha perso: St. Louis ai playoff.

Tutto qui? Neanche per sogno, la parte gustosa deve ancora arrivare! Gli Yankees al settimo inning (sui nove di cui è composta una partita) vincono 7-0 sui Tampa Bay e sembrano avviati verso una vittoria netta che permetterebbe agli acerrimi rivali di Boston di prevalere nella wild card, dato che, in quel momento, anche i Red Sox stanno prevalendo 3-2 sugli Orioles. In questa pazza notte di baseball, però, non può dare nulla per scontato (“It ain’t over, until it’s over”). Al settimo e ottavo inning, Tampa Bay segna 6 punti e si porta ad un solo punto di distanza dagli Yankees. Al nono inning, con due out e due strike (ovvero a uno strike di distanza dalla fine della partita e dalla vittoria di New York) Johnson, un giocatore tra i più mediocri della lega, colpisce lontanissimo una pallina lanciata dal lanciatore newyorkese Cory Wade e fa Home Run: partita pareggiata: si va ai supplementari. I primi tre extra inning non portano a nulla e si arriva al dodicesimo. A questo punto, Evan Longoria, il giocatore più rappresentativo dei Tampa Bay Rays, colpisce un altro Home Run (il secondo della sua partita) che supera il muro in fondo al campo a sinistra di un paio di centimetri, tanto basta per mettere la parola fine alla partita e alla stagione dei Red Sox. Si perché 4 minuti prima, gli Orioles al nono inning, anche loro con due out e due strike (“one strike away from victory”), prima pareggiano la partita 3-3 e poi, neanche a dirlo, siglano il punto della vittoria.

Volete sapere come viene segnato quel punto? La palla esce di un pelo dal guanto di Carl Crawford, che si era tuffato per cercare di prendere la pallina al volo, presa che, peraltro, avrebbe eliminato il battitore e portato anche quella partita ai supplementari. La beffa, per Boston, é che Crawford era stato il loro colpo di mercato. Il giocatore, infatti, era stato per anni il simbolo proprio di Tampa Bay, ma aveva deciso di non rinnovare con la squadra della Florida, preferendo un contratto di $142 milioni e accasarsi in Massachusetts. Milioni mal spesi visto che a Fenway Park (lo stadio, anzi la Cattedrale, come viene chiamato a Boston) Crawford, nella sua prima stagione, ha fatto malissimo.

Spostiamoci nell’altra lega: St. Louis ha battuto i pessimi Astros di Houston 8-0. Ad Atlanta, invece, le cose non vanno così lisce: i Braves, infatti, entrano nel nono inning avanti 3-2 e mandano in campo Craig Kimbrel, il loro giovane closer (ovvero il lanciatore che gioca solo il nono inning e il cui compito è quello di eliminare gli ultimi tre giocatori della squadra avversaria). Inutile dire che Kimbrel non regge la pressione (“he’s no Mariano Rivera“) e non riesce a chiudere la partita, subisce “una run” (come si chiamano i punti segnati nel baseball) e si va ai supplementari. A questo punto il finale è scritto: al tredicesimo Henter Pence (che, giusto per chiudere il cerchio, è arrivato ai Phillies nel mercato di luglio proprio dagli Houston Astros) sigla “la run” decisiva che manda ai playoff St. Louis e a casa i Braves.

Capite ora cosa volevo dire quando parlavo di notte pazza?

Forse la notte di mercoledì è stata una di quelle notti indimenticabili ed irripetibili della storia del baseball e dello sport. Forse non ci sarà mai più un altro settembre come questo nel baseball americano. Uno dei mantra di giocatori, allenatori, dirigenti all’inizo di ogni stagione è: “we built a team that we hope is capable of playing meaningful games in september” (abbiamo costruito una squadra che speriamo possa giocare partite importanti nel mese di settembre): beh forse un altro settembre come questo non ci sarà mai e partite “più meaningful” neanche. Forse.

Ora, in ogni caso viene il bello: con un settembre così, chi sa che ottobre 2011 non sarà un altro mese epico per la storia di questo sport. Si inizia venerdì con New York Yankees vs Detroit Tigers e Tampa Bay Rays vs Texas Rangers.

Ultima serie di numeri, poi siete liberi. Leggete cosa dice il NYT circa le probabilità che la partita di Tampa (tra Yankees e Rays) e quella di Baltimora (Tra Boston e Orioles) finissero come sono finite:

The following is not mathematically rigorous, since the events of yesterday evening were contingent upon one another in various ways. But just for fun, let’s put all of them together in sequence:

  • The Red Sox had just a 0.3 percent chance of failing to make the playoffs on Sept. 3.
  • The Rays had just a 0.3 percent chance of coming back after trailing 7-0 with two innings to play.
  • The Red Sox had only about a 2 percent chance of losing their game against Baltimore, when the Orioles were down to their last strike.
  • The Rays had about a 2 percent chance of winning in the bottom of the 9th, with Johnson also down to his last strike.

Multiply those four probabilities together, and you get a combined probability of about one chance in 278 million of all these events coming together in quite this way.

When confronted with numbers like these, you have to start to ask a few questions, statistical and existential.

Ecco come si fa il miglior giornale del mondo/3

Il New York Times pubblica la triste storia di un immigrato clandestino “costretto” in un ospedale di Downtown Manhattan, vicino al ponte di Brooklyn, per un anno e sette mesi.

Un grande giornale si fa anche raccontando storie. Storie di persone, di fatti toccanti e interessanti. Infatti questo e` un grande giornale e questa e` una grande storia.

(hat tip: my friend Ayu)