Primarie Repubblicane: Ultima chiamata

marzo 5, 2012

Siamo alla vigilia della giornata che può decidere la campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca per il prossimo novembre e per alcuni si tratta di un vero e proprio crocevia per la sopravvivenza nella corsa.

Il 6 marzo, infatti, sarà il cosiddetto Super-Tuesday, giorno in cui andranno a votare gli elettori repubblicani di dieci diversi stati, dall’Alaska di Sarah Palin, al Massachusetts di cui Romney è stato governatore, dall’Ohio, stato chiave per la vittoria presidenziale (nessun repubblicano è mai diventato presidente senza aver vinto l’Ohio), al profondo sud come Georgia e Tennessee. In palio ci sono ben 437 delegati per la convention estiva, che sono tantissimi se si pensa che fino ad oggi, praticamente due mesi dopo le prime primarie in Iowa, ne erano stati assegnati appena 317.

E se anche Obama è ormai praticamente certo della vittoria finale del mormone Mitt Romney (oggi a 173 delegati, 99 in più di Rick Santorum), tanto che ha essenzialmente iniziato a fare campagna dandone la nomination per scontata, per Santorum, Gingrich e Paul, questa potrebbe essere davvero l’ultima spiaggia, in particolare per gli ultimi due.

Paul non ha mai avuto una vera chance alla nomination, ma punta a raccogliere il maggior numero di delegati possibile per la convention di Tampa, il prossimo 27 agosto, in modo tale da poter far valere il proprio potere contrattuale nel caso di una assemblea in cui nessuno abbia una maggioranza decisiva, tanto che si è anche parlato della possibilità che Romney scelga proprio il figlio di Ron Paul, Rand Paul, senatore del Kentucky, come running mate nel ticket presidenziale. Paul, peraltro, non ha neanche escluso di correre a novembre come indipendente nel caso nessuno gli dovesse dare garanzie sui temi libertari che gli stanno più a cuore. Detto questo, per quanto sia difficile credere che il congressman del Texas decida di abbandonare la corsa dopo il voto di martedì, è altrettanto difficile immaginare che possa avere uno shot diretto alla guida del paese.

Per Gingrich la situazione è molto diversa. L’ex speaker della House of Representatives durante la presidenza Clinton è stato su una sorta di otto volante durante tutta la campagna elettorale. L’avventura iniziò malissimo, con l’abbandono di alcuni top advisors che criticarono duramente la dedizione che Gingrich stava mettendo nella corsa e con i sondaggi che lo vedevano schiacciato da Romney, Perry e addirittura Donald Trump. Poi Gingrich, più per una competizione inesistente che per meriti propri, prese il volo e sembrava essere l’unico candidato in grado di sfidare Mitt Romney. Poi sono arrivate le prime elezioni in Iowa e New Hampshire e il vecchio Newt sembrava essere nuovamente scomparso dal radar, quando una vittoria in North Carolina l’ha rilanciato nella corsa. Da li`, anche per motivi economici, Gingrich ha deciso di puntare tutto sui grandi stati del sud del Super-Tuesday, tentando di resistere, resistere, resistere fino ad allora. La tattica era l’unica possibile per tentare di rimanere a galla e solo il tempo dirà se ha funzionato. Certo Gingrich è davanti in Georgia, lo stato che assegnerà, domani, il maggior numero di delegati, ma dovrebbe vincere almeno in un altro o altri due stati per tornare competitivo. Una vittoria in Georgia, per quanto molto probabile, non gli basterà per tornare a contendere e, nel caso, potrebbe non essere del tutto impossibile che decida di ritirarsi qui.

Diversa è la situazione di Romney e Santorum. Se il primo vincerà l’Ohio (come sembra probabile) e la maggioranza dei delegati in palio (come pare possibile) non sembrano esserci chance per nessun altro di riprenderlo, anche perché Romney, dopo la doppia debacle in Minnesota e Colorado a inizio febbraio, non ha più perso un colpo e ha vinto le cinque ultime consultazioni in Maine, Michigan (il suo stato natale, importantissimo da un punto di vista comunicativo), Arizona, Wyoming e Washington.

Non dovesse vincere la maggioranza dei delegati in palio o dovesse perdere in Ohio allora la corsa rimarrebbe aperta e ci sarebbe ancora spazio per Santorum di rientrare e giocarsela fino alla fine.

Insomma, domani molto verrà detto rispetto all’identikit dell’uomo che sfiderà il Presidente Obama il prossimo novembre. I sondaggi per il Presidente uscente sono rassicuranti, chiunque risulterà vincitore e, a meno di un grosso peggioramento dell’economia nei prossimi sei mesi, difficilmente uno di questi quattro riuscirà a negargli un secondo mandato.

Preparatevi, in ogni caso, ad una sfida Obama-Romney, ma per come sono andate fino ad oggi le primarie repubblicane, mai dire mai: chissà cosa ci riserverà l’importante giornata di domani.


Per Romney, sta notte, è “Do or Die”

febbraio 28, 2012

Questa notte le primarie repubblicane arrivano in Arizona e Michigan, due stati che mettono in palio rispettivamente 29 e 30 delegati. L’esito di queste consultazioni potrebbe avere effetti determinanti per la continuazione della gara.

Abbiamo più volte detto che la gara, alla fine, la può perdere solo Romney, che a lungo si è presentato come il candidato inevitabile, e che questa notte Romney deve vincere, per motivi diversi, in entrambi gli stati.

Innanzi tutto, dopo due settimane di pausa, Romney dovrà provare che gli ultimi exploit di Santorum non sono altro che un incidente di percorso, che è ancora lui il candidato “in pectore” del partito repubblicano e che, prima del forse decisivo super-Tuesday del 6 marzo, si trova ancora lui in posizione dominante.

Inoltre, mentre l’Arizona è un campo neutro e relativamente di poco interesse, il Michigan è uno stato che può voler dire molto, un po’ perché è lo stato di Detroit e dell’industria automobilistica, salvata di Obama contro l’opposizione di gran parte del GOP e di Romney in particolare, ma anche, e soprattutto, perché è lo stato nativo di Mitt Romney ed è lo stato di cui il padre di Romney, George W. Romney, è stato governatore.

Gli attacchi dei compagni di corsa sono già iniziati: Gingrich, che puntava a “resistere, resistere, resistere” fino al 6 marzo, ma che potrebbe essere fuori tempo massimo per tornare in corsa, ha già iniziato a chiedersi come può la nomination essere affidata ad uno che non riesce a vincere neanche a casa propria e, sulla falsa riga dell’ex-speaker della Camera, anche Santorum ha detto in passato cose simili.

In realtà bisogna dire che Romney è davanti nei sondaggi. In Arizona è addirittura in doppia cifra, mentre in Michigan è davanti a Santorum di poco più di un punto percentuale, il che, comunque, implica che la gara è ancora apertissima.

Insomma, stiamo a vedere: io credo che, alla fine, Romney vincerà la nomination, anche se a fatica e credo che vincere entrambe le partite di sta sera (e magari anche in Washington, il 3 marzo, dove la situazione è oggi poco chiara) gli possa dare fiducia e “momentum” per il super-Tuesday che ci darà, finalmente, delle indicazioni più chiare.

Un’altra possibilità è quella che si arrivi ad una split convention, dove Romney avrà la maggioranza dei delegati, ma non una maggioranza assoluta, e sarà costretto a scendere a patti con i rivali (in quell’ottica si parlava proprio di un ticket Romney-Rand Paul, figlio di Ron). Ma ad una split convention può succedere di tutto e Romney si deve guardare anche da quanti invocano un cavaliere bianco (tipo Mitch Daniels), che scenda in campo dopo le primarie e salvi la faccia del partito. Io non credo accadrà, ma in questa soap opera che sono state queste primarie repubblicane, mai dire mai.

Intanto, se vi interessa, leggete questa straordinaria storia su Detroit che riporta Andrea Marinelli.


Mitt-Rand 2012?

febbraio 17, 2012

Christian Rocca riporta oggi un articolo del Dallas Morning News in cui si parla della possibilità che Romney scelga Rand Paul, figlio di Ron, e Senatore Tea Party del Kentucky, come proprio compagno di corsa alla Casa Bianca.

Come dice Christian la scelta sarebbe suicida e darebbe ai repubblicani il colpo di grazia contro Obama: Rand Paul, infatti, appare un po’ più moderato e presidenziale del padre, ma è sicuramente molto più pericoloso ideologicamente. In più Rand Paul aggiunge troppo poco alla candidatura di Romney, portandogli si` qualcosa di più nell’elettorato di destra ma facendogli sicuramente perdere qualcosa tra gli indipendenti, che sono poi quelli che ti fanno vincere le elezioni. Inoltre, Rand Paul è Senatore in Kentucky, uno stato sicuramente repubblicano: spesso si tende a scegliere un running-mate che possa dare una mano in uno degli swing states grossi (Ohio, Florida, Pennsylvania).

Il motivo, quindi, per cui se ne sta parlando e per cui potrebbe accadere, a mio modo di vedere, è uno e uno solo: Ron Paul potrebbe minacciare di correre come indipendente a novembre se il candidato repubblicano (Romney) non gli offre la vicepresidenza o non gli garantisce un’agenda con all’interno alcuni dei temi libertari che gli stanno a cuore. Ovviamente, nel caso Paul si presentasse a novembre, Romney o chiunque altro, non avrebbe la benché minima possibilità di strappare la presidenza ad Obama.

Ecco perché un ticket Romney-Paul non è inimmaginabile ed ecco perché Ron Paul, che pure non ha nessuna chance di vincere la nomination ed è ultimo nel conteggio dei delegati, ha una forza contrattuale che altri non hanno.

Ora sta a Romney scegliere se perdere voti perché Rand Paul non è presentabile o perdere voti perché il padre corre come indipendente.

P.S. Le prossime tappe delle primarie sono il 28 febbraio in Michigan e Arizona, poi il 3 marzo in Washington e poi il 6 c’è il super-Tuesday che ci dirà finalmente qualcosa di più certo su quanto ci metterà Romney a vincere la nomination.


A great day for Mr. Obama

febbraio 10, 2012

Tra oggi e ieri sono usciti due sondaggi importanti per Obama: uno di Fox e uno di Rasmussen, entrambi considerati pollster vicini ai repubblicani, che lo danno in vantaggio su Mitt Romney rispettivamente di 5 e addirittura 10 punti nel voto popolare.

Ancora più confortante, però, è il sondaggio uscito sull’Ohio e quello sulla Florida, due stati chiave per la rielezione. In entrambi Obama è in vantaggio su Romney: in Florida di 3 punti e in Ohio di 4.

Considerato che nessun repubblicano è mai stato eletto senza vincere l’Ohio e che Obama non ha davvero neanche iniziato la campagna elettorale, questi dati sono decisamente incoraggianti per il Presidente uscente, che, peraltro, nelle campagne elettorali riesce a dare il meglio di sé.

Qui la situazione ad oggi.


Il Rilancio di Santorum?

febbraio 7, 2012

Dopo che Romeny ha vinto agilmente le primarie in Nevada sabato (non c’è stato lo “sweep” dei delegati, ma comunque la vittoria è stata in doppia cifra), sta sera avremo il primo double-header della corsa: si vota, infatti, in Minnesota e Colorado e i sondaggi sembrano proporre sorprese interessanti.

Santorum infatti viene dato secondo, dietro Romney, in Colorado (36 delegati) e addirittura di poco primo in Minnesota (40 delegati). Certo aiuta il fatto che le primarie siano entrambe “chiuse”: possono infatti votare solo gli elettori registrati repubblicani e non gli indipendenti e Santorum, forse il più conservatore, è quello a cui giova maggiormente questo “formato”.

In ogni caso, questo rilancio di Santorum, non può che rafforzare Romney e indebolire Gingrich, che si presentava, fino ad oggi, come l’unico possibile rivale all’ex governatore mormone per la nomination: nessuno, infatti, sarebbe pronto a scommettere sulle chance residue di Rick Santorum, ma a questo punto la tattica di Gingrich di provare rimanere a galla fino al super-Tuesday di marzo (più una necessità che una vera e propria scelta) potrebbe rivelarsi fallimentare. Detto questo, dovesse veramente vincere in Minnesota, Santorum sarebbe il primo candidato, oltre Romney, ad aver primeggiato in più di uno stato: Santorum, infatti, aveva vinto rocambolescamente la prima tappa in Iowa.

Quindi ricapitolando: Romney dovrebbe vincere agevolmente in Colorado, un stato con una buona percentuale di mormoni, con Santorum secondo staccato di più di 10 punti, poi a seguire Gingrich e Paul. In Minnesota, invece, Santorum dovrebbe avere la meglio su Romney con un margine intorno ai due punti. In Minnesota, in ogni caso, stando ai sondaggi, tra il primo (Santorum) e l’ultimo (Paul) ci sarebbero circa 10 punti, quindi, dato il sistema proporzionale per l’elezione dei delegati, la differenza tra primo e ultimo potrebbe essere minima.

Arrivano, inoltre, buone notizie per Obama, gli ultimi sondaggi lo danno davanti a Romney. Persino un sondaggio Rasmussen, spesso criticata per essere eccessivamente vicina alle ragioni dei repubblicani, vede Obama davanti a Romney di circa 7 punti.

Questo ovviamente conta poco: bisogna vedere come sono distribuiti questi voti e dove, soprattutto, visto che la maggior parte dei sondaggi danno Romney ed Obama praticamente appaiati negli stati chiave. In ogni caso, questi numeri, insieme all’economia che pare in ripresa (a proposito, sembra che lo spot Chrysler del Super Bowl sia stato un favore della casa di Detroit ad Obama) e alla disoccupazione che scende, rendono Obama il favorito per le elezioni di novembre.


Karl Rove ha perso il tocco

febbraio 3, 2012

Sta sera mi è arrivata questa e-mail dalla newsletter di Obama:

Karl Rove, che è stato per anni uno dei top advisors e  Chief of Staff alla Casa Bianca di George W. Bush, oltre ad essere oggi una sorta di guru del partito repubblicano, ha fatto una cosa che un uomo esperto come lui non dovrebbe mai fare: ha sfidato i sostenitori di Obama e li ha “colpiti nell’orgoglio” con questo tweet:

Saw another @BarackObama fund appeal for $3 gift. Good mktg or forced by low enthusiasm? Bet many upset 08 donors are taking pass this year.”

Bene, io sta sera non avevo nessuna intenzione di fare una donazione per la campagna di Obama e l’ho fatta: la prima per il 2012 (la cifra non è importante).

Volevo farlo sapere per due motivi: Karl Rove “should know better” (dovrebbe sapere) che è meglio non svegliare il “can che dorme” e dovrebbe sapere che Obama non ha nessun bisogno di aiuto nella sua raccolta fonti dato che è molto, molto, molto meglio strutturata di quella di qualsiasi repubblicano, Romney compreso. Inoltre l’altro motivo è che questo dimostra quanto efficace ed efficiente sia la gente che lavora per Obama. Non si sono fatti scappare l’occasione, hanno notificato la loro base e hanno ottenuto quello che volevano. Qualcuno dalle nostre parti dovrebbe imparare.

Per questo e altri motivi rimango convintissimo che Barack Obama avrà il suo secondo mandato.


Scusate il ritardo

gennaio 31, 2012

Scusate il ritardo prolungato negli aggiornamenti ma in quest’ultimo periodo sono stato “molto indaffarato”, come dicono le persone importanti.

In ogni caso, sta sera si vota in Florida, stato chiave per capire a che punto siamo nella corsa. Romney, il candidato che nessuno vuole votare, dopo il riconteggio in Iowa, che ne ha decretato la sconfitta virtuale (virtuale perché comunque i delegati ottenuti sono gli stessi di Rick Santorum) e dopo la sconfitta abbastanza pesante subita da Gingrich in South Carolina all’ultimo giro, deve dimostrare di essere ancora il frontrunner per la nomination e, come dice anche il NYT, vuole vincere sta notte di un margine maggiore rispetto a quanto Gingrich fece dieci giorni fa su di lui (circa 12 punti). I sondaggi dicono che potrebbe farcela, anche se, a onor del vero, gli ultimi due usciti ieri parlano di un margine di vantaggio sotto i dieci punti. Si vedrà.

In ogni caso, la vittoria di Romney non dovrebbe essere in discussione e già questo dovrebbe tranquillizzare l’ex governatore del Massachusetts: la Florida, infatti, rimane uno degli ultimi stati “winner-takes-all”, dopo che molti sono passati ad un sistema proporzionale di assegnazione delegati, come riporta anche Christian Rocca sul suo blog. Qui, per la cronaca, i delegati in palio sono 50.

Gingrich qui tenterà di limitare i danni e di riuscire a non perdere per “double digits”. In ogni caso, rimane sicuramente l’unico dei quattro candidati rimasti ad avere ancora delle possibilità e sta a lui giocarsele al meglio. Detto onestamente, comunque, io credo che al massimo potrà solo rallentare la vittoria di Romney, ancora candidato inevitabile, e sconfitto male in South Carolina più per errori suoi che per meriti di Gingrich. Certo è che se Romney non aggiusta la mira negli stati più conservatori, la partita potrebbe allungarsi troppo e ritardare l’inizio della campagna contro Obama, con cui è praticamente appaiato negli stati più importanti.

Per Paul e Santorum rimangono comunque solo le briciole. Santorum non è riuscito a sfruttare il sostegno totale dei pastori evangelici e Paul è un “matto troppo matto” per poter puntare seriamente alla Casa Bianca (non è detto che comunque non corra come indipendente).

Ora aggiornamenti più random.

Jeb Bush, fratello di George W. e figlio George H., popolare ex-governatore della Florida, non ha ancora fatto l’endorsment a nessuno dei candidati rimasti: pare, infatti, che sia molto critico delle posizioni troppo anti-immigrazione di Romney, che sul tema, in effetti, sembra aver preso non pochi spunti dalla Lega nostrana (salvo poi avere “illigals” nel cantiere di costruzione della propria casa, come Perry, pace all’anima sua, gli ha fatto notare praticamente in ogni dibattito). Jeb Bush, in ogni caso, è stato da molti invitato a buttarsi nella corsa in prima persona, anche nelle settimane passate, e di lui si è parlato molto negli ultimi tempi anche per una battuta di Obama, mentre Jeb si trovava in vista alla Casa Bianca, in cui l’attuale Presidente si dice “contento che non abbia corso”. In effetti, sarebbe stato un avversario molto più temibile dei candidati attuali. Qui il NYT fa un bel riassunto della “situazione Jeb Bush”.

Altro fatto interessante è che il grosso grasso governatore del New Jersey, Chris Christie, che ha flirtato con la candidatura in più di un’occasione e che è il National Chairman della campagna di Romney, non ha totalmente escluso la possibilità di correre come vice-presidente nel caso Romney glielo chiedesse. A mio parere per Christie sarebbe un grave errore tattico, sia per un’eventuale candidatura nel 2016, sia perché non ha ancora finito il primo mandato in New Jersey.

Ultima cosa: qualcuno continua a spingere per una sorta di “terza via” che corrisponderebbe a Mitch Daniels, governatore dell’Indiana, il quale ha tenuto il tradizionale discorso di risposta allo Stato dell’Unione pronunciato da Obama. Daniles non ce la può fare a costruire una campagna per le primarie (pur mancando ancora un sacco di delegati da assegnare, più di 2000). Quello che può succedere è che alla convention il partito si spacchi su Romney e a quel punto Daniels potrebbe essere l’opzione migliore per mettere insieme tutti. Per me è fantapolitica, ma qualcuno, anche qualche pezzo grosso del partito repubblicano, la presenta come una possibilità da non escludere completamente.

Chiudo con una segnalazione: se vi interessano le primarie repubblicane segnatevi il blog di Andrea Marinelli, un ragazzo di Perugia che le sta seguendo per bene per alcuni giornali nostrani. Scrive bene e la lettura è molto piacevole.

Ah, pronostico per sta sera: Romney vince, ma non di +12% su Gingrich. Poi Santorum e Paul con il 25% rimanente.


NFL Update

gennaio 16, 2012

Come già scritto una settimana fa, sono iniziati i playoff di NFL, anzi siamo arrivati a buon punto, ovvero alle semifinali e, siccome mi ero esposto facendo alcuni pronostici, è solo giusto che ora non mi sottragga ai miei doveri e renda conto di quanto accaduto.

Diciamo che, tutto sommato, me la sto cavando discretamente. I Patriots, che davo finalisti da una parte, incontreranno i Ravens  di Baltimora (vincenti ieri contro i Texans), nella sfida che vale un posto al Superbowl. La squadra di Tom Brady ha infatti distrutto i Denver Broncos, che io, a onor del vero, avevo dato perdenti già domenica scorsa contro Big Ben e gli Steelers, ma che sono riusciti ad avanzare almeno fino “ai quarti”, contro ogni pronostico e in maniera incredibile grazie al loro quartetback, il fortescarsissimo, ultrareligioso Tim Tebow, nuovo “fenomeno” dello sport americano, quello di cui parlano tutti, l’uomo più discusso d’America dopo Obama (non scherzo). Proprio su Tebow e Brady, quarterback opposti e persone opposte (Brady sta con Gisele Bundchen, la modella più famosa del mondo, mentre TT sta aspettando”la prima notte di nozze) c’e` uno splendido articolo del New York Times che, anche se di football non vi frega niente, vi consiglio di leggere (qui sotto due estratti, per capirci).

Those who distrust this kind of faith-based outreach, perhaps because they detect a conservative political agenda behind it all, found an aha moment during the 2010 Super Bowl. In a 30-second commercial paid for by Focus on the Family, an evangelical Christian nonprofit organization, Tebow and his mother told the story of his birth — a “miracle baby” — and her choice not to have an abortion. There was no tebowing that week in the halls of Planned Parenthood.

Brady, 34, is living an American male fantasy, a Faustian swirl of physical prowess, sexual aura, weekly heroics and fame. He’s so cool that he can wear Uggs and get away with it.

Tornando alla cronaca sportiva, dall’altra parte del tabellone avevo dato per finalisti i Saints di Drew Brees, fresco fresco di record di passing yards lanciate in un anno. New Orleans ha vinto lo scorso week-end ma ha poi perso in una bellissima partita contro i 49ers di San Francisco, alla loro prima apparizione ai playoff da anni. Gli altri semifinalisti sono i NY Giants, che hanno sconfitto i superfavoriti Green Bay Packers (che io avevo, in effetti, dato perdenti per la regola d’oro che nello sport americano i favoriti perdono sempre).

Avevo peraltro detto che qui si sperava di vedere al Superbowl una tra Patriots, Giants e 49ers. Almeno una ci arriva di sicuro e i Patriots sono la mia scelta per la vittoria finale in un remake del Super Bowl del 2008 contro i Giants.

Insomma, qualche cantonata l’ho presa, ma poteva andare peggio, per ora. E, davvero, leggete il pezzo del NYT su Tebow, che poi, quando diventa Presidente degli Stati Uniti, ve ne pentite.


Fuori il secondo

gennaio 16, 2012

Questa volta a lasciare le primarie repubblicane è il candidato migliore sulla piazza: Jon Huntsman, l’ex governatore mormone dello Utah, di cui avevo parlato qui.

Huntsman, fin dal 2009 quando era ancora ambasciatore americano in Cina, era considerato dalla Casa Bianca uno degli avversari più temibili alla rielezione, forse non tenendo conto del peso sempre maggiore che gli estremisti stavano conquistando nel partito repubblicano.

Huntsman ha faticato fin da subito in questa campagna elettorale a guadagnare “momentum” e donazioni e spesso ha dovuto ricorrere ai soldi di famiglia; pur in una corsa che ha visto diversi candidati salire e scendere come sulle montagne russe, Huntsman è sempre rimasto nelle ultime posizioni dei sondaggi.

I risultati scadenti sono probabilmente dovuti a vari fattori: il fatto di dover pescare nello stesso elettorato moderato di Mitt Romney, peraltro un lontano parente, senza averne l’organizzazione sul campo e i ricchi donatori, ma anche una crescente rilevanza degli elettori più estremisti del partito, che l’hanno visto (erroneamente) come una sorta di Obama-clone e, probabilmente, anche per una campagna elettorale che poteva essere condotta meglio.

Sbagliando si impara, si dice. Infatti sono in molti a sostenere che in ogni caso questa è stata per Huntsman una sorta di esperienza formativa per correre seriamente nel 2016, quando, nei suoi calcoli, anche i democratici dovranno scegliere il loro candidato.

Huntsman ha condotto, peraltro, una campagna diversa dagli altri: non ha praticamente corso in Iowa e ha inizialmente sperato di poter arrivare fino Florida e giocarsela li` (strategia che aveva già perseguito, senza successo, Rudy Giuliani nel 2008). In corsa, però, è stato costretto a cambiare strategia e ha deciso di puntare tutto sul New Hampshire, dove ha fatto bene, ma non abbastanza per poter sopravvivere, essendo arrivato terzo dopo Romney e Ron Paul. Ritirandosi oggi dopo l’ultimo week-end in South Carolina, uno stato del sud in cui lui si trovava in grande difficoltà, Huntsman farà sicuramente un ulteriore favore a Romney che non si deve preoccupare più di nessuno “alla sua sinistra” e può concentrarsi sui candidati da circo alla sua destra. Inoltre, pare che Huntsman sia intenzionato a sostenere lo stesso Romney e non sarà con molta probabilità un papabile per un eventuale ticket con quest’ultimo, se non altro perché anch’egli mormone.

Di Huntsman ricorderemo principalmente l’apertura della campagna sotto la statua della libertà, in pieno stile reaganiano, e l’esuberanza delle figlie, che si sono rese famose per avere preso in giro un video di Herman Cain e per avere un account twitter molto divertente.


Tutti contro Romney

gennaio 9, 2012

In questi giorni che precedono le primarie repubblicane in New Hampshire tutti i candidati repubblicani stanno attaccando Mitt Romney, il superfavorito qui e per la vittoria finale. Questi attacchi sembrano aver dato qualche frutto visto che Romney, dato da alcuni sondaggi anche sopra il 40% delle preferenze fino a pochi giorni fa, ora pare aggirarsi intorno al 35%.

La maggior parte delle accuse degli altri cinque si riferiscono in particolare al passato di Romney come C.E.O. di Bain Capital, una firm di investimenti accusata di aver fatto i soldi facendo l’avvoltoio sulle imprese in difficoltà, lucrando sui fallimenti e facendo cosi` perdere tanti posti di lavoro. A riguardo non è stata sicuramente felice l’uscita di Romney di un paio di giorni fa in cui dice che a lui “piace l’idea di poter licenziare le persone che lavorano (provide services) per lui”, ora in tutti i tv ads degli avversari repubblicani e anche prontamente ripresa dai democratici.

Peraltro è lo stesso ex-governatore del Massachusetts che in campagna ha sempre fatto del suo passato da top manager un motivo di vanto e che spesso ha detto di voler essere un “C.E.O. president”. Ora gli altri gli chiedono il conto, in particolare Huntsaman e Gingrich.

Jon Huntsman, che in Iowa non ha praticamente fatto campagna, spera qui di rilanciare la propria campagna, anche se viene dato in generale per spacciato. Gingrich ha qui forse l’ultima possibilità di arrivare alla nomination: deve arrivare secondo o di poco terzo e poi far molto bene in South Carolina, dove sta spendendo moltissimi soldi, e dove si giocherà il tutto per tutto.

In ogni caso, qui in New Hampshire, l’unica ragione di interesse rimasta sarà di vedere chi si aggiudicherà il secondo ed il terzo posto posto dietro Romney e di quanto: sono in molti, infatti, ad affermare che sarà molto difficile per chiunque sostenere un posizionamento peggiore e comunque ottenere la nomination (a meno che anche queste elezioni facciano una o più vittime illustri, facendo cosi` convergere la maggior parte dei voti “anti-Romney” su uno o al massimo due candidati. Pare, comunque che tutti siano intenzionati ad arrivare perlomeno alla prossima tappa, in South Carolina).

Anyway, in questo momento i sondaggi danno Paul secondo intorno al 20%, Huntsman terzo tra il 10% e il 16%, Santorum, il secondo di otto voti in Iowa, quarto intorno al 10% con un leggero margine su Gingrich e poi Perry, il cui fare da cowboy (scemo) proprio non piace qui nel nordest, dead last con l’1%.

La gara per secondo e terzo posto, quindi, è aperta. Ora non resta che aspettare. La sensazione generale è che, comunque vada, alla fine Obama sfiderà Romney (e vincerà).

Una cosa interessante su Obama: la tattica del presidente durante la prossima campagna sembra essere molto simile a quella che ha vinto il secondo mandato a Clinton e riassumibile nel motto: “la colpa è del congresso a maggioranza repubblicana che non mi fa lavorare”. I repubblicani rispondono che il senato è a maggioranza democratica, che, come risposta, mi pare un po’ vuota.

 


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