Four More Years, forse

Mancano due giorni alle elezioni che indicheranno chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America, cerchiamo di capire cosa ci possiamo aspettare.

Se i sondaggi sono dei buoni indicatori di quello che accadrà nella notte di martedì allora possiamo aspettarci di avere altri quattro anni di Barack Obama alla casa bianca. Siamo arrivati ad un punto che se Obama perde la notizia non sarà tanto la vittoria di Romney (o meglio, non sarà solo la vittoria di Romney), quanto l’errore diffuso della maggior parte dei sondaggisti, fatta eccezione per Rasmussen e qualche altro caso isolato.

I sondaggi usciti negli ultimi giorni, infatti, ci danno Obama davanti sia nei più importanti battleground states che nel voto popolare, dove pare che sia davanti, in media, dello 0.4%, cosa che non accadeva da tempo. Da Denver in poi, infatti, nel voto popolare, era sempre sembrato leggermente favorito Mitt Romney, mentre questa settimana la tendenza sembra essersi invertita; io sospetto che il ruolo da vero Commander in Chief che il Presidente ha assunto durante l’uragano Sandy e gli elogi bipartisan ricevuti per la gestione di questa crisi, in particolare quello di Chris Christie, keynote speaker per Romney a Tampa, abbiano perlomeno aiutato Obama a togliere a Romney tutto il “momentum” che sembrava aver acquisito nelle settimane del post-Denver.

In ogni caso, più importanti del dato sul voto popolare sono quelli che arrivano dai toss-up, gli stati su cui si combattono questi ultimi giorni di campagna elettorale.

Ohio: lo stato più importante, quello che Romney deve vincere se vuole conquistare la Casa Bianca perché nessun repubblicano che abbia vinto è mai riuscito a farlo senza l’Ohio. Obama negli ultimi dieci sondaggi è dato in media avanti del 2,8%, nessun sondaggio lo vede sotto e un solo sondaggio Rasmussen lo vede pari con Romney. Molti sondaggi vedono Obama con più del 50%. Se vince qui, la mia sensazione è che per Obama la partita sia chiusa. Il colore della prossima casa bianca sarà lo stesso dell’Ohio.

Florida: In Florida Romney è leggermente avanti e secondo me il “sunshine state” sarà rosso. La media dice che Romney ha un margine su Obama di 1,4%. Il problema per i repubblicani è che il margine si sta stringendo e che un recente sondaggio NBC/WSJ vede addirittura avanti Obama di 2 punti. Questo non implica necessariamente che Obama vincerà la Florida, ma obbliga Romney a prestarci attenzione e a spenderci soldi, quando la speranza della campagna del repubblicano era quella di averla già in saccoccia a quest’ora e di non doversene occupare praticamente più. (Latest Update: stando al NYT Obama sarebbe avanti anche qui)

Pennsylvania: Per Obama qui la partita dovrebbe essere praticamente chiusa, anche se negli ultimi giorni è uscita la notizia che Romney ha deciso di spendere risorse ed energie anche qui, in particolare in alcuni distretti benestanti nella zona di Philadelphia, perché si dice convinto di poter strappare lo stato ai democratici per la prima volta da anni. “Camp Obama” l’ha chiamata una mossa della disperazione e onestamente potrebbero non avere torto: in media Potus guida del 3,9% e negli ultimi giorni solo un sondaggio Tribune-Review/Susquehanna parla di pareggio. Sondaggi con Romney davanti non ce ne sono da febbraio.

Virginia: Forse il toss-up più puro di tutte le elezioni, solo che qui in Virginia, per come si stanno mettendo le cose, Romney, a questo punto, non può perdere. Obama, qui, era stato in vantaggio fino al disastroso dibattito di Denver, da allora Romney è emerso davanti in maniera non decisa, ma costante. Nell’ultima settimana, però, sono usciti alcuni sondaggi che vedono Obama in vantaggio o una situazione di pareggio, fatta eccezione per un sondaggio di Roanoke College, uno Rasmussen e uno di Fox che danno davanti ancora Romney, che in media è avanti di un niente: +0,3%, vantaggio statisticamente insignificante che lascia ad ognuno la propria interpretazione di come andrà a finire. Io dico che vince Obama anche qui, ma, davvero, “it could go either way”.

New Hampshire: questo stato del New England vale poco in termini di grandi elettori (sono 4), eppure ha un grande valore mediatico, ragion per cui entrambi i candidati qui hanno fatto campagna vera. Obama è davanti in media di 1,5%, non molto, ma abbastanza per poter supporre che per Romney sarà difficile far cambiare colore al New Hampshire, anche perché, a costo di ripetermi, l’unico sondaggio recente in cui Romney è in vantaggio è targato Rasmussen.

North Carolina: qui vince Romney. Obama è davvero troppo indietro, anche se alcuni sondaggi, tipo uno PPP, parlano di situazione di pareggio. In ogni caso, PPP (Public Polling Policy) è la controparte democratica di Rasmussen, quindi non ci farei troppa attenzione. Obama, che qui vinse nel 2008, compiendo un’impresa, non riuscirà a ripetersi.

Colorado: Anche qui è davvero difficile riuscire a fare un pronostico. In media Obama sarebbe davanti dello 0,6%, davvero troppo poco per potersi esporre. Bisogna dire, però, che il trend è positivo per il Presidente, che qui era dato costantemente, ma non solidamente, in vantaggio prima del dibattito di Denver. Poi Romney sembrava aver preso la meglio, ma nell’ultima settimana Obama è tornato davanti in tutti i sondaggi eccetto uno. Quale? Lo sapete già: Rasmussen. Io dico win for Potus.

Gli altri stati ancora indecisi rimasti sono Iowa, Wisconsin, Michigan e Nevada: secondo me in questi Obama vince ovunque.

Insomma, io dico che martedì per Obama non si prospettano traslochi e penso che riuscirà ad ottenere almeno 290 grandi elettori (per vincere ne bastano 270). Se dovesse vincere Romney l’unico pollster che potrà dire “io l’avevo detto” è Rasmussen.

Peraltro, penso che i democratici riusciranno a confermare ancora la maggioranza al senato (e forse incrementarla) e ridurre lo svantaggio nella House of Representatives, che rimarrà, in ogni caso, in mani repubblicane.

Un’ultima precisazione: ho fatto dell’ironia sui sondaggi Rasmussen perché già in passato sono stati al centro di polemiche per il loro presunto “bias” repubblicano. Cosa vuol dire “bias” per dei sondaggisti? Vuol dire sbagliare costantemente a senso unico. Inoltre, usando un dettaglio più tecnico, mentre la maggior parte dei sondaggisti americani usano “margini d’errore” che oscillano tra il 3% e il 3,7%, Rasmussen usa generalmente “margini d’errore” tra il 4 e il 4,5%, il che vuol dire che ogni delta inferiore al 4% in un sondaggio Rasmussen è da prendere con le pinze.

Se vi interessa capire cos’è un “margine d’errore” cliccate qui.

It’s not that close

In questi giorni leggete da ogni parte che il gap tra Obama e Romney si sta riducendo sempre di più e che anzi Romney sarebbe addirittura “davanti”, “whatever that means”. Questa lettura, a mio parere, è sbagliata e un po’ faziosa perché sembra forzata dai giornali che vendono più copie (o fanno più traffico) se l’elezione viene percepita come in bilico.

Io mi guardo bene dal dire che Obama abbia già vinto, ma, detto questo, affermare che il vantaggio del Presidente è ancora solido in chiave rielezione non è per nulla esagerato. Se infatti alcuni sondaggi sul voto popolare indicano un sostanziale pareggio tra i due, con anzi Romney in leggero vantaggio dello 0,6% nella media totale tra i principali sondaggi presente su Real Clear Politics, è doveroso ricordare che negli Stati Uniti il voto polare non è un buon indicatore per predire chi vincerà le elezioni, specie se la differenza è irrilevante, come in questo caso. Celebre è il caso di George W. Bush, che nel 2000 perse il voto polare, ma vinse comunque l’elezione alla Casa Bianca grazie alla vittoria in Florida, e dei suoi 29 electoral votes.

Obama, infatti, nutre di un vantaggio rassicurante in alcuni stati chiave, il più importante dei quali è senza dubbio l’Ohio: non c’è un solo sondaggio nelle ultime settimane che consegni a Romney i 18 grandi elettori che lo stato mette in paio. Un sondaggio di Time di due giorni fa, dà Obama avanti di 5 punti e la media dei sondaggi dell’ultima settimana vede Obama davanti con un +2,1% su Mitt Romney, il quale, peraltro, dovrebbe riflettere su un dato: nella storia recente nessun repubblicano è mai stato eletto senza aver vinto l’Ohio.

Insomma, pare abbastanza chiaro che Obama non dovrebbe avere problemi a garantirsi altri quattro anni da Presidente se riuscirà a tenere in Ohio e a vincere la Pennsylvania, come pare ormai scontato.

A cosa dobbiamo allora tutto questo rumore sulle presunte difficoltà del presidente? Sicuramente molto va ricondotto al dibattito di Denver, il primo tra i dibattiti presidenziali in cui Obama ha effettivamente fatto male e di cui ho parlato qui. Eppure nei tre dibattiti successivi, uno vicepresidenziale e due presidenziali, “Team Obama” è sempre risultato vincente nei sondaggi del giorno dopo. Il trend negativo si è fermato quasi subito. E se è vero che la popolarità di Obama è calata dopo il primo dibattito, è anche vero che questa è ormai costante, se non in risalita, da allora.

Le recenti assurde dichiarazioni di Richard E. Mourdock, candidato repubblicano al senato in Indiana, che ha recentemente detto che anche in caso di stupro dovrebbe essere vietato abortire in quanto:

“even in that horrible situation of rape, that is something that God intended to happen”

hanno permesso ad Obama di attaccare pesantemente Romney, che compare in alcuni spot televisivi mentre “endorsa” proprio Mourkock, e farlo passare per un vero e proprio estremista non solo sulle questioni etiche, ma anche sulle questioni economiche e sociali (strategia che ad Obama è stata suggerita da Bill Clinton e che la campagna del presidente sta adottando ormai da qualche mese). Romney, seppur non in misura grave, sta pagando l’evolversi di questi eventi e un articolo di oggi parla di stop nel “momentum” per Romney.

Io ribadisco: secondo me Obama vince e il margine in termini di electoral votes non sarà neppure eccessivamente risicato.

Qui una electoral map per farvi un’idea da soli.

 

 

 

Obama ha perso

Il dibattito si intende e non certamente, o non ancora, le elezioni. Eppure quello che sembrava difficile da prevedere stando agli ultimi sondaggi, ovvero una gara all’ultimo voto, potrebbe tranquillamente diventarlo dopo quella che per Obama è stata la seconda grande debacle della campagna elettorale (dopo la “didn’t build that” quote che, tuttavia, fu sicuramente meno grave).

Obama ha perso il primo dibattito nettamente. Ha perso stando a tutti i sondaggi e stando alle impressioni di chi l’ha visto. Molti, anche tra i democratici, hanno commentato dicendo che sembrava “off” e aveva anche uno strano “body languange”. Non c’era la passione che era sempre riuscito a trasmettere e non c’è stato quel “surprise factor” a cui ci aveva abituati. Ora dopo un discorso a Charlotte durante la convention non eccezionale è la seconda grande situazione in cui il Presidente “does’t rise to the occasion”, non “brilla sotto i riflettori”.

Forse Obama ha tentato di essere troppo presidenziale e questo l’ha portato ad essere invece troppo “uptight”. Forse Romney è stato molto bravo. Certo non avrei mai pensato che Romney avrebbe potuto vincere un dibattito contro Obama, tanto meno stravincere, come sembra invece aver fatto. Forse Obama non ha neanche fatto cosi` male, ma ha ragione Christian Rocca quando dice:

Sta di fatto che oggi stiamo parlando di una cosa totalmente inaspettata, per quanto alla viglia del dibattito “camp Obama” aveva lasciato intendere che avevano paura perché Romney è più bravo nei dibattiti, cosa che secondo me rimane comunque non vera in generale (ma vediamo come vanno i prossimi a questo punto).

In ogni caso, provo ad offrire un’interpretazione alternativa  di quello che è successo: Romney è stato sicuramente bravo, aggressivo e sul pezzo, ma non può essere stato tutto merito suo, anche perché si pensava che avrebbe puntato ad una strategia simile a quella che ha usato. Secondo me, la prestazione di Obama è sintomo diretto di qualcosa che oggi non sappiamo e che sapremo tra dieci anni quando scriverà il suo memoir sugli anni alla Casa Bianca. Qualcosa che può andare da “avevo 40 di febbre” a “ero reduce da un grosso meeting NATO  sulle tensioni forti tra Siria e Turchia in cui hanno messo becco anche Cina e Russia “, a qualche altra cosa.

Obama ieri non era sé stesso. L’abbiamo notato tutti. Ora non può perdere i prossimi due dibattiti, specie considerando che quello vicepresidenziale tra Joe Biden e Paul Ryan è assolutamente imprevedibile negli esisti e può anche rischiare di andare malissimo.

Nonostante tutto mantengo il mio pronostico: almeno in termini di electoal votes il margine con Romney sarà maggiore di quello con McCain.

Romney-Ryan 2012

La scelta di Paul Ryan come vicepresidente da parte di Romney è stata ampiamente commentata anche qui in Italia, potete leggerne sul blog di Francesco Costa (che fa peraltro una bella rassegna stampa di articoli anche in inglese), su quello di Christian Rocca o su Phastidio (di Mario Seminerio).

Voglio aggiungere però un paio di cose. Ryan è un ultraliberista, vuole privatizzare le pensioni, abolire medicare e medicaid, ha criticato fin dall’inizio la riforma sanitaria di Obama e anche quella che Romney sostenne quando era governatore del Massachusetts. In molti hanno detto che è stato scelto perché Romney non aveva altre possibilità doveva sparigliare il tavolo e provare a tirare fuori il coniglio dal cilindro, perché troppo indietro nei sondaggi in ogni posto che conta e doveva quindi rivitalizzare la base ed energizzare la campagna. Tutto vero, ma Ryan non era l’unico che poteva dare queste cose alla campagna di Romney e, anzi, forse il profilo di Paul Ryan è fin troppo alto per pensare a discorsi solo di questo tipo. Ryan è uno che nelle sue posizioni è molto preparato, è uno con i “controcazzi”, uno che dice cose coerentemente con una scuola di pensiero che mi vede estremamente critico, ma che esiste ed è tutto sommato rispettabile: insomma non è Sarah Palin. Quello che Ryan da` a Romney e quello che “Team-Romney” ha deciso di fare è spostare l’elezione da una elezione sulle persone (un referendum su Obama) a una elezione sui temi economici, fiscali e quindi sul ruolo del governo nella società. E` una discussione estremamente attuale e non solo negli Stati Uniti: solo un paio di settimane fa sull’Economist era uscito un articolo che chiedeva di porre proprio il dibattito sul ruolo dello stato nell’economia come tema centrale della campagna elettorale (sostenendo pessimisticamente che non sarebbe successo).

Good. America needs a serious debate both about the size and scope of government, and how to pay for it. The winner of the November election will immediately be faced with the problem of the “fiscal cliff”—a preset $400 billion tax increase, with the expiry of various tax cuts, and a $100-billion-a-year cut in spending—which could push the economy back into recession. Looming over that is the gaping deficit. And over that, America’s schizophrenia: it taxes itself like a small-government country, but spends like a big-government one.

e poi

America needs a man who can spell out what he thinks a modern government should do—and then how to pay for it. With luck the debate will push either Mr Obama or Mr Romney to do that. At the moment, neither seems to understand the central domestic challenge of the next presidency.

Romney ha appena centrato la questione o perlomeno ha finto di farlo. Ha capito di non avere chance contro Barack Obama “l’uomo”, ma pensa di potersi giocare la sua partita contro “la politica economica di Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti”.

In ogni caso, we gotta give it to Mitt, la scelta è stata coraggiosa, anche se secondo me rimane una seconda scelta, obbligata dopo il no che credo abbia ricevuto dalla prima scelta, il grosso grasso governatore del New Jersey, Chris Christie, che a Romney deve aver detto una cosa tipo cosi` quando questi ha provato a chiedergli se ci sarebbe stato a fargli da vice: “Yeah Right, Mitt! Ma tu sei scemo se pensi che io venga a perdere con te e rovinarmi per il 2016″).

Detto questo, io penso che questa scelta sia, per Romney, la migliore che questi potesse fare (ancor più di Christie, personalità troppo ingombrante in tutti i sensi da poter gestire). Penso che gli porti un altro spessore, un altro profilo. Romney non sarà più (almeno per un po’)  il cazzone senza posizione su tutto o il CEO pronto a cambiare posizione a seconda di cosa gli convenga, sarà quello che si è scelto Paul Ryan, serio e rigido pioniere delle posizioni economiche più libertarie nel congresso americano come running-mate. Il salto c’è e un po’ di slancio glielo darà.

Detto questo un paio di altre cose su Ryan. Il congressman del Wisconsin può mettere in difficoltà Joe Biden (la sua riconferma pare certa) nei dibattiti, non avrebbe mai accettato di correre se non fosse certo perlomeno di evitare una figuraccia o addirittura di avere un margine per provarci (era uno dei più probabili nomenees per la presidenza nel 2016), ma rischia di essere parte di un ticket troppo a destra per poter vincere in stati chiave come Pennsylvania e soprattutto Ohio e Flordia e di un ticket che può non piacere ad una grossa parte dell’elettorato femminile (sono entrambi antiabortisti convintissimi, specie Ryan che, quindi, è libertario solo quando conviene a lui). Inoltre, resta da capire come dirimeranno quelle che, almeno a me, sembrano essere divergenze inconciliabili.

Per non tirarla ancora per il lungo: penso che Paul Ryan renda la campagna più interessante e che sarà per Romney garanzia di sicurezza sullo spessore e la preparazione (difficile immaginare un’intervista tipo quella di Palin con Katie Couric), ma penso anche che Obama non perderà troppi voti con questa scelta e anzi a conti fatti rischia di guadagnarne qualcuno. Dovesse succedere Romney potrà comunque sapere di aver fatto l’unica cosa che poteva invertire la rotta.

Il giorno che Mitt Romney perse le elezioni

Mitt Romney potrebbe aver perso le elezioni con 3 mesi d’anticipo sulla tabella di marcia e non a causa dei sondaggi che lo danno indietro in tutti i battleground states (e non di poco).

La colpa (o il merito) stanno in un’intervista di Andrea Saul, la portavoce di Romney, che per controbattere ad uno spot durissimo di Obama ha detto testuali parole:

…if people had been in Massachusetts under Governor Romney’s health care plan, they would have had health care…

qui l’intervista completa

Come potete immaginare non sono molti i conservatori che hanno preso bene queste parole e, anzi, in molti si sono messi le mani nei capelli, come il blogger conservatore Erick Erickson che ha twittato immediatamente:

OMG. This might just be the moment Mitt Romney lost the election. Wow. http://www.politico.com/news/stories/0812/79482.html#.UCKQfD_Xpmg.twitter …

La gaffe non è una gaffe da poco perché il tema dell’assistenza sanitaria è un tema particolarmente scomodo a Romney, che da governatore del Massachusetts aveva firmato e sostenuto una riforma molto simile a quella di Obama, riforma che oggi sostiene gli faccia schifo e di voler eliminare.

La povera Andrea Saul, però, può stare tranquilla: Romney ci sta pensando anche da solo a farsi del male. La settimana scorsa, infatti, Jered Diamond, professore di geografia a UCLA, l’ha completamente distrutto sul NYT dopo che lo stesso Romney aveva citato (male) un suo libro per provare una tesi che il libro fa tutto fuorché sostenere:

MITT ROMNEY’S latest controversial remark, about the role of culture in explaining why some countries are rich and powerful while others are poor and weak, has attracted much comment. I was especially interested in his remark because he misrepresented my views and, in contrasting them with another scholar’s arguments, oversimplified the issue.

It is not true that my book “Guns, Germs and Steel,” as Mr. Romney described it in a speech in Jerusalem, “basically says the physical characteristics of the land account for the differences in the success of the people that live there. There is iron ore on the land and so forth.”

e continua

That is so different from what my book actually says that I have to doubt whether Mr. Romney read it.

per poi concludere con

Mitt Romney may become our next president. Will he continue to espouse one-factor explanations for multicausal problems, and fail to understand history and the modern world? If so, he will preside over a declining nation squandering its advantages of location and history.

Diamond ci è andato giù durissimo (e anche comprensibilmente) e c’è da scommettere che in un modo o nell’altro Obama sarà in grado di tirare fuori questo pezzo in uno dei dibattito presidenziali.

Per concludere, Romney non ha già perso, ma da adesso in poi non può più sbagliare e potrebbe non farcela comunque. Tra pochi giorni dovrebbe scegliere il candidato alla vicepresidenza e avrà cinque o sei giorni di visibilità pressoché totale per provare a rimettere il treno in carreggiata e cercare di recuperare in almeno un paio di stati chiave: non dovesse farcela adesso, il presidente uscente potrebbe anche iniziare a mettere in fresco lo champagne.

 

 

 

Primarie Repubblicane: Ultima chiamata

Siamo alla vigilia della giornata che può decidere la campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca per il prossimo novembre e per alcuni si tratta di un vero e proprio crocevia per la sopravvivenza nella corsa.

Il 6 marzo, infatti, sarà il cosiddetto Super-Tuesday, giorno in cui andranno a votare gli elettori repubblicani di dieci diversi stati, dall’Alaska di Sarah Palin, al Massachusetts di cui Romney è stato governatore, dall’Ohio, stato chiave per la vittoria presidenziale (nessun repubblicano è mai diventato presidente senza aver vinto l’Ohio), al profondo sud come Georgia e Tennessee. In palio ci sono ben 437 delegati per la convention estiva, che sono tantissimi se si pensa che fino ad oggi, praticamente due mesi dopo le prime primarie in Iowa, ne erano stati assegnati appena 317.

E se anche Obama è ormai praticamente certo della vittoria finale del mormone Mitt Romney (oggi a 173 delegati, 99 in più di Rick Santorum), tanto che ha essenzialmente iniziato a fare campagna dandone la nomination per scontata, per Santorum, Gingrich e Paul, questa potrebbe essere davvero l’ultima spiaggia, in particolare per gli ultimi due.

Paul non ha mai avuto una vera chance alla nomination, ma punta a raccogliere il maggior numero di delegati possibile per la convention di Tampa, il prossimo 27 agosto, in modo tale da poter far valere il proprio potere contrattuale nel caso di una assemblea in cui nessuno abbia una maggioranza decisiva, tanto che si è anche parlato della possibilità che Romney scelga proprio il figlio di Ron Paul, Rand Paul, senatore del Kentucky, come running mate nel ticket presidenziale. Paul, peraltro, non ha neanche escluso di correre a novembre come indipendente nel caso nessuno gli dovesse dare garanzie sui temi libertari che gli stanno più a cuore. Detto questo, per quanto sia difficile credere che il congressman del Texas decida di abbandonare la corsa dopo il voto di martedì, è altrettanto difficile immaginare che possa avere uno shot diretto alla guida del paese.

Per Gingrich la situazione è molto diversa. L’ex speaker della House of Representatives durante la presidenza Clinton è stato su una sorta di otto volante durante tutta la campagna elettorale. L’avventura iniziò malissimo, con l’abbandono di alcuni top advisors che criticarono duramente la dedizione che Gingrich stava mettendo nella corsa e con i sondaggi che lo vedevano schiacciato da Romney, Perry e addirittura Donald Trump. Poi Gingrich, più per una competizione inesistente che per meriti propri, prese il volo e sembrava essere l’unico candidato in grado di sfidare Mitt Romney. Poi sono arrivate le prime elezioni in Iowa e New Hampshire e il vecchio Newt sembrava essere nuovamente scomparso dal radar, quando una vittoria in North Carolina l’ha rilanciato nella corsa. Da li`, anche per motivi economici, Gingrich ha deciso di puntare tutto sui grandi stati del sud del Super-Tuesday, tentando di resistere, resistere, resistere fino ad allora. La tattica era l’unica possibile per tentare di rimanere a galla e solo il tempo dirà se ha funzionato. Certo Gingrich è davanti in Georgia, lo stato che assegnerà, domani, il maggior numero di delegati, ma dovrebbe vincere almeno in un altro o altri due stati per tornare competitivo. Una vittoria in Georgia, per quanto molto probabile, non gli basterà per tornare a contendere e, nel caso, potrebbe non essere del tutto impossibile che decida di ritirarsi qui.

Diversa è la situazione di Romney e Santorum. Se il primo vincerà l’Ohio (come sembra probabile) e la maggioranza dei delegati in palio (come pare possibile) non sembrano esserci chance per nessun altro di riprenderlo, anche perché Romney, dopo la doppia debacle in Minnesota e Colorado a inizio febbraio, non ha più perso un colpo e ha vinto le cinque ultime consultazioni in Maine, Michigan (il suo stato natale, importantissimo da un punto di vista comunicativo), Arizona, Wyoming e Washington.

Non dovesse vincere la maggioranza dei delegati in palio o dovesse perdere in Ohio allora la corsa rimarrebbe aperta e ci sarebbe ancora spazio per Santorum di rientrare e giocarsela fino alla fine.

Insomma, domani molto verrà detto rispetto all’identikit dell’uomo che sfiderà il Presidente Obama il prossimo novembre. I sondaggi per il Presidente uscente sono rassicuranti, chiunque risulterà vincitore e, a meno di un grosso peggioramento dell’economia nei prossimi sei mesi, difficilmente uno di questi quattro riuscirà a negargli un secondo mandato.

Preparatevi, in ogni caso, ad una sfida Obama-Romney, ma per come sono andate fino ad oggi le primarie repubblicane, mai dire mai: chissà cosa ci riserverà l’importante giornata di domani.

Mitt-Rand 2012?

Christian Rocca riporta oggi un articolo del Dallas Morning News in cui si parla della possibilità che Romney scelga Rand Paul, figlio di Ron, e Senatore Tea Party del Kentucky, come proprio compagno di corsa alla Casa Bianca.

Come dice Christian la scelta sarebbe suicida e darebbe ai repubblicani il colpo di grazia contro Obama: Rand Paul, infatti, appare un po’ più moderato e presidenziale del padre, ma è sicuramente molto più pericoloso ideologicamente. In più Rand Paul aggiunge troppo poco alla candidatura di Romney, portandogli si` qualcosa di più nell’elettorato di destra ma facendogli sicuramente perdere qualcosa tra gli indipendenti, che sono poi quelli che ti fanno vincere le elezioni. Inoltre, Rand Paul è Senatore in Kentucky, uno stato sicuramente repubblicano: spesso si tende a scegliere un running-mate che possa dare una mano in uno degli swing states grossi (Ohio, Florida, Pennsylvania).

Il motivo, quindi, per cui se ne sta parlando e per cui potrebbe accadere, a mio modo di vedere, è uno e uno solo: Ron Paul potrebbe minacciare di correre come indipendente a novembre se il candidato repubblicano (Romney) non gli offre la vicepresidenza o non gli garantisce un’agenda con all’interno alcuni dei temi libertari che gli stanno a cuore. Ovviamente, nel caso Paul si presentasse a novembre, Romney o chiunque altro, non avrebbe la benché minima possibilità di strappare la presidenza ad Obama.

Ecco perché un ticket Romney-Paul non è inimmaginabile ed ecco perché Ron Paul, che pure non ha nessuna chance di vincere la nomination ed è ultimo nel conteggio dei delegati, ha una forza contrattuale che altri non hanno.

Ora sta a Romney scegliere se perdere voti perché Rand Paul non è presentabile o perdere voti perché il padre corre come indipendente.

P.S. Le prossime tappe delle primarie sono il 28 febbraio in Michigan e Arizona, poi il 3 marzo in Washington e poi il 6 c’è il super-Tuesday che ci dirà finalmente qualcosa di più certo su quanto ci metterà Romney a vincere la nomination.

A great day for Mr. Obama

Tra oggi e ieri sono usciti due sondaggi importanti per Obama: uno di Fox e uno di Rasmussen, entrambi considerati pollster vicini ai repubblicani, che lo danno in vantaggio su Mitt Romney rispettivamente di 5 e addirittura 10 punti nel voto popolare.

Ancora più confortante, però, è il sondaggio uscito sull’Ohio e quello sulla Florida, due stati chiave per la rielezione. In entrambi Obama è in vantaggio su Romney: in Florida di 3 punti e in Ohio di 4.

Considerato che nessun repubblicano è mai stato eletto senza vincere l’Ohio e che Obama non ha davvero neanche iniziato la campagna elettorale, questi dati sono decisamente incoraggianti per il Presidente uscente, che, peraltro, nelle campagne elettorali riesce a dare il meglio di sé.

Qui la situazione ad oggi.

Il Rilancio di Santorum?

Dopo che Romeny ha vinto agilmente le primarie in Nevada sabato (non c’è stato lo “sweep” dei delegati, ma comunque la vittoria è stata in doppia cifra), sta sera avremo il primo double-header della corsa: si vota, infatti, in Minnesota e Colorado e i sondaggi sembrano proporre sorprese interessanti.

Santorum infatti viene dato secondo, dietro Romney, in Colorado (36 delegati) e addirittura di poco primo in Minnesota (40 delegati). Certo aiuta il fatto che le primarie siano entrambe “chiuse”: possono infatti votare solo gli elettori registrati repubblicani e non gli indipendenti e Santorum, forse il più conservatore, è quello a cui giova maggiormente questo “formato”.

In ogni caso, questo rilancio di Santorum, non può che rafforzare Romney e indebolire Gingrich, che si presentava, fino ad oggi, come l’unico possibile rivale all’ex governatore mormone per la nomination: nessuno, infatti, sarebbe pronto a scommettere sulle chance residue di Rick Santorum, ma a questo punto la tattica di Gingrich di provare rimanere a galla fino al super-Tuesday di marzo (più una necessità che una vera e propria scelta) potrebbe rivelarsi fallimentare. Detto questo, dovesse veramente vincere in Minnesota, Santorum sarebbe il primo candidato, oltre Romney, ad aver primeggiato in più di uno stato: Santorum, infatti, aveva vinto rocambolescamente la prima tappa in Iowa.

Quindi ricapitolando: Romney dovrebbe vincere agevolmente in Colorado, un stato con una buona percentuale di mormoni, con Santorum secondo staccato di più di 10 punti, poi a seguire Gingrich e Paul. In Minnesota, invece, Santorum dovrebbe avere la meglio su Romney con un margine intorno ai due punti. In Minnesota, in ogni caso, stando ai sondaggi, tra il primo (Santorum) e l’ultimo (Paul) ci sarebbero circa 10 punti, quindi, dato il sistema proporzionale per l’elezione dei delegati, la differenza tra primo e ultimo potrebbe essere minima.

Arrivano, inoltre, buone notizie per Obama, gli ultimi sondaggi lo danno davanti a Romney. Persino un sondaggio Rasmussen, spesso criticata per essere eccessivamente vicina alle ragioni dei repubblicani, vede Obama davanti a Romney di circa 7 punti.

Questo ovviamente conta poco: bisogna vedere come sono distribuiti questi voti e dove, soprattutto, visto che la maggior parte dei sondaggi danno Romney ed Obama praticamente appaiati negli stati chiave. In ogni caso, questi numeri, insieme all’economia che pare in ripresa (a proposito, sembra che lo spot Chrysler del Super Bowl sia stato un favore della casa di Detroit ad Obama) e alla disoccupazione che scende, rendono Obama il favorito per le elezioni di novembre.

Karl Rove ha perso il tocco

Sta sera mi è arrivata questa e-mail dalla newsletter di Obama:

Karl Rove, che è stato per anni uno dei top advisors e  Chief of Staff alla Casa Bianca di George W. Bush, oltre ad essere oggi una sorta di guru del partito repubblicano, ha fatto una cosa che un uomo esperto come lui non dovrebbe mai fare: ha sfidato i sostenitori di Obama e li ha “colpiti nell’orgoglio” con questo tweet:

Saw another @BarackObama fund appeal for $3 gift. Good mktg or forced by low enthusiasm? Bet many upset 08 donors are taking pass this year.”

Bene, io sta sera non avevo nessuna intenzione di fare una donazione per la campagna di Obama e l’ho fatta: la prima per il 2012 (la cifra non è importante).

Volevo farlo sapere per due motivi: Karl Rove “should know better” (dovrebbe sapere) che è meglio non svegliare il “can che dorme” e dovrebbe sapere che Obama non ha nessun bisogno di aiuto nella sua raccolta fonti dato che è molto, molto, molto meglio strutturata di quella di qualsiasi repubblicano, Romney compreso. Inoltre l’altro motivo è che questo dimostra quanto efficace ed efficiente sia la gente che lavora per Obama. Non si sono fatti scappare l’occasione, hanno notificato la loro base e hanno ottenuto quello che volevano. Qualcuno dalle nostre parti dovrebbe imparare.

Per questo e altri motivi rimango convintissimo che Barack Obama avrà il suo secondo mandato.