Romney-Ryan 2012

La scelta di Paul Ryan come vicepresidente da parte di Romney è stata ampiamente commentata anche qui in Italia, potete leggerne sul blog di Francesco Costa (che fa peraltro una bella rassegna stampa di articoli anche in inglese), su quello di Christian Rocca o su Phastidio (di Mario Seminerio).

Voglio aggiungere però un paio di cose. Ryan è un ultraliberista, vuole privatizzare le pensioni, abolire medicare e medicaid, ha criticato fin dall’inizio la riforma sanitaria di Obama e anche quella che Romney sostenne quando era governatore del Massachusetts. In molti hanno detto che è stato scelto perché Romney non aveva altre possibilità doveva sparigliare il tavolo e provare a tirare fuori il coniglio dal cilindro, perché troppo indietro nei sondaggi in ogni posto che conta e doveva quindi rivitalizzare la base ed energizzare la campagna. Tutto vero, ma Ryan non era l’unico che poteva dare queste cose alla campagna di Romney e, anzi, forse il profilo di Paul Ryan è fin troppo alto per pensare a discorsi solo di questo tipo. Ryan è uno che nelle sue posizioni è molto preparato, è uno con i “controcazzi”, uno che dice cose coerentemente con una scuola di pensiero che mi vede estremamente critico, ma che esiste ed è tutto sommato rispettabile: insomma non è Sarah Palin. Quello che Ryan da` a Romney e quello che “Team-Romney” ha deciso di fare è spostare l’elezione da una elezione sulle persone (un referendum su Obama) a una elezione sui temi economici, fiscali e quindi sul ruolo del governo nella società. E` una discussione estremamente attuale e non solo negli Stati Uniti: solo un paio di settimane fa sull’Economist era uscito un articolo che chiedeva di porre proprio il dibattito sul ruolo dello stato nell’economia come tema centrale della campagna elettorale (sostenendo pessimisticamente che non sarebbe successo).

Good. America needs a serious debate both about the size and scope of government, and how to pay for it. The winner of the November election will immediately be faced with the problem of the “fiscal cliff”—a preset $400 billion tax increase, with the expiry of various tax cuts, and a $100-billion-a-year cut in spending—which could push the economy back into recession. Looming over that is the gaping deficit. And over that, America’s schizophrenia: it taxes itself like a small-government country, but spends like a big-government one.

e poi

America needs a man who can spell out what he thinks a modern government should do—and then how to pay for it. With luck the debate will push either Mr Obama or Mr Romney to do that. At the moment, neither seems to understand the central domestic challenge of the next presidency.

Romney ha appena centrato la questione o perlomeno ha finto di farlo. Ha capito di non avere chance contro Barack Obama “l’uomo”, ma pensa di potersi giocare la sua partita contro “la politica economica di Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti”.

In ogni caso, we gotta give it to Mitt, la scelta è stata coraggiosa, anche se secondo me rimane una seconda scelta, obbligata dopo il no che credo abbia ricevuto dalla prima scelta, il grosso grasso governatore del New Jersey, Chris Christie, che a Romney deve aver detto una cosa tipo cosi` quando questi ha provato a chiedergli se ci sarebbe stato a fargli da vice: “Yeah Right, Mitt! Ma tu sei scemo se pensi che io venga a perdere con te e rovinarmi per il 2016″).

Detto questo, io penso che questa scelta sia, per Romney, la migliore che questi potesse fare (ancor più di Christie, personalità troppo ingombrante in tutti i sensi da poter gestire). Penso che gli porti un altro spessore, un altro profilo. Romney non sarà più (almeno per un po’)  il cazzone senza posizione su tutto o il CEO pronto a cambiare posizione a seconda di cosa gli convenga, sarà quello che si è scelto Paul Ryan, serio e rigido pioniere delle posizioni economiche più libertarie nel congresso americano come running-mate. Il salto c’è e un po’ di slancio glielo darà.

Detto questo un paio di altre cose su Ryan. Il congressman del Wisconsin può mettere in difficoltà Joe Biden (la sua riconferma pare certa) nei dibattiti, non avrebbe mai accettato di correre se non fosse certo perlomeno di evitare una figuraccia o addirittura di avere un margine per provarci (era uno dei più probabili nomenees per la presidenza nel 2016), ma rischia di essere parte di un ticket troppo a destra per poter vincere in stati chiave come Pennsylvania e soprattutto Ohio e Flordia e di un ticket che può non piacere ad una grossa parte dell’elettorato femminile (sono entrambi antiabortisti convintissimi, specie Ryan che, quindi, è libertario solo quando conviene a lui). Inoltre, resta da capire come dirimeranno quelle che, almeno a me, sembrano essere divergenze inconciliabili.

Per non tirarla ancora per il lungo: penso che Paul Ryan renda la campagna più interessante e che sarà per Romney garanzia di sicurezza sullo spessore e la preparazione (difficile immaginare un’intervista tipo quella di Palin con Katie Couric), ma penso anche che Obama non perderà troppi voti con questa scelta e anzi a conti fatti rischia di guadagnarne qualcuno. Dovesse succedere Romney potrà comunque sapere di aver fatto l’unica cosa che poteva invertire la rotta.

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