Le prime a West

febbraio 3, 2012

Il 4 febbraio si terranno i caucus in Nevada e, dopo la vittoria con ampio margine di Romney in Florida (di cui abbiamo parlato qui), vittoria che gli ha permesso di conquistare tutti e 50 i delegati in palio nel “Sunshine State”, il candidato inevitabile, quello che nessuno vuole votare, dovrebbe ripetersi anche nella prima tappa occidentale delle primarie repubblicane.

Gli ultimi sondaggi danno Romney avanti di almeno 20 punti sul rivale Gingrich, poi Paul e Santorum sempre dietro a mangiar briciole e sarà davvero difficile che qualcuno degli altri tre riesca a strappare all’ex-governatore del Massachusetts anche un solo delegato (dei 28 in palio qui).

Se i sondaggi non si sbagliano (e fino ad ora sono stati abbastanza attendibili), Romney, dopo il Nevada, potrebbe ritorvarsi con in tasca 93 delegati, vorrebbe dire essere andati via da Las Vegas avendo fatto jackpot. Gingrich, rimanesse effettivamente a secco, si ritroverebbe dopo 5 stati con un misero bottino: 23 delegati conquistati quasi tutti in South Carolina. Vero è che in palio che ne sono ancora più di 2000, ma la sensazione è che sia davvero difficile riuscire a togliere a Romney questa nomination.

Anche perché, se in Nevada i sondaggi non sono certo dalla parte di Gingrich, anche nelle tappe successive, Minnesota e Colorado, per la doppia tornata del 7 febbraio, sembra difficile che la situazioni si ribalti del tutto.

Gingrich, infatti, deve sperare di rimanere a galla fino al super-tuesday del 6 marzo, quando inizieranno a votare anche alcuni degli stati più conservatori del sud. Fino ad allora dovrà solo limitare i danni ed evitare di sperperare il poco denaro che gli è rimasto.

Insomma, per il Nevada il pronostico è facile: Romney con ampio margine, Gingrich, poi Paul e Santorum. Potrebbe essere il primo che azzecco.


Scusate il ritardo

gennaio 31, 2012

Scusate il ritardo prolungato negli aggiornamenti ma in quest’ultimo periodo sono stato “molto indaffarato”, come dicono le persone importanti.

In ogni caso, sta sera si vota in Florida, stato chiave per capire a che punto siamo nella corsa. Romney, il candidato che nessuno vuole votare, dopo il riconteggio in Iowa, che ne ha decretato la sconfitta virtuale (virtuale perché comunque i delegati ottenuti sono gli stessi di Rick Santorum) e dopo la sconfitta abbastanza pesante subita da Gingrich in South Carolina all’ultimo giro, deve dimostrare di essere ancora il frontrunner per la nomination e, come dice anche il NYT, vuole vincere sta notte di un margine maggiore rispetto a quanto Gingrich fece dieci giorni fa su di lui (circa 12 punti). I sondaggi dicono che potrebbe farcela, anche se, a onor del vero, gli ultimi due usciti ieri parlano di un margine di vantaggio sotto i dieci punti. Si vedrà.

In ogni caso, la vittoria di Romney non dovrebbe essere in discussione e già questo dovrebbe tranquillizzare l’ex governatore del Massachusetts: la Florida, infatti, rimane uno degli ultimi stati “winner-takes-all”, dopo che molti sono passati ad un sistema proporzionale di assegnazione delegati, come riporta anche Christian Rocca sul suo blog. Qui, per la cronaca, i delegati in palio sono 50.

Gingrich qui tenterà di limitare i danni e di riuscire a non perdere per “double digits”. In ogni caso, rimane sicuramente l’unico dei quattro candidati rimasti ad avere ancora delle possibilità e sta a lui giocarsele al meglio. Detto onestamente, comunque, io credo che al massimo potrà solo rallentare la vittoria di Romney, ancora candidato inevitabile, e sconfitto male in South Carolina più per errori suoi che per meriti di Gingrich. Certo è che se Romney non aggiusta la mira negli stati più conservatori, la partita potrebbe allungarsi troppo e ritardare l’inizio della campagna contro Obama, con cui è praticamente appaiato negli stati più importanti.

Per Paul e Santorum rimangono comunque solo le briciole. Santorum non è riuscito a sfruttare il sostegno totale dei pastori evangelici e Paul è un “matto troppo matto” per poter puntare seriamente alla Casa Bianca (non è detto che comunque non corra come indipendente).

Ora aggiornamenti più random.

Jeb Bush, fratello di George W. e figlio George H., popolare ex-governatore della Florida, non ha ancora fatto l’endorsment a nessuno dei candidati rimasti: pare, infatti, che sia molto critico delle posizioni troppo anti-immigrazione di Romney, che sul tema, in effetti, sembra aver preso non pochi spunti dalla Lega nostrana (salvo poi avere “illigals” nel cantiere di costruzione della propria casa, come Perry, pace all’anima sua, gli ha fatto notare praticamente in ogni dibattito). Jeb Bush, in ogni caso, è stato da molti invitato a buttarsi nella corsa in prima persona, anche nelle settimane passate, e di lui si è parlato molto negli ultimi tempi anche per una battuta di Obama, mentre Jeb si trovava in vista alla Casa Bianca, in cui l’attuale Presidente si dice “contento che non abbia corso”. In effetti, sarebbe stato un avversario molto più temibile dei candidati attuali. Qui il NYT fa un bel riassunto della “situazione Jeb Bush”.

Altro fatto interessante è che il grosso grasso governatore del New Jersey, Chris Christie, che ha flirtato con la candidatura in più di un’occasione e che è il National Chairman della campagna di Romney, non ha totalmente escluso la possibilità di correre come vice-presidente nel caso Romney glielo chiedesse. A mio parere per Christie sarebbe un grave errore tattico, sia per un’eventuale candidatura nel 2016, sia perché non ha ancora finito il primo mandato in New Jersey.

Ultima cosa: qualcuno continua a spingere per una sorta di “terza via” che corrisponderebbe a Mitch Daniels, governatore dell’Indiana, il quale ha tenuto il tradizionale discorso di risposta allo Stato dell’Unione pronunciato da Obama. Daniles non ce la può fare a costruire una campagna per le primarie (pur mancando ancora un sacco di delegati da assegnare, più di 2000). Quello che può succedere è che alla convention il partito si spacchi su Romney e a quel punto Daniels potrebbe essere l’opzione migliore per mettere insieme tutti. Per me è fantapolitica, ma qualcuno, anche qualche pezzo grosso del partito repubblicano, la presenta come una possibilità da non escludere completamente.

Chiudo con una segnalazione: se vi interessano le primarie repubblicane segnatevi il blog di Andrea Marinelli, un ragazzo di Perugia che le sta seguendo per bene per alcuni giornali nostrani. Scrive bene e la lettura è molto piacevole.

Ah, pronostico per sta sera: Romney vince, ma non di +12% su Gingrich. Poi Santorum e Paul con il 25% rimanente.


Fuori il secondo

gennaio 16, 2012

Questa volta a lasciare le primarie repubblicane è il candidato migliore sulla piazza: Jon Huntsman, l’ex governatore mormone dello Utah, di cui avevo parlato qui.

Huntsman, fin dal 2009 quando era ancora ambasciatore americano in Cina, era considerato dalla Casa Bianca uno degli avversari più temibili alla rielezione, forse non tenendo conto del peso sempre maggiore che gli estremisti stavano conquistando nel partito repubblicano.

Huntsman ha faticato fin da subito in questa campagna elettorale a guadagnare “momentum” e donazioni e spesso ha dovuto ricorrere ai soldi di famiglia; pur in una corsa che ha visto diversi candidati salire e scendere come sulle montagne russe, Huntsman è sempre rimasto nelle ultime posizioni dei sondaggi.

I risultati scadenti sono probabilmente dovuti a vari fattori: il fatto di dover pescare nello stesso elettorato moderato di Mitt Romney, peraltro un lontano parente, senza averne l’organizzazione sul campo e i ricchi donatori, ma anche una crescente rilevanza degli elettori più estremisti del partito, che l’hanno visto (erroneamente) come una sorta di Obama-clone e, probabilmente, anche per una campagna elettorale che poteva essere condotta meglio.

Sbagliando si impara, si dice. Infatti sono in molti a sostenere che in ogni caso questa è stata per Huntsman una sorta di esperienza formativa per correre seriamente nel 2016, quando, nei suoi calcoli, anche i democratici dovranno scegliere il loro candidato.

Huntsman ha condotto, peraltro, una campagna diversa dagli altri: non ha praticamente corso in Iowa e ha inizialmente sperato di poter arrivare fino Florida e giocarsela li` (strategia che aveva già perseguito, senza successo, Rudy Giuliani nel 2008). In corsa, però, è stato costretto a cambiare strategia e ha deciso di puntare tutto sul New Hampshire, dove ha fatto bene, ma non abbastanza per poter sopravvivere, essendo arrivato terzo dopo Romney e Ron Paul. Ritirandosi oggi dopo l’ultimo week-end in South Carolina, uno stato del sud in cui lui si trovava in grande difficoltà, Huntsman farà sicuramente un ulteriore favore a Romney che non si deve preoccupare più di nessuno “alla sua sinistra” e può concentrarsi sui candidati da circo alla sua destra. Inoltre, pare che Huntsman sia intenzionato a sostenere lo stesso Romney e non sarà con molta probabilità un papabile per un eventuale ticket con quest’ultimo, se non altro perché anch’egli mormone.

Di Huntsman ricorderemo principalmente l’apertura della campagna sotto la statua della libertà, in pieno stile reaganiano, e l’esuberanza delle figlie, che si sono rese famose per avere preso in giro un video di Herman Cain e per avere un account twitter molto divertente.


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