Primarie Repubblicane: Ultima chiamata

marzo 5, 2012

Siamo alla vigilia della giornata che può decidere la campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca per il prossimo novembre e per alcuni si tratta di un vero e proprio crocevia per la sopravvivenza nella corsa.

Il 6 marzo, infatti, sarà il cosiddetto Super-Tuesday, giorno in cui andranno a votare gli elettori repubblicani di dieci diversi stati, dall’Alaska di Sarah Palin, al Massachusetts di cui Romney è stato governatore, dall’Ohio, stato chiave per la vittoria presidenziale (nessun repubblicano è mai diventato presidente senza aver vinto l’Ohio), al profondo sud come Georgia e Tennessee. In palio ci sono ben 437 delegati per la convention estiva, che sono tantissimi se si pensa che fino ad oggi, praticamente due mesi dopo le prime primarie in Iowa, ne erano stati assegnati appena 317.

E se anche Obama è ormai praticamente certo della vittoria finale del mormone Mitt Romney (oggi a 173 delegati, 99 in più di Rick Santorum), tanto che ha essenzialmente iniziato a fare campagna dandone la nomination per scontata, per Santorum, Gingrich e Paul, questa potrebbe essere davvero l’ultima spiaggia, in particolare per gli ultimi due.

Paul non ha mai avuto una vera chance alla nomination, ma punta a raccogliere il maggior numero di delegati possibile per la convention di Tampa, il prossimo 27 agosto, in modo tale da poter far valere il proprio potere contrattuale nel caso di una assemblea in cui nessuno abbia una maggioranza decisiva, tanto che si è anche parlato della possibilità che Romney scelga proprio il figlio di Ron Paul, Rand Paul, senatore del Kentucky, come running mate nel ticket presidenziale. Paul, peraltro, non ha neanche escluso di correre a novembre come indipendente nel caso nessuno gli dovesse dare garanzie sui temi libertari che gli stanno più a cuore. Detto questo, per quanto sia difficile credere che il congressman del Texas decida di abbandonare la corsa dopo il voto di martedì, è altrettanto difficile immaginare che possa avere uno shot diretto alla guida del paese.

Per Gingrich la situazione è molto diversa. L’ex speaker della House of Representatives durante la presidenza Clinton è stato su una sorta di otto volante durante tutta la campagna elettorale. L’avventura iniziò malissimo, con l’abbandono di alcuni top advisors che criticarono duramente la dedizione che Gingrich stava mettendo nella corsa e con i sondaggi che lo vedevano schiacciato da Romney, Perry e addirittura Donald Trump. Poi Gingrich, più per una competizione inesistente che per meriti propri, prese il volo e sembrava essere l’unico candidato in grado di sfidare Mitt Romney. Poi sono arrivate le prime elezioni in Iowa e New Hampshire e il vecchio Newt sembrava essere nuovamente scomparso dal radar, quando una vittoria in North Carolina l’ha rilanciato nella corsa. Da li`, anche per motivi economici, Gingrich ha deciso di puntare tutto sui grandi stati del sud del Super-Tuesday, tentando di resistere, resistere, resistere fino ad allora. La tattica era l’unica possibile per tentare di rimanere a galla e solo il tempo dirà se ha funzionato. Certo Gingrich è davanti in Georgia, lo stato che assegnerà, domani, il maggior numero di delegati, ma dovrebbe vincere almeno in un altro o altri due stati per tornare competitivo. Una vittoria in Georgia, per quanto molto probabile, non gli basterà per tornare a contendere e, nel caso, potrebbe non essere del tutto impossibile che decida di ritirarsi qui.

Diversa è la situazione di Romney e Santorum. Se il primo vincerà l’Ohio (come sembra probabile) e la maggioranza dei delegati in palio (come pare possibile) non sembrano esserci chance per nessun altro di riprenderlo, anche perché Romney, dopo la doppia debacle in Minnesota e Colorado a inizio febbraio, non ha più perso un colpo e ha vinto le cinque ultime consultazioni in Maine, Michigan (il suo stato natale, importantissimo da un punto di vista comunicativo), Arizona, Wyoming e Washington.

Non dovesse vincere la maggioranza dei delegati in palio o dovesse perdere in Ohio allora la corsa rimarrebbe aperta e ci sarebbe ancora spazio per Santorum di rientrare e giocarsela fino alla fine.

Insomma, domani molto verrà detto rispetto all’identikit dell’uomo che sfiderà il Presidente Obama il prossimo novembre. I sondaggi per il Presidente uscente sono rassicuranti, chiunque risulterà vincitore e, a meno di un grosso peggioramento dell’economia nei prossimi sei mesi, difficilmente uno di questi quattro riuscirà a negargli un secondo mandato.

Preparatevi, in ogni caso, ad una sfida Obama-Romney, ma per come sono andate fino ad oggi le primarie repubblicane, mai dire mai: chissà cosa ci riserverà l’importante giornata di domani.


Tutti contro Romney

gennaio 9, 2012

In questi giorni che precedono le primarie repubblicane in New Hampshire tutti i candidati repubblicani stanno attaccando Mitt Romney, il superfavorito qui e per la vittoria finale. Questi attacchi sembrano aver dato qualche frutto visto che Romney, dato da alcuni sondaggi anche sopra il 40% delle preferenze fino a pochi giorni fa, ora pare aggirarsi intorno al 35%.

La maggior parte delle accuse degli altri cinque si riferiscono in particolare al passato di Romney come C.E.O. di Bain Capital, una firm di investimenti accusata di aver fatto i soldi facendo l’avvoltoio sulle imprese in difficoltà, lucrando sui fallimenti e facendo cosi` perdere tanti posti di lavoro. A riguardo non è stata sicuramente felice l’uscita di Romney di un paio di giorni fa in cui dice che a lui “piace l’idea di poter licenziare le persone che lavorano (provide services) per lui”, ora in tutti i tv ads degli avversari repubblicani e anche prontamente ripresa dai democratici.

Peraltro è lo stesso ex-governatore del Massachusetts che in campagna ha sempre fatto del suo passato da top manager un motivo di vanto e che spesso ha detto di voler essere un “C.E.O. president”. Ora gli altri gli chiedono il conto, in particolare Huntsaman e Gingrich.

Jon Huntsman, che in Iowa non ha praticamente fatto campagna, spera qui di rilanciare la propria campagna, anche se viene dato in generale per spacciato. Gingrich ha qui forse l’ultima possibilità di arrivare alla nomination: deve arrivare secondo o di poco terzo e poi far molto bene in South Carolina, dove sta spendendo moltissimi soldi, e dove si giocherà il tutto per tutto.

In ogni caso, qui in New Hampshire, l’unica ragione di interesse rimasta sarà di vedere chi si aggiudicherà il secondo ed il terzo posto posto dietro Romney e di quanto: sono in molti, infatti, ad affermare che sarà molto difficile per chiunque sostenere un posizionamento peggiore e comunque ottenere la nomination (a meno che anche queste elezioni facciano una o più vittime illustri, facendo cosi` convergere la maggior parte dei voti “anti-Romney” su uno o al massimo due candidati. Pare, comunque che tutti siano intenzionati ad arrivare perlomeno alla prossima tappa, in South Carolina).

Anyway, in questo momento i sondaggi danno Paul secondo intorno al 20%, Huntsman terzo tra il 10% e il 16%, Santorum, il secondo di otto voti in Iowa, quarto intorno al 10% con un leggero margine su Gingrich e poi Perry, il cui fare da cowboy (scemo) proprio non piace qui nel nordest, dead last con l’1%.

La gara per secondo e terzo posto, quindi, è aperta. Ora non resta che aspettare. La sensazione generale è che, comunque vada, alla fine Obama sfiderà Romney (e vincerà).

Una cosa interessante su Obama: la tattica del presidente durante la prossima campagna sembra essere molto simile a quella che ha vinto il secondo mandato a Clinton e riassumibile nel motto: “la colpa è del congresso a maggioranza repubblicana che non mi fa lavorare”. I repubblicani rispondono che il senato è a maggioranza democratica, che, come risposta, mi pare un po’ vuota.

 


Lo stratega di Obama vince a Chicago

marzo 12, 2011

Questo e` l’articolo che ho scritto la settimana scorsa per il The Post Internazionale e che mi sono dimenticato di postare:

MILANO – LO scorso martedì gli abitanti di Chicago hanno eletto il successore di Richard M. Daley, che è stato sindaco della città per gli scorsi 22 anni, un record assoluto come primo cittadino della città dell’Illinois; facile intuire, quindi, che la persona su cui è ricaduto l’onore dell’avvicendamento non fosse una persona qualunque.Il “prescelto” dei Chicagoans, infatti, è Rahm Emanuel, tutto fuor che un “ordinary man”; si tratta di uno che, oltre ad aver lavorato per gli ultimi due presidenti democratici (Clinton ed Obama, per il quale ha per altro ricoperto il prestigioso ruolo di Chief of Staff della Casa Bianca) ed essere stato deputato per sette anni, dal 2002 al 2009, oltre ad aver avuto un ruolo fondamentale nella vittoria alla camera dei democratici nel 2006, dopo anni di dominio repubblicano, e nell’elezione del primo inquilino nero di 1600 Pennsylvania Avenue, è anche il primo sindaco ebreo di una città in cui la popolazione nera è tutt’altro che ininfluente (e già questo, di per sé dovrebbe dire qualcosa).

Continua a leggere su The Post Internazionale.


Eccolo, un parere intelligente.

febbraio 27, 2011

Riconosco che sia leggermente di parte, ma sono perfettamente d’accordo con questo pezzo di Andrew Sullivan, uscito su Internazionale di questa settimana, riguardo alla questione sulla politica estera adottata da Obama e sulla assurda rivalutazione che la Bush Doctrine sta avendo in questi giorni (e di cui avevo parlato qui).

La prima cosa che fanno i dittatori è dare la colpa all’ingerenza straniera, agli israeliani e agli americani. Ma questa volta non ci sono riusciti. Obama non ha fatto nulla mentre cresceva la ribellione in Egitto? Ha fatto bene. Avreste preferito una reazione automatica e pericolosa come quella di Bush? Non ho visto nessun cartello contro gli Stati Uniti tra la folla e nessun riferimento a Obama.

Lo stesso ragionamento, secondo me, si può applicare alla Libia, ne ho parlato commentando cosi` questo post di Francesco Costa:

Francesco io sono d’accordo, ci vogliono sanzioni, ma non mi pare che Obama si sia mai opposto alla cosa. Il punto nodale e` il seguente: dov’e` l’Onu? Servirebbe che l’Onu si svegliasse e mettesse in atto sanzioni alle quali nessuno si opporrebbe. Vogliamo la “no fly zone”? D’accordissimo, ma non e` Obama a decidere per il resto del mondo e neanche Van Rompuy. L’Onu, e solo l’Onu, e` addetto a prendere questo tipo di decisioni (esiste per quello!!), sarebbe il caso che le prendesse. La situazione e` troppo delicata e io, dal canto mio, ho apprezzato la cautela che fino ad ora l’attuale Presidente degli Stati Uniti ha deciso di usare. Un altro presidente, anche solo quello precedente, avrebbe risolto tutto “the redneck way”: un paio di raid militari su Tripoli e via, “problem solved”. E` questo quello di cui stiamo parlando? E` questo quello che vogliamo? Credo di aver capito che non e` quello, credo di aver capito che vogliamo un diverso approccio alla politica estera, quello che non ho capito, invece e` l’alternativa di mezzo che Obama aveva tra il raid e le dichiarazioni di condanna, Io onestamente non la so. Ribadisco, non e` Obama da solo a dover decidere sulla “No Fly zone” o altre sanzioni. Affermarlo, o anche solo lasciarlo intendere implica esattamente quelle cose per cui gli Stati Uniti sono stati criticati in molte occasioni e per cui Clinton e` stato criticato nell’ultima guerra nei balcani. [...]

(per continuare a leggere cliccate qui).

 

 


Prentedete Appunti

ottobre 3, 2010

Saro` noioso e sara` che in questo periodo Tony Blair tira, pero` consiglio a coloro che aspirano a vincere, prima o poi, un’elezione politica (badate bene, vincere non e` pareggiare), di predenre appunti di cio` che ha detto sta sera da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”.

«Smettetela di parlare di scandali e cominciate a parlare di politica. Dovremmo avere fiducia nella gente, perché legge, può essere divertita dalle notizie, dai titoloni, ma poi quando si vota tutto finisce nel cestino della carta straccia: nell`urna la gente sceglie chi propone la politica migliore per il futuro. Si vince così»

Un solo ultimo appunto: Blair e` del 1953, ha 57 anni. Oggi di mestiere non fa piu` “il politico”, gira il mondo presentando il suo nuovo libro, si dedica alle relazioni internazionali, insomma fa tutte quelle cose che fanno i vecchi leader in pensione, insomma quello che fa anche il grande Bill Clinton.

Blair si puo` permettere di fare cosi`, insomma di “cazzeggiare” (nel senso buono del termine), perche` arrivato ad un certo punto ha deciso di lasciare la poltrona, di dedicarsi ad altro perche` “vecchio”, perche` aveva fatto il suo tempo; il suo successore alla guida del Partito Laburista (dopo la parentesi Gordon Brown) e` Ed MIliband, classe 1969, 41 anni ancora da compiere e un passato da ministro dell’ambiente.

Ora cito dei dati, voi tirate le somme:

Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democartico, e` nato nel 1951, due anni prima di Blair e diciotto anni prima di Miliband.

Massimo D’Alema, membro della direzione nazionale del Partito Democartico, e` nato nel 1949, quattro anni prima di Blair e vent’anni prima di Miliband.

Walter Veltroni, membro della direzione nazionale del Partito Democratico, e` nato nel 1955, due anni dopo Blair, ma comunque quattordici anni prima di Miliband.

Franco Marini e` del 1933, Anna Finocchiaro e` del 1955, Rosy Bindi del 1951, Sergio Chiamparino e` del 1948, Filippo Penati del 1952…

Potrei andare avanti, mi fermo qui.

Anzi dico altre due cose:

Pippo Civati e` del 1975, Matteo Renzi del 1975, Debora Serracchiani del 1970…

Ora ho finito.


Noto dell’astio

agosto 11, 2009

Trovo che sia abbastanza ovvio che la signora clinton non la prende bene se le si chiede del marito, la prossima volta chidetele cosa pensa lei!

(pare tra l’altro che il traduttore si sia sbagliato, la vera domanda era “cosa pensa il Presidente Obama attraverso la voce del Segretario di Stato Hillary Clinton?  Bill, il povero cristo, manco l’aveva menzionato…)


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