Il momento di impartire lezioni e` passato: ora salviamo il salvabile?

maggio 18, 2012

I nostri problemi, intesi come i problemi dell’Italia, sono stati causati in maniera principale ed indiscutibile da politiche fiscali sconsiderate e pazze nei 40 anni precedenti. Come anche gli altri paesi PIIGS non possiamo che rimproverare noi stessi.

Detto questo, e riconosciute le colpe dei paesi meno virtuosi, oggi, una situazione già di partenza disastrosa, è stata fatta precipitare rapidamente, dalle politiche fallimentari e cieche volute dall’asse Parigi-Berlino.
Angela Merkel e il collega Sarkozy potrebbero avere sulla coscienza l’euro e l’Unione Europea, perlomeno nei termini in cui li conosciamo: la loro idea del “facciamogli prendere una strizza tremenda a questi terroni” (in particolare ai greci, ma anche a noi e agli altri paesi con conti in dissesto) gli è completamente sfuggita di mano. Credevano, loro, che con un po’ di sana austerity perpetuata avrebbero ottenuto due cose: fiducia dei mercati nell’euro e la nascita di una nuova cultura politica ed economica in Europa. I paesi dell’eurozona, nella loro grandiosa visione, avrebbero appreso dalla virtuosa Germania come spendere in maniera sana e come non commettere più, in futuro, errori cosi` gravi. Avremmo avuto un po’ di turbolenza ma tutto sarebbe inevitabilmente passato e tra un paio d’anni, con tassi di crescita al 4% e politici finalmente virtuosi per magia, ci avremmo addirittura riso sopra: “ti ricordi quando pensavamo che l’euro potesse cessare di esistere?!”. Grasse risate.

Ora, tuttavia, ridiamo molto meno. Queste politiche, queste richieste tedesche, questo bacchettare circa la necessità di attenersi agli accordi e di cambiare rotta nel nostro modo di spendere soldi pubblici e fare debito, avrebbero avuto senso in un altro momento della storia, quando ancora la crisi economica del 2008 non era neanche nelle più pessime previsioni e quando ancora anche il solo pensare che un paese che aveva aderito alla moneta unica potesse uscirne era pura fantasia. Oggi, invece, queste politiche potrebbero portarci al suicidio. E per “portarci” non intendo solo i paesi PIIGS, ma tutti i paesi dell’Unione Europea, compresa la Germania, che deve i suoi tassi di crescita a grandi riforme strutturali e grandi sacrifici, certo, ma anche, e forse soprattutto, alle esportazioni verso, guarda un po’, altri paesi della zona Euro. Esportazioni che hanno portato in Germania soldi dal resto d’Europa e che hanno anche comportato un aumento del debito privato, oltreché pubblico, in tutti gli altri paesi europei (come mostra questo grafico della BBC). Insomma, se falliamo noi, loro non se la passeranno un granché meglio.

Oggi la situazione è molto grave: se in Grecia non sarà possibile dar vita ad un governo responsabile e moderato dopo le nuove elezioni, risulterà praticamente impossibile perpetuare la permanenza di Atene nell’euro e questo, come  sostiene oggi Paul Krugman, potrebbe avere conseguenze imprevedibili e definitive, sia dal punto di vista economico, che dal punto di vista politico. Punti di vista, questi, che non possono essere immaginati singolarmente ma che sono inevitabilmente correlati, influenzandosi vicendevolmente (non aver considerato questo fatto quando si fece la moneta unica è un’altra delle cause della situazione attuale, ma ci arriviamo più avanti).

Cosa è necessario fare ora? Ora è necessario sperare che i politici greci recuperino un po’ del senno rimastogli, altrimenti, a meno di un cambio totale di presa di posizione da parte di Berlino, la Grecia sarà costretta ad uscire dall’Euro e fallirà. Voglio solo precisare che oggi siamo tutti concordi nel dire che il prezzo fatto pagare alla Germania dopo la prima guerra mondiale sia stato assurdo, per fare un esempio. I cittadini tedeschi, allora, puniti per la sconfitta bellica, furono costretti a pagare oltre le loro possibilità, in maniera inflessibile e rigorosa da chi credeva che una sana lezione sarebbe stata utile. Le conseguenze sono state disastrose. Mortificare un popolo intero per gli errori, imperdonabili, della classe dirigente tedesca di allora, non troppo diversi da quelli della classe dirigente greca oggi (che ha falsificato i conti e portato sul lastrico i suoi concittadini), portò ad una vera e propria tragedia. Ora non credo che ci sia una guerra mondiale imminente né un leader nazionalsocialista pronto ad invadere la Polonia, ma faccio presente che in Grecia non si riesce a formare un governo e, proprio come ai tempi di Weimer, che ogni giorno che passa le forze estremistiche guadagnano sempre più voti.

Chiusa questa parentesi torniamo a noi: nell’eventualità, più che probabile. che i politici ellenici non si mettano d’accordo, Berlino  dovrà fare delle concessioni se vuole calmare i mercati, evitare che questo cataclisma contagi tutti gli altri paesi europei (Italia compresa), scongiurare il rischio che il secondo dopo l’annuncio dell’uscita dall’Euro di Atene tutti, e dico, tutti i cittadini italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi (e poi chissà anche inglesi e francesi) corrano all’impazzata verso gli sportelli delle loro banche e quindi se vuole salvare l’Europa, e queste concessioni dovrà renderle immediatamente note a tutti. A mio parere Angela Merkel dovrebbe:

  1. Annunciare che La Germania è favorevole all’idea di una BCE “prestatore di ultima istanza”, al pari della FED in America.
  2. Accettare che, pur con la garanzia che continuino i quanto mai fondamentali tagli agli sprechi  “spending review”), che politiche fiscali cosi` sconsiderate non si vedranno mai più e che i paesi a rischio  facciano una volta per tutte riforme dolorose ma necessarie (tipo quella del lavoro), sarà concesso ai paesi in difficoltà di rispondere a questa crisi con politiche anticicliche mirate, perché con sole tasse e solo tagli non si crescerà mai più.
  3. Accettare un lieve aumento del livello dei prezzi per permettere ai paesi dell’eurozona di velocizzare la ripresa.
  4. Dire si` agli eurobond (pur con un sistema che renda i singoli paesi “accountable” dei propri errori).

Credo che se ciò non accadesse potrebbe aver ragione Krugman: “patacrac” del giochino europeo e tutti più poveri, per sempre.

Queste soluzioni a breve termine vanno, tuttavia, accompagnate, a mio modesto modo di vedere, da una visione più grande ed esplicita: quella di dare il via ad una “road map” che ci porti agli Stati Uniti d’Europa, un unico grande stato federale, con un’unica moneta in cui, finalmente, all’unione monetaria, faccia seguito una vera e propria unione politica.

Questo è un mio vecchio pallino. Lo scrissi già nel 2010, quando la situazione non sembrava ancora disastrosa come poi è diventata. Da questa situazione si esce solo con più Europa e, grazie a Dio, non sono l’unico a crederlo: le stesse cose le ha dette, per esempio, anche Amartya Sen, settimana scorsa, in un incontro in Bocconi e sono state ribadite da Emma Bonino. Speriamo che anche l’establishment europeo lo capisca in tempo. L’Europa è una risorsa, è casa comune, è salvezza.

 


#liberalizIT

gennaio 11, 2012

Diffondiamo questo nuovo hashtag su Twitter. Perché l’Italia ha bisogno di liberalizzazioni, perché liberalizzare è di sinistra, perché vuol dire tutelare gli interessi di tutti contro gli interessi particolari di pochi.

Bisogna liberalizzare in Italia, perché la tracotanza di certe categorie non è più accettabile, perché  le file fuori dall’aeroporto da noi non ci sono perché c’è troppa gente che atterra, ma perché ci sono pochi taxi. Bisogna liberalizzare, perché pagare meno la benzina e l’energia è meglio che pagarla di più. Perché permettere a tutti di ricevere una consulenza legale senza dover pagare una tariffa minima dovrebbe essere un sacrosanto diritto. Bisogna liberalizzare perché solo da noi i farmaci costano di più e le farmacie sono poche (e aperte poco). Bisogna liberalizzare, perché un paese libero è un paese che se uno vuole tagliarsi i capelli alle 23:00 deve poterlo fare e, soprattutto, se uno vuole tagliarti i capelli alle 23:00 deve essere libero di farlo. Bisogna liberalizzare perché non è possibile nè accettabile che per scrivere su un giornale uno debba ottenere una licenza.

Insomma, bisogna liberalizzare perché è giusto. E perché conviene. A tutti. All’Italia.

#liberalizIT (oggi o mai più)


Una risposta “cool” da uno che propone cose “trendy”

dicembre 13, 2011

Stefano,
dal tuo articolo sull’Unita`(da leggere prima di leggere la risposta), sembra emergere che provare a dare lavoro ai giovani e preoccuparsi della cosa sia solo “trendy”, un vezzo che non ci possiamo permettere. Quasi non fosse un problema reale, quel 30% abbondante di disoccupazione giovanile. Tanto i giovani possono stare a casa di mamma e papa` fino a 35 anni, non e` mica la fine del mondo! Queste sono esattamente le cose che accendono gli animi e creano conflitto generazionale e politico. Questi toni, poi, sono semplicemente inutili. Sminuire cosi` i problemi di noi giovani e` un insulto che dal responsabile economico del mio partito non accetto.
I problemi dei giovani e del lavoro, di noi giovani, non sono trendy e non sono cool e chi se ne preoccupa non va schernito. Sono i problemi di una generazione che, diversamente dalla tua, non può permettersi di giocare a fare la generazione rivoluzionaria con i soldi di mamma e papa`. Di una generazione che, diversamente dalla tua, non andrà in pensione a 67 anni, ma a 75, se mai ci arriverà, alla pensione. Di una generazione che si e` stufata di sentirsi dire da altri, come devono essere fatte le cose, secondo paradigmi che non solo non ci piacciono, ma evidentemente neanche ci interessano.

Inoltre, a me non risulta che siamo in questa crisi per l’eccesso di neoliberismo in Italia. Per esempio, tu vedi concorrenza da qualche parte? O che ne so, vedi maggiore competitività? O vedi riforme utili alla crescita da qualche parte? Le hai mai viste? No perché io vedo, per esempio, corporazioni medievali, gli ordini professionali, che governano il paese (non esattamente capisaldi neoliberisti), vedo monopoli nei trasporti (tolto quello aereo, che infatti, grazie a concorrenza permette di viaggiare a Londra andata-ritorno con meno di 50 euro, pero` non sento tanta gente protestare, anzi vedo molti consumatori soddisfatti), vedo uno stato che non sa riformare, abbiamo assistito per decenni a politiche del debito e degli sprechi, non esattamente politiche neoliberiste, che pero` sono causa principe della situazione in cui siamo, ho visto per anni comuni che potevano spendere a piacere e senza vincoli, bastava mandare il conto a Roma, non vedo liberalizzazioni da nessuna parte (eccetto quelle che abbiamo fatto noi, grazie al Nostro segretario); insomma vedo che in Italia, di politiche liberali o liberiste, ne abbiamo adottate ben poche. Eppure non mi sembra che oggi navighiamo nell’oro.

Quindi, articoli come quello tuo sull’Unita`, non solo sono offensivi, per come sminuiscono un problema enorme, quello del lavoro dei giovani, ma sono anche faziosi, perché presentano a lettori che sono mediamente “economicamente ignoranti” e tendenzialmente “aprioristicamente favorevoli a quello che dici” tesi ben espresse e, all’apparenza, molto convincenti. Come quando dici che “il Fmi qualche mese fa abbia radicalmente confutato le loro tesi (intese come le tesi “neoliberiste” di Giavazzi e Alesina)”, frase che non e` supportata dal alcuna “prova” e che, detta cosi`, sa solo di intellettualmente disonesto.

Ora, io non voglio creare ulteriore conflitto, le soluzioni che proponi sono perlopiù accettabili: sostegno alla crescita (cosa che peraltro sostengono anche i tanto vituperati Giavazzi e Alesina), un’Europa più forte ed unita anche dal punto di vista politico (io, figurarsi, sono federalista europeo), la BCE prestatore di ultima istanza, un solo grande istituto europeo di vigilanza, federalismo fiscale (vero) e, ragionandoci bene, anche gli eurobond, se fatti con certi vincoli, possono andare. Ma, quello che dovrebbe farti riflettere e` che molti liberali (quelli che tu chiami neo-liberisti tatcheriani) pensano le stesse cose o cose simili. Insomma possiamo discutere e trovarci. Ma i tuoi toni non aiutano, anzi aiutano solo a fomentare gli ultras della politica. E questo non va bene per il PD, per l’Italia e per l’Europa.

Elia Francesco Nigris

p.s. Stefano e` Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico


La colpa, in effetti, è degli altri

novembre 19, 2011

La cosa più sconvolgente che sto sentendo in questi giorni da sinistra a destra, da Ferrara a Giulietto Chiesa, quasi fosse il collante dell’opposizione al governo Monti, e` che la colpa di questa crisi non e` italiana.

Non siamo noi che per quarant’anni abbiamo governato malissimo la nostra cosa pubblica, a tutti i livelli. Non siamo noi che abbiamo fatto debito senza sapere se e come l’avremmo ripagato. Non siamo noi ad avere permesso che la politica costruisse un società profondamente ingiusta, oppressa da corporazioni medievali e intoccabili, impossibili da eliminare. Non siamo noi ad avere la peggior informazione del mondo libero. E non siamo noi ad aver letto, senza lamentarci troppo, i peggiori giornali dell’occidente. Non siamo noi ad avere la peggiore televisione di stato mai vista, lottizzata dai partiti e assolutamente inguardabile. Non siamo noi ad aver avuto la peggiore anomalia del sistema politico occidentale, Berlusconi, e ad averlo sopportato per 20 anni. Non siamo noi il paese dei poteri fortissimi e invincibili, come la mafia, vero cancro nazionale troppo spesso dimenticato (poteri forti reali e non inventati come quelli che avrebbero messo su Monti, per chiarire). Non siamo noi il paese della grandi disparità tra nord e sud. E non siamo il paese che in 150 anni non è mai riuscito a fare nulla per ridurle, queste disparità. Non siamo noi il paese di grandi ricercatori e di una pessima ricerca (perché di soldi, per quella non ci sono). Non siamo noi il paese di baroni, evasori e Lele Mora. Non siamo noi il paese che per i giovani non ha mai fatto nulla in 150 anni. Non siamo noi ad affrontare il secolo XXI con infrastrutture del secolo XX. E potrei andare avanti. Ora, però, capite che la colpa non può essere nostra, noi siamo stati così bravi!

La colpa della nostra crisi, ci dicono, è dei mercati, dei banchieri americani, dei finanzieri inglesi, della Merkel e di Sarkozy. L’Italia è grande, sono gli altri che ci opprimono. Sembrano gridare all’isolazionismo, alla riscoperta delle nostre radici e della nostra (presunta) grandezza. E a quel paese l’Europa e a quel paese il FMI e a quel paese la finanza internazionale e la globalizzazione, che senza queste mafie legalizzate, noi saremmo di nuovo grandi, i più grandi, perché noi abbiamo il manifatturiero, eh.

L’ultimo ad avere detto cose simili? Benito Mussolini. Quota ’90. Battaglia del Grano. Isolazionismo. Grande Italia. Radici cristiane.

Mussolini era un socialista, ha unito tutti i matti, i complottisti, gli esaltati. Stiamo attenti, che se Chiesa e Ferrara lo trovano, il loro Mussolini, li vedremo uniti e ci sarà da divertirsi.

(Ah e Ferrara che ancora oggi si ostina a dare la colpa di vent’anni di berlusconismo a tutti fuorché Berlusconi fa quasi tenerezza).

P.S. Vorrei chiarire che qui non si sta dicendo che la colpa della crisi economica internazionale è italiana, la crisi è partita altrove e ne siamo tutti ben consci. Detto questo l’Italia non cresceva prima della crisi e cresce ancora di meno ora che ci siamo dentro. Inoltre, la crisi del debito e dell’Euro, magari non oggi, magari non domani, ma dopodomani magari si, sarebbe scoppiata comunque. E se oggi siamo nella situazione in cui siamo non è solo per i mutui sub-prime concessi oltreoceano. Giusto per chiarire.


Ecco come si fa il miglior giornale del mondo/4

novembre 18, 2011

Un altro capitolo della saga: il NYT oggi pubblica un “editorial” che espone la linea del quotidiano sul ruolo che dovrebbe avere la BCE. Si dice, sostanzialmente, che la Banca Centrale Europea deve iniziare ad essere un po’ più banca centrale europea e un po’ meno banca centrale tedesca, che “bene Monti e Papademos”, ma il Pil dell’intera Eurozona non può crescere con solo austerity e tassi “tedeschi” e che Merkel dovrebbe cercare di navigare meno a vista e essere meno populista e più lungimirante.

Al di là di quello che ciascuno pensa sul tema (e io sono d’accordo con il quotidiano di 8th&42nd), il contributo che i giornali portano al dibattito politico ed economico deve essere questo. I giornali non devono avere paura di prendere posizione, di schierarsi e di appellarsi alla classe politica ed all’establishment perché portino avanti quello che essi credono sia giusto fare. Il problema è, tuttavia, sempre di modo e stile e quindi di credibilità. Cioè non è che si può fare come Repubblica, che tratta Mario Monti come una sorta di messia, quando per anni si è opposta strenuamente alle politiche che lo stesso Monti propone.

Non solo, noi abbiamo altri grandi quotidiani di opinione, come Libero, come il Giornale, come il Fatto and so on. Insomma, imparassero un po’ di più dal NYT e inizino a fare informazione. Il tempo per gli ultras nei quotidiani è finito. Forse, dopo ai continui appelli alla responsabilità rivolti alla classe politica, sarebbe il caso che anche loro iniziassero ad agire, come dire, in modo più responsabile.

  (hat tip: Camillo)


Vincitori e vinti

novembre 14, 2011

Berlusconi ha perso, ma Travaglio non ha vinto.

Berlusconi ha perso ed è stato sconfitto, perché è stato un pessimo governante, forse il peggiore, cosa che Travaglio e i travaglisti hanno sempre messo in secondo piano. Per loro, è sempre stato più importante sostituirsi alla magistratura, sui giornali, in televisione, preferendo parlare del piano morale e del privato piuttosto che della disdicevole e vergognosa condotta pubblica e politica. Come dicevamo da tempo, pur accusati di non essere “abbastanza di sinistra”, il berlusconismo finirà solo se la gente si renderà conto che affidare il paese ad uno così è tragico per le conseguenze politiche che questo ha e per nessun altro motivo. Per il resto si possono dare giudizi (sicuramente negativi) e si aspetta la magistratura, ma non è con il resto ed esclusivamente con il resto che si fa opposizione.

Per fortuna, Berlusconi ha perso e Travaglio non ha vinto. Per fortuna Berlusconi si è dovuto dimettere per manifesta incapacità politica e non per un avviso di garanzia o una condanna. A quei problemi, ora, finalmente, penserà la magistratura. Senza pressioni, senza che nessuno possa dire che questa stia agendo per fini politici piuttosto che in buona fede. Berlusconi è finito e tornerà ad essere un comune cittadino. Lo era sempre stato, ma ora se ne renderanno conto anche i suoi e se ne dovrà rendere conto anche lui. E i magistrati potranno giudicare e valutare con maggiore tranquillità, senza la pressione di Travaglio, di Di Pietro e della Santanchè. Certo Berlusconi e le sue vicissitudini giudiziarie faranno clamore. Ma non si potrà parlare di Golpe politico da una parte o non si potrà limitare ad esse l’attività di opposizione (o di governo) dall’altra.

Finalmente, magari non oggi, ma la prossima legislatura, si potrà riformare la giustizia e parlarne secondo ciò che è giusto e ciò che non lo è, non secondo ciò che favorisce o sfavorisce Berlusconi. Questo sarà possibile perché Berlusconi ha perso, ma Travaglio non ha vinto.

Ma c’è qualcuno che ha vinto? Per ora no. La partita è lunga e c’è più speranza oggi di quanta ce ne fosse la settimana scorsa. Ma per uscire dal tunnel ce ne è di strada ancora da fare. Bisognerà lasciare fare al Professor Monti. Bisognerà fare sacrifici. Bisognerà fare tutti la nostra parte. E poi, la prossima volta che andremo votare, tra 3 mesi, 6 mesi, un anno, nel 2013, gli Italiani dovranno votare bene. Dovranno votare per fare in modo che una situazione come quella di oggi, in cui c’è un esercito di incapaci al governo e un esercito di forcaioli tra i suoi oppositori, non si ripresenti più.

Quando si andrà a votare, Berlsuconi e Travaglio dovranno essere archiviati tra le pagine nere della nostra storia. Di quelle da non rievocare. Di quelle da dimenticare. Di quelle di cui faremo a meno.

Si può fare: perché Berlusconi ha perso e Travaglio non ha vinto. Grazie a Dio.


Una classica fine all’italiana

settembre 2, 2011

Poteva la questione del contratto collettivo dei calciatori non finire con la classica soluzione all’italiana (quindi un non-soluzione che rimanda una risoluzione seria e definitiva del problema)? No, ovviamente no.

A quanto pare la questione del contratto collettivo finirà, o meglio non finirà, con un contratto ponte, valido fino al giugno 2012. Cosa vuol dire? Vuol dire che ora non si mettono d’accordo, che rimandano all’estate prossima con il risultato che, tra un anno, saranno punto a capo, ovvero allo stesso punto di quest’anno, anzi no, dell’estate scorsa. Si, perché da più di un anno che calciatori e Lega Calcio ci infastidiscono con i loro battibecchi ed è da più di un anno che litigano sempre su quel benedetto articolo sui fuori-rosa (su cui, per inciso, hanno ragione i calciatori e non i presidenti).

Alla fine lo sciopero, che non è stato sciopero ma serrata, infatti i calciatori di Napoli e Palermo, Inter e Chievo, per dire, hanno giocato amichevoli, quindi hanno lavorato, non è servito a nulla; insomma, per arrivare all’idea geniale del contratto ponte non ci voleva Einstein e quindi ci si poteva arrivare prima e giocare lo scorso week-end.

Forse, se non vogliamo essere sempre presi poco sul serio, noi italiani, dobbiamo cercare di essere un minimo più seri in tutto.

Insomma, la NFL ha avuto i suoi problemoni sul contratto collettivo, la NBA sta avendo delle grosse gatte da pelare e non si sa se quest’anno parte. Ma la gente, quelli li`, li prendere sul serio. Perché i giocatori non firmano se non gli va bene il contratto. Perché i presidenti non aprono gli stadi e i campi d’allenamento se i giocatori non firmano il contratto (non si organizzano amichevoli durante la serrata quindi) e perché tutti, siccome non sono dei ciarlatani, sono disposti anche a far saltare il campionato o una parte di campionato se non gli piace l’accordo. E se David Stern propone alla Nbpa un “contratto ponte”, il giorno tutti gli ridono in faccia e poi si deve dimettere (per la vergogna). No per dire.


Cosa sarebbe potuto essere se…

agosto 27, 2011

…nel 2008 avessimo vinto noi e non loro.

…nel 2009 non avessimo linciato il segretario del partito.

…nel 2010 avessimo fatto opposizione come si deve e portato il paese a nuove elezioni.

…nel 2011 lottassimo con forza per un nuovo paese, piuttosto che piangerci addosso, tutti.

ecco poteva essere, oggi, questo governo:

E poi : un nuovo patto del lavoro che, secondo la proposta Ichino, giustizi la precarietà e elevi la produttività, una riforma fiscale che contrasti l’evasione in un contesto di “pagare meno, pagare tutti”. La rinuncia all’idea che lo Stato debba fare tutto e la fiducia nelle risorse sociali diffuse da attivare in un contesto di sussidiarietà, la fine della occupazione partitica della Rai e delle aziende locali, l’una affidata a meccanismi tipo Bankitalia e le altre ad un mercato regolato e orientato a valorizzare forze produttive innovative. Il dimezzamento da subito dei parlamentari e un sistema elettorale bipolare e uninominale , lo snellimento radicale di tutta la diffusa “professionalizzazione” della politica oggi smisuratamente più grande che nel passato. Partiti più lievi possono ritrovare il senso della loro passione ed essere più aperti, come da progetto originale del Pd. E poi la fine delle scandalose retribuzioni e liquidazioni di manager pubblici e privati, la lotta contro ogni forma di corruzione e contro quei poteri criminali che irrompono tra le maglie di una crisi economica forte e di uno Stato debole. Giustizia più rapida, meno carcere, diritto di voto agli immigrati per le amministrative, norme di sostegno al lavoro delle donne e alle politiche familiari. Scelta netta per gli Stati Uniti d’Europa e l’elezione diretta del loro Presidente , più forti politiche comuni di difesa e di bilancio, a cominciare dagli eurobond. Diritti dei gay , a cominciare dalle unioni civili, e scelta netta per le energie rinnovabili, defiscalizzazione dei contributi privati per ricerca e cultura e investimento pubblico forte e selettivo su scuola e università. E poi individuazione delle dieci opere strutturali fondamentali per il paese e affidamento del potere di realizzazione a persone oneste e stimate che possano definire tempi certi e regole per la loro realizzazione. Non manovre ogni sei mesi, ma riforme. Per spezzare il più pericoloso elemento di continuità della storia italiana: l’immobilismo rissoso.

Invece abbiamo questo e questo. E non dite che sono tutti uguali. E non dite che se non abbiamo un governo che fa quelle cose li` la colpa e` del controllo delle televisioni da parte di Berlusconi. E non dite che e` colpa degli Italiani, che sono ignoranti. E non dite che e` colpa del “ma anche”. Dite che e` colpa nostra, principalmente nostra, iscritti, militanti e politicanti del Partito Democratico. Si perché anche oggi, a distanza di anni quando abbiamo fondato il partito per fare queste esatte cose c’è ancora chi, su un programma simile avrebbe da dire su ognuno di questi punti. Molti di loro, peraltro, compongono la segreteria del partito.

E, sono d’accordo che la lettera ad un giornale, come forma di comunicazione ha un po’ stufato e sono d’accordo che Veltroni, in prima persona non e` più presentabile (ma non e` il punto, se Bersani dice di sostenere questo programma per me non ci sono problemi), ma, come d’altro canto dice Pippo, per favore, date un chance alle idee, a queste idee e dateci una mano a portarle avanzi, senza se, senza ma e, queste si, senza “ma anche”.


Mario Draghi è l’uomo giusto, punto (e basta)

giugno 28, 2011

Ecco qui il mio ultimo articolo per il The Post Internazionale: tema, le competenze nell’Unione Europea. Avviso: su questo blog, d’ora in poi ci occuperemo molto di più di Unione Europea e delle sue contraddizioni. Qui ci siamo rotti le palle di divisioni, giochetti e bambinate in un momento come questo.

MARIO Draghi sarà il prossimo banchiere centrale europeo e sono contento, per lui e per noi Europei. Badate bene, non sono contento perché Mario Draghi, Italiano, sarà da novembre governatore della BCE, ma perché l’Europeo più competente ha ottenuto quel posto. Tuttavia, ragionare così non è facile né comune oggi giorno in Europa.

Ogni volta che c’è un posto vacante tutto quello di cui sentiamo parlare sono le bandierine dei soldatini collocati dai singoli stati nazionali nei vari ruoli di governo e rappresentanza. Se la Germania ha la presidenza dell’eurogruppo, allora la Francia deve avere quella del FMI, così l’Italia può avere il suo banchiere centrale. Non prima, però, che il suo membro nel board della BCE si dimetta per fare posto ad un francese, perché altrimenti è un’ingiustizia! E pazienza se l’Italiano è una persona competente. [...]

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Referenda: come la vedo.

giugno 10, 2011

Avviso: il post e` lungo. Questo perché l’argomento richiede un post lungo, come hanno richiesto tanto tempo le decisioni che ho preso.

Vorrei aprire questo post con un commento sullo strumento del referendum in generale e devo dire che sul tema mi trovo molto d’accordo con Francesco Costa. Io credo molto fermamente che il referendum possa essere uno strumento utile e che ci sono situazioni in cui la democrazia diretta abbia senso, penso al referendum sull’aborto o a quello sul divorzio. Quelli sono referendum che hanno senso, in cui i cittadini fanno un voto di opinione, che non richiede conoscenze specifiche da acquisire, ma rappresenta il sentire di ogni persona. Si tratta, quindi, di un voto in cui la discussione non e` su questioni tecniche, come invece sono i quesiti su cui siamo chiamati a votare questo week-end. Questi, infatti, per quanto qualcuno voglia farci credere diversamente, non mettono in ballo “questioni ideologiche” o “grandi valori”, ma solo questioni “puramente tecniche”, che richiedono competenze specifiche, che, nel caso dell’acqua possono essere acquisite “studiando” ed informandosi, mentre nel caso del nucleare, a mio parere, vanno oltre le possibilità della maggioranza degli italiani, me compreso (non perché siamo scemi, ma perché siamo ignoranti) . Esprimere un voto consapevole in questi quesiti, quindi, e` molto più difficile di quanto appaia ed e` per questo ritengo che le tematiche proposte, non siano tematiche “da referendum”, non si può pretendere che i cittadini siano competenti in energia nucleare ed e` da irresponsabile lasciare decisioni di questo tipo ad incompetenti. Credo che la politica, ovvero i nostri rappresentanti, si debbano assumere la responsabilità di decidere su queste cose (dopo aver ascoltato i pareri tecnici) e assumersi le responsabilità delle scelte prese. Insomma, il referendum e` un bello strumento, ma non si può abusarne.

Detto questo entro nel merito dei quesiti. Premetto che mi sono trovato di fronte a tre scelte: la prima e` votare come vorrebbe il partito di cui sono iscritto, ovvero 4 si, senza pormi troppe domande. Sarebbe stata una presa di posizione lecita, ma l’ho esclusa perché ritengo che nei referendum si debba votare secondo la propria personale coscienza e nel merito di ciò che e` sulla scheda.

Avrei, inoltre, potuto votare per “dare un segnale”, insomma fare un voto politico contro il governo. Poi sempre perché ritengo che nei referendum si debba votare secondo la propria personale coscienza e nel merito di ciò che e` sulla scheda, ho pensato che fare degli errori in termini di servizi o politica energetica per punire Berlusconi sia una cosa da irresponsabili.

La terza possibilità era prendere i quesiti, leggerli e votare senza preconcetti o influenze politiche, ma solo e unicamente esprimere un voto su quello che si trova sulla scheda. Ho scelto questa, anche per la natura tecnica dei referendum.

Allora come voto?

SI al primo quesito sull’acqua, quello, detto volgarmente, in cui mi si chiede di abrogare il Ronchi (ne avevamo discusso qui).

Questo voto merita una spiegazione: sono diciamo in linea con quello hanno detto Francesco Costa e Pietro Ichino, gli unici due a cui ho sentito dire cose convincenti per il si. Gli altri pareri li ho trovati spesso superficiali oppure troppo di matrice ideologica, troppo poco nel merito oppure espressi senza le giuste conoscenze della materia in questione.

Cosa mi chiede infatti il quesito? Se desidero abrogare il decreto Ronchi, nel quale si propone la possibilità per i privati di entrare nella gestione dei servizi idrici o nelle gestioni di altre municipalizzate e non per mantenere l’acqua pubblica. L’acqua rimane pubblica in ogni caso, se mai e` la gestione degli acquedotti a poter essere privata, cosa che ritengo sacrosanta. Il mio SI, infatti, non e` contro la gestione dei privati ai servizi idrici, ma al fatto che il decreto Ronchi non e` “completo”. Il Ronchi non chiarisce come devono essere fatti i bandi per assegnare ai privati i servizi, non prevede l’istituzione di una authority per controllare i prezzi e non obbliga in nessun modo il privato ad investire nelle reti idriche italiani, scadenti ed inefficienti, insomma si tratta della solita semi-privatizzazione all’italiana; memore del passato, preferisco abrogare la norma nella speranza che il prossimo governo ne faccia una migliore. Credo, allo stesso tempo, infatti, che con questi accorgimenti la gestione privata potrebbe essere una soluzione utile. Siccome, peraltro, ho scoperto una cosa che nessuno dei referendari “per l’acqua pubblica” dice, ovvero che se il Ronchi venisse abrogato il vuoto legislativo verrebbe colmato da alcune norme stabilite dall’Unione Europea che prevedono che i bandi per la gestione dei servizi idrici (e non solo) siano aperti anche ai privati (con regolamentazioni più rigide del Ronchi), abrogare mi va bene.

Voglio precisare un’ultima cosa. Voto SI anche se sono consapevole della strumentalizzazione che i gruppi per il Si farebbero del voto nel caso passasse. Questi usano argomentazioni berlusconiane e false per portare la gente a votare. Si dice che l’acqua diventerà un bene per pochi, che l’acqua verrà tolta sempre a chi non paga la “bolletta”, che i prezzi aumenteranno a dismisura e, infine, quella che mi piace di più che la gestione pubblica funziona. Niente di più fazioso. La gestione pubblica e` pessima in molti luoghi d’Italia, gli acquedotti sono vecchi e ci sono sprechi pazzeschi (si parla del 40% di acqua dispersa tra la fonte e il rubinetto), per non parlare del fatto che sono tutte gestioni in perdita (e non voglio neanche stare ad analizzare il perché). Il fatto che siano in perdita si ricollega all’altro fatto, quello che vorrebbe che se arrivassero i privati aumenterebbero i prezzi del bene. Può anche essere vero, ma non ci vedo nulla di male. Ricordiamoci che le gestioni in perdita vengono finanziate dal debito. Insomma lo stato si indebita per poter mandare avanti quelle gestioni: pensate che fare debito sia gratis? Pensate forse che il debito lo paghi qualcun altro? Nella migliore delle ipotesi lo paghiamo noi con le tasse, nella peggiore facciamo altro debito per finanziare il debito di prima. Quindi niente e` gratis e, come mi ha fatto presente un amico, troppo spesso lo stato in Italia “toglie risorse ai cittadini da una parte per poi ridargliele indirettamente da un’altra”. Not smart!

NO nel secondo quesito sull’acqua.

Chi investe lo fa per fare profitti e nessuno vive facendo beneficenza. Per i discorsi in lunga parte fatti già per il primo quesito voterò quindi No. Credo nel modello economico che abbiamo e credo che se un privato si accolla i rischi di un investimento (e i costi che questo comporta -ricordiamo che per raggiungere l’efficienza gli acquedotti vanno sistemati-) questi meriti il diritto alla remunerazione (se la sua gestione e` virtuosa, ovviamente, nessuno ti regala niente, in un senso e in un altro).

ANNULLATA la scheda del nucleare e lo dico da uno che non ha mai considerato l’astensione una grande soluzione: non scegliere non mi fa onore, ma preferisco non essere degno di onore che fare una cagata (detto poeticamente). Lascio a chi e` più intelligente di me il compito di indicarci la retta via.

Detto questo voglio prendere parte alla votazione perché vorrei che si raggiungesse il quorum, essendo io assolutamente contrario al concetto di quorum (come dissi già qui).

Quindi, riprendendo il discorso fatto in apertura di post, annullo principalmente perche` non ho le competenze per fare altrimenti, perché, per esempio,  non so e non posso sapere se tra 5 anni la scienza troverà una forma di energia nucleare sicura e pulita; un SI bloccherebbe la ricerca e la possibilità di fare marcia indietro. Non voglio che una mia decisione ignorante influenzi la politica energetica di questo paese negli anni futuri (ragionamento che non ho fatto solo io, per fortuna ma anche Francesco Costa, per esempio).Non credo, pero`, sia il caso di votare NO, proprio per gli stessi motivi: perche` non so se il nucleare e` davvero sicuro, perché non so come intendono smaltire le scorie, perché questa classe dirigente non sa far funzionare neanche le poste e perché il nucleare costa davvero tanti soldi in un momento in cui forse e` meglio spenderli per altro. Chi sostiene che il NO e` una soluzione intelligente perché le “energie rinnovabili non saranno disponibili nel prossimo futuro”, dimenticano che il nucleare non sarà pronto, comunque, prima di 15/20 anni, tutto il tempo per poter trovare soluzioni alternative.
Non votare in questo quesito e` la scelta piu` responsabile che ritengo una persona possa fare oggi, perche` la presunzione che i cittadini possano decidere su questioni cosi` tecniche non e`, a mio modo di vedere, vera democrazia. La democrazia rappresentativa funziona in modo tale che io eleggo qualcuno per prendere decisioni che io non so prendere, non perché non voglio, ma perché non sono in condizione di farlo. Sul nucleare si sarebbe dovuto agire cosi`: si sarebbe dovuta istituire una task force di scienziati, fisici, ingegneri ed economisti e lasciar decidere chi ha le competenze per farlo, senza pregiudizi, pressioni e influenze politiche. Questi si sarebbero assunti la responsabilità della loro decisione, per poi presentarla alla nostra classe politica, che su essa, poi avrebbe dovuto votare in parlamento.Quindi, io non voto sul nucleare perché sono ignorante, perché non mi e` bastata una settimana in cui ho cercato di documentarmi per diventare un fisico nucleare e perché (come già detto) non credo che io, il mio panettiere, il barista, ma anche un laureato in filosofia o il genetista del San Raffaele dovremmo poter decidere sull’energia nucleare e sulla politica energetica di un paese, insomma che possiamo, noi ignoranti, decidere riguardo a cose di cui non conosciamo nulla. Questo e` un compito che spetta a tecnici e politici, ci sono per quello!
Preciso una cosa, tenendo presente che già fare il mio perché si raggiunga il quorum e` un bel favore a chi vota Si, io ad oggi, nella situazione in cui siamo adesso, sarei per non fare il nucleare. Ma il voto e` una cosa che ha conseguenze nel tempo, essere convinto che oggi non sia una soluzione adatta non basta a convincermi che non lo sia in assoluto.
NO nel quesito sul legittimo impedimento.

Il tema non mi appassiona, voto perché votare e` diritto e dovere e per la questione del quorum. Voto il No perché la norma non e` più quella voluta dal premier ma una sua “versione intelligente” stabilita dalla Corte Costituzionale. Chi sono io per pormi al di sopra della Corte in materia di giustizia? Nessuno. Peraltro, a Berlusconi questa norma cosi` com’è non interessa e penso che anche venisse abrogata non gli importerebbe nulla. Quindi non e` che votando SI si fa un dispetto al premier. Credo, infatti, che ora che e` il giudice a decidere se c’è o meno legittimo impedimento sia anche giusto che se il premier, un ministro (o chiunque in linea di principio) hanno davvero un impegno istituzionale, non cambi nulla al magistrato anticipare l’udienza di un giorno o posticiparla di un altro.

Conclusione

Spero che per queste posizioni Bersani non mi cacci. Queste posizioni non sono frutto di ragionamenti tra me e me, ma sono il risultato di due settimane in cui ho cercato di informarmi il più possibile ed ascoltare tutti coloro che avevano qualcosa da dire, tutte le idee e le opinioni che stavano dietro le intenzioni di voto delle persone con cui ho parlato. E` quindi evidente che altri avranno detto (prima di me) cose simili a quelle ivi scritte, se non li ho citati direttamente mi spiace, di alcuni ragionamenti non riesco a risalire alla persona che me li ha esposti. Voglio inoltre complimentarmi con tutti coloro che sono arrivati in fondo, non era facile, ma spero di essere stato il più chiaro e dettagliato possibile, di non aver lasciato ambiguità e nulla al caso.

Vi lascio con alcuni documenti interessanti sui referendum per chi ancora non avesse deciso:

http://www.pietroichino.it/?p=15095 http://www.pietroichino.it/?p=13932 http://www.pietroichino.it/?p=14999

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002313.html

http://www.ilpost.it/2011/06/03/guida-ai-referendum-abrogativi/2/

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/21/news/battaglia_acqua-11473779/

http://www.thepostinternazionale.it/

http://qdr.elog.it/2011/4/26/11_marattin.aspx

PS. Sui referendum a Milano 5 SI.


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