Fuori il secondo

gennaio 16, 2012

Questa volta a lasciare le primarie repubblicane è il candidato migliore sulla piazza: Jon Huntsman, l’ex governatore mormone dello Utah, di cui avevo parlato qui.

Huntsman, fin dal 2009 quando era ancora ambasciatore americano in Cina, era considerato dalla Casa Bianca uno degli avversari più temibili alla rielezione, forse non tenendo conto del peso sempre maggiore che gli estremisti stavano conquistando nel partito repubblicano.

Huntsman ha faticato fin da subito in questa campagna elettorale a guadagnare “momentum” e donazioni e spesso ha dovuto ricorrere ai soldi di famiglia; pur in una corsa che ha visto diversi candidati salire e scendere come sulle montagne russe, Huntsman è sempre rimasto nelle ultime posizioni dei sondaggi.

I risultati scadenti sono probabilmente dovuti a vari fattori: il fatto di dover pescare nello stesso elettorato moderato di Mitt Romney, peraltro un lontano parente, senza averne l’organizzazione sul campo e i ricchi donatori, ma anche una crescente rilevanza degli elettori più estremisti del partito, che l’hanno visto (erroneamente) come una sorta di Obama-clone e, probabilmente, anche per una campagna elettorale che poteva essere condotta meglio.

Sbagliando si impara, si dice. Infatti sono in molti a sostenere che in ogni caso questa è stata per Huntsman una sorta di esperienza formativa per correre seriamente nel 2016, quando, nei suoi calcoli, anche i democratici dovranno scegliere il loro candidato.

Huntsman ha condotto, peraltro, una campagna diversa dagli altri: non ha praticamente corso in Iowa e ha inizialmente sperato di poter arrivare fino Florida e giocarsela li` (strategia che aveva già perseguito, senza successo, Rudy Giuliani nel 2008). In corsa, però, è stato costretto a cambiare strategia e ha deciso di puntare tutto sul New Hampshire, dove ha fatto bene, ma non abbastanza per poter sopravvivere, essendo arrivato terzo dopo Romney e Ron Paul. Ritirandosi oggi dopo l’ultimo week-end in South Carolina, uno stato del sud in cui lui si trovava in grande difficoltà, Huntsman farà sicuramente un ulteriore favore a Romney che non si deve preoccupare più di nessuno “alla sua sinistra” e può concentrarsi sui candidati da circo alla sua destra. Inoltre, pare che Huntsman sia intenzionato a sostenere lo stesso Romney e non sarà con molta probabilità un papabile per un eventuale ticket con quest’ultimo, se non altro perché anch’egli mormone.

Di Huntsman ricorderemo principalmente l’apertura della campagna sotto la statua della libertà, in pieno stile reaganiano, e l’esuberanza delle figlie, che si sono rese famose per avere preso in giro un video di Herman Cain e per avere un account twitter molto divertente.


Nemico pubblico numero 1

giugno 21, 2011

Jon Huntsman oggi ha lanciato la sua campagna elettorale alle primarie del Partito Repubblicano sotto la Statua della Libertà come R. Reagan.

Huntsman e` sicuramente il miglior repubblicano sulla piazza, e` il più competente, il meno populista ed e` stato un buon governatore dello Utah prima di andare in Cina, come ambasciatore americano, per volontà di Obama. E` mormone, grande difetto, e difficilmente riuscirà a vincere le primarie del suo partito (e` un candidato pacifista, a favore dei matrimoni gay e ambientalista, tanto da essere accusato di essere un RINO -republican in name only-), ma se dovesse vincere per Obama sarebbe un avversario molto tosto. Il più tosto, forse.

Forse e` per questo che dal sito del Partito Democratico americano si sono premurati di far uscire 5 fatti “che uno dovrebbe sapere su Jon Huntsman“, in cui i democratici vogliono evidenziare come Huntsman sia un voltagabbana (specie in termini di Health Care) e si stia reinventando su posizioni molto più a destra solo per avere più chance alle primarie.

Stay tuned.


Sakineh: un caso strano

gennaio 2, 2011

La storia di Sakineh la conosciamo ormai tutti: e` quella di una donna iraniana che, stando alle leggi vigenti in Iran, dovrà essere lapidata per aver commesso il reato di adulterio e per aver ucciso il marito, in complicità con l’amante.

Per salvarla si e` mobilitata l’intera comunità mondiale, con continui appelli di clemenza da parte dei leader dei governi occidentali (in particolare i ministri degli esteri di Italia e Francia) a chi di dovere, e la vicenda legata alla donna e` stata presa a cuore dai media e dai politici di tutto il mondo: si e` cosi` diffuso ovunque lo slogan “free Sakineh” (Sakineh libera).

Tutto ciò, pero`, mi ha sempre lasciato piuttosto perplesso ed ora vi spiego perché.

Io non metto affatto in dubbio che sia giusto protestare contro una pratica tanto bigotta, quanto assurda quale sia la lapidazione, come anche ritengo che sia sacrosanto evidenziare come in certe parti del mondo, per le donne, non esista alcuna libertà e che esse vengano maltrattate e vivano in condizioni di manifesta inferiorità. Ritengo, pero`, sorprendente (e non nego che il tema vada trattato con molta delicatezza e che stia avendo difficoltà ad esprimerlo in modo che non si presti ad interpretazioni errate) il “caso mediatico” che si e` venuto a creare, sia se analizziamo la questione a livello generale, sia che la analizziamo nel particolare.

In generale, perlomeno, per quanto mi riguarda, provo indignazione non tanto per una condanna a morte per adulterio (lo ritengo talmente fuori dal mondo che non so neanche cosa dire) e neanche per la modalità  di esecuzione della condanna (medievale e barbaro), quanto piuttosto per la condanna a morte in se`. Io credo che la pena di morte non debba esistere e non possa essere tollerata per nessun tipo di reato in nessuna parte del mondo. Dicevo di trovare “sorprendente” l’attenzione al “caso Sakineh”, perché non ho mai visto Frattini fare tutto questo frastuono per i tanti condannati a morte dal sistema giudiziario americano, ad esempio. Perché? Perché la comunità mondiale (ed europea specialmente), si e` tanto lasciata coinvolgere da Sakineh e non da un condannato a morte in Texas o Pechino? Perché su Palazzo Marino a Milano c’è la foto di Sakineh e non quella dei tanti altri condannati a morte in tutte le parti del mondo?

Temo che la risposta sia legata ad una specifica necessita` politica internazionale: mettere in cattiva luce l’Iran (cosa che, per quanto mi riguarda, va benissimo: l’Iran e` una dittatura medievale, in cui esistono leggi barbare, in cui non esiste libertà di espressione e di critica, in cui i diritti delle donne non esistono, e` uno stato intollerante, che, per di più, starebbe perseguendo un piano di arricchimento dell’uranio che gli permetterà, nel futuro prossimo, di avere la tecnologia per sviluppare armi atomiche). Quindi per carità, giusto sanzionarli, giusto fare in modo che la loro credibilità sia pari allo zero di fronte alla comunità internazionale, ma, nel caso della pena di morte, Sakineh vale, perlomeno, una condannata a morte cinese, americana o bielorussa.

In più, nel caso particolare, voglio permettermi di dissentire sul motto “Sakineh libera!”. Sakineh e` condannata a morte, principalmente, per l’accusa di adulterio (il che come già detto e` allucinante), ma e` anche condannata a morte per aver ucciso il marito. Ora, noi non abbiamo alcun vero elemento per sapere se la donna e` davvero colpevole di omicidio oppure no. L’unica cosa che abbiamo e` la condanna del tribunale (tribunale forse e` un’esagerazione, un complimento, con il sistema giudiziario tribale che si ritrovano in Iran). Nel caso del “reato di adulterio”, nessuno discute che la donna abbia deciso di andare con un altro uomo (e ci mancherebbe altro), quindi l’accusa e` vera. Non e` il fatto in se` che non e` reale, quanto piuttosto e` surreale che il fatto in se` sia reato. Perche` non dovrebbe essere vera, quindi, l’accusa di omicidio? Lei si e` professata colpevole quest’estate, oggi anche il figlio ha ammesso che la madre è colpevole del reato di omicidio.  Non dico che lo e` necessariamente (potrebbe essere che sono dichiarazioni che sperano di portare, perlomeno alla revoca della condanna a morte), ma non mi sento neanche di escludere l’ipotesi che lo sia, non posso farlo, non ho gli elementi per farlo, come non li ha nessun altro, ne` Frattini, ne` il Comune di Milano, ne` tutte le persone che hanno messo una foto di Sakineh per la sua liberazione su Facebook per solidarietà con la donna. Se Sakineh ha ucciso il marito, allora e` giusto che stia in carcere (poi vabbhe` possiamo disquisire anche sulle condizioni nelle carceri iraniane, ma e` un’altra storia). Il motto “Free Sakineh!”, quindi, non e` corretto, a mio modo di vedere.

Ora dico quello che penso, sintetizzando, per concludere: la battaglia dovrebbe essere una battaglia contro la pena di morte in generale, ovunque essa venga ancora praticata; si tratta di una battaglia che andrebbe condotta con la stessa forza e lo stesso clamore mediatico con cui e` portata avanti la battaglia non necessariamente giusta per la “liberazione di Sakineh”: ci sono tante altre persone che rischiano di morire per leggi assurde ed obsolete, difendiamole tutte. Difendiamo il diritto delle donne iraniane di essere libere. Condanniamo le politiche della dittatura iraniana e il suo modo di fare. Ma difendere “solo” Sakineh e` ingiusto, mi spiace molto per la donna, per il figlio, ma non in modo diverso di quanto mi spiaccia per tutte le persone condannate a morte nel mondo e, alla luce della possibile colpevolezza del reato di omicidio, se proprio dovessimo trovare un simbolo per una battaglia di questo tipo, potremmo trovarne uno migliore (tipo tutti coloro che sono stati uccisi, per poi rivelarsi innocenti). Quindi spero che le autorità iraniane revochino la condanna a morte ma continuo a non capire tutto il clamore del mondo legato proprio a Sakineh.


Merry Christmas, sad Christmas for some

dicembre 25, 2009

Mentre in molte case del mondo oggi si festeggia il Natale con amici e parenti e mentre in molti oggi hanno scartato regali, mangiato buon cibo e bevuto buon vino in compagnia, c’e` una persona, vale la pena ricordarlo, che oggi non sta festeggiando: si tratta di Liu Xiaobo il “dissidente” cinese condannato nella notte dal regime a 11 anni di carcere per “incitamento alla sovversione”.

A Natale, mentre nel mondo libero si festeggia, e` importante riflettere sul valore della liberta`, che noi abbiamo e diamo per scontata, ma che altrove non c’e`. Liu Xiaobo e` stato condannato ad 11 anni di carcere solo per aver sottoscritto sul web un documento che criticava il regime e per aver scritto lui stesso articoli che incitavano alla democrazia. Ora, anche nel giorno di Natale, queste cose non vanno scordate, anche oggi ci si deve indignare e anche oggi bisogna capire quanto sia preziosa la liberta` di cui godiamo (e che forse qualcuno avrebbe voluto, anche solo in minima parte, sottrarci).

Buon Natale


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