Viaggiare, we must

Jonah Lehrer scrive cose molto interessanti che l’autore di questo blog consiglia vivamente. Avevo già parlato qui di lui, poi ho letto altri libri, ho scoperto il suo fantastico blog su Wired dal nome “Frontal Cortex”, e provo a leggere i suoi articoli sul Guardian. Devo dire che scrive di cose davvero interessanti, riuscendo abbastanza bene a parlare di neuroscienze in maniera divulgativa e comprensibile anche ai profani come il sottoscritto.

Ne parlo perché su Internazionale e` uscita la traduzione (non disponibile su internet) di un suo articolo scritto sul Guardian appunto, che spiega “perché viaggiamo”.

L’articolo e` molto interessante, come al solito, e sostiene che viaggiamo perché viaggiare ci rende più creativi e l’idea che sia cosi` mi piace molto.

Mi piace viaggiare, ma non ho mai razionalizzato il perché. Questo articolo mi ha dato delle risposte e, per concludere, leggetevi Jonah Lehrer.

Luoghi comuni o triste realtà

Davanti a questo tipo di satira si potrebbe reagire in diversi modi, si può ridere (cosa che ho fatto appena l’ho letta), si può  considerarla una noiosa stereotipizzazione del nostro paese, si può vergognarsi per il modo in cui veniamo letteralmente sperculati all’estero.

Premesso che, appunto, la mia prima reazione e` stata una risata, voglio rendervi partecipi del ragionamento che ho fatto in seguito. Mi e` venuto in mente un corsivo di qualche tempo fa di Antonio Polito per il Corriere della Sera, in cui, fondamentalmente sostiene che gli italiani che vanno in giro dicendo che si vergognano di Berlusconi e che si sentono in difficoltà quando all’estero gli vengono poste delle domande del tipo “ma come fate a tenervi Berlusconi?”, sono dei radical chic che danneggiano l’Italia e la democrazia.

Mi e` venuto in mente che volevo commentarlo già a suo tempo, quell’editoriale di Polito, perché io generalmente con Polito sono d’accordo, perché mi piace molto di più il modo di pensare dell’ex direttore del Riformista, piuttosto che quello di Azor Rosa o Marco Travaglio, per dire, ma soprattutto perché questa volta, nella sua battaglia contro l’antiberlusconismo militante (degenerazione sicuramente del berlusconismo) e contro la sinistra radical chic e` andato oltre, cioè ha fatto cilecca; insomma, si vede che non gli e` riuscito naturale, scrivere quello che ha scritto, ma che si e` sforzato.

La motivazione per cui su questo Polito si sbaglia e per cui il modo in cui si comporta Berlusconi e` davvero un problema per noi, sta tutta in quella vignetta di Clement e nello spettacolo tragicomico che Berlusconi sta mettendo in scena in questi giorni al G8, in cui prende i leader degli altri paesi uno per uno per dire che in Italia c’è una dittatura dei magistrati di sinistra. Che se anche lo credi, non lo dici ad Obama a cui non gliene può fregar di meno dei problemi Berlusconi (e potrei aggiungere dell’Italia).

L’Italia oggi e` totalmente ininfluente nella scena politica mondiale, ma sapete cosa e` peggio di ininfluente? Diventare un problema. Berlusconi con i suoi atteggiamenti, con i suoi modi di fare non e` che ci mette in imbarazzo, qui non si tratta di fare le corna in una foto, cosa che vista in un’ottica “goliardica” e` comunque diversa, qui c’è in scena il ruolo che il nostro paese avrà nel mondo tra 20 anni e Berlusconi, certo, non aiuta.

Quindi la vignetta di Clement deve farci ridere e nessuno vuole dire che Berlusconi e` uno stupratore (non lo e` neanche DSK finché un giudice non stabilirà diversamente), ma il problema di come Berlusconi ci rappresenta all’estero e` reale e va ben oltre “il vergognarsi” e, insomma, l’amico che all’estero ci chiede come facciamo a tenercelo esiste ed ha ragione. Polito su molte cose dice cose intelligenti, ma su una cosa bisogna essere chiari, Berlusconi, all’estero, non esisterebbe. Chiarito questo, possiamo discutere di tutto.

(La vignetta e` di Gary Clement, pubblicata dal National Post, giornale canadese e ripresa questa settimana da Internazionale).

A proposito di grandi citta`

Questo e` un articolo che consiglierei di leggere al prossimo sindaco di Milano, che mi auguro vivamente possa essere Giuliano Pisapia.

Si tratta di un pezzo di Jonah Lehrer (quello del best-seller “How we Decide”) del dicembre dello scorso anno, pubblicato sul New York Times Magazine (nel link la copia originale in inglese) e uscito questa settimana su Internazionale, sulle teorie del fisico inglese Geoffrey West riguardo alle leggi matematiche che governano lo sviluppo delle grandi città.

Si tratta di un articolo estremamente interessante che spiega in maniera scientifica che cosa sono, cosa saranno e come cambiano e cambieranno le città del mondo. Per farla breve West sostiene che, esattamente al pari delle leggi che governano il funzionamento degli astri e del cosmo, ci siano altrettanti leggi matematiche costanti (neanche troppo complesse a dire il vero), che regolano la crescita, lo sviluppo e il funzionamento dei grandi centri urbani, ovunque essi siano.

Il dato che più colpisce e` questo:

Dopo due anni di ricerche, Bettencourt e West hanno scoperto che tutte queste variabili potevano essere descritte da un paio di semplici equazioni. Conoscendo, per esempio, la popolazione di un’area metropolitana in un certo paese, è possibile stimare con un’accuratezza dell’85 per cento il suo reddito medio e le dimensioni del sistema fognario. “Abbiamo trovato le costanti che descrivono le città”, spiega West. “Posso fare previsioni precise sul numero di reati e sulla superficie occupata dalle strade in una città giapponese di duecentomila abitanti senza sapere niente di questa città, neanche dove si trova né qual è la sua storia. Ogni città è uguale alle altre”.

Insomma, se non sapete cosa fare e vi interessano questioni di “urbanistica”, leggetevi questo articolo, non può che risultare interessante. Inoltre, se proprio risultasse necessario chiedere una consulenza per Milano sul suo sviluppo urbanistico, invito il prossimo sindaco a fare un pensierino a Geoffrey West, sempre meglio che gli pseudo-super-consulenti di Letizia Moratti.

Eccolo, un parere intelligente.

Riconosco che sia leggermente di parte, ma sono perfettamente d’accordo con questo pezzo di Andrew Sullivan, uscito su Internazionale di questa settimana, riguardo alla questione sulla politica estera adottata da Obama e sulla assurda rivalutazione che la Bush Doctrine sta avendo in questi giorni (e di cui avevo parlato qui).

La prima cosa che fanno i dittatori è dare la colpa all’ingerenza straniera, agli israeliani e agli americani. Ma questa volta non ci sono riusciti. Obama non ha fatto nulla mentre cresceva la ribellione in Egitto? Ha fatto bene. Avreste preferito una reazione automatica e pericolosa come quella di Bush? Non ho visto nessun cartello contro gli Stati Uniti tra la folla e nessun riferimento a Obama.

Lo stesso ragionamento, secondo me, si può applicare alla Libia, ne ho parlato commentando cosi` questo post di Francesco Costa:

Francesco io sono d’accordo, ci vogliono sanzioni, ma non mi pare che Obama si sia mai opposto alla cosa. Il punto nodale e` il seguente: dov’e` l’Onu? Servirebbe che l’Onu si svegliasse e mettesse in atto sanzioni alle quali nessuno si opporrebbe. Vogliamo la “no fly zone”? D’accordissimo, ma non e` Obama a decidere per il resto del mondo e neanche Van Rompuy. L’Onu, e solo l’Onu, e` addetto a prendere questo tipo di decisioni (esiste per quello!!), sarebbe il caso che le prendesse. La situazione e` troppo delicata e io, dal canto mio, ho apprezzato la cautela che fino ad ora l’attuale Presidente degli Stati Uniti ha deciso di usare. Un altro presidente, anche solo quello precedente, avrebbe risolto tutto “the redneck way”: un paio di raid militari su Tripoli e via, “problem solved”. E` questo quello di cui stiamo parlando? E` questo quello che vogliamo? Credo di aver capito che non e` quello, credo di aver capito che vogliamo un diverso approccio alla politica estera, quello che non ho capito, invece e` l’alternativa di mezzo che Obama aveva tra il raid e le dichiarazioni di condanna, Io onestamente non la so. Ribadisco, non e` Obama da solo a dover decidere sulla “No Fly zone” o altre sanzioni. Affermarlo, o anche solo lasciarlo intendere implica esattamente quelle cose per cui gli Stati Uniti sono stati criticati in molte occasioni e per cui Clinton e` stato criticato nell’ultima guerra nei balcani. [...]

(per continuare a leggere cliccate qui).

 

 

Sono soddisfazioni

Paul Krugman insegna a Princeton, ha vinto il premio nobel per l’economia nel 2008, e` uno dei più grandi economisti “liberal” viventi e scrive regolarmente per il New York Times. Lo ritengo un modello: anche se ogni tanto e` addirittura troppo “a sinistra” per i miei parametri, e` una delle persone che più stimo tra gli economisti moderni (e con un curriculum del genere come potrebbe essere altrimenti?). Arrivo a dire che se sto studiando economia, un po’ della mia scelta la devo anche alle sue analisi, ai suoi articoli alle sue idee: mi piacerebbe “diventare Paul Krugman”, un giorno ( ma mi accontenterei di di molto meno).

Ecco, detto questo, ho letto il suo recente articolo (preciso, pessimista, condivisibile) sulla crisi dell’euro (di cui non trovo una traduzione in italiano: c’è su Internazionale di questa settimana oppure in un -non accuratissimo per la verità- sunto apparso sul Sole 24 Ore). La sua e` un’analisi eccellente, supportata da dati e da conoscenze economiche degne di un Nobel; pero`, mi ha fatto molto piacere notare che alcuni punti, dubbi e proposte fondamentali del suo discorso li avevo espressi anche io, nel mio piccolo, in questo articolo scritto per il The Post Internazionale lo scorso dicembre.

Queste sono soddisfazioni.