Le mie prime pubblicazioni

Amici, niente di eccezionale, ma mi hanno pubblicato due paper sul Journal of Political Inquiry.

Uno è un paper che farebbe arrabbiare molto Pippo Civati: insomma, si dimostra, usando un modellino di negoziazione (the sequential negotiation model), che date le preferenze di Bersani, Berlusconi e Grillo, dopo le elezioni del febbraio 2013, l’esito del governo Letta fu, essenzialmente, inevitabile. Il titolo è “THE ITALIAN 2013 GENERAL ELECTIONS: Using the Sequential Negotiation Model to Understand the Outcomes

Nell’altro, si applica il modello di Selectorate Theory di Bueno de Mesquita et al., per cercare di capire per quale motivo Milano, socialista fino al 1993, si è poi rivolta a sindaci conservatori, per poi tornare nel 2011 ad eleggere un sindaco di centrosinistra, Giuliano Pisapia. Il pezzo, potrebbe servire al sindaco di Milano, per capire cosa non fare se nel 2016 vuole essere rieletto.Il titolo è “POWER SHIFTS IN THE CITY OF MILAN: An Analysis Using Selectorate Theory“.

Qui, trovate l’edizione completa della primavera 2014, e qui il link al sito del JPI.

 

Campaigns are about the future: L’Italia, il PD, Civati e JFK

Nei paesi di tutto il mondo le campagne elettorali sono “about the future”: il passato conta pochissimo. Quello che è importante, per qualsiasi politico, di destra, centro o sinistra, che stia correndo per la presidenza degli Stati Uniti o per diventare consigliere comunale in un paesino di provincia, è dimostrare di avere una visione per quello che è il domani.

Si tratta di un concetto talmente banale e semplice, che qualsiasi consulente politico sarebbe in grado di capirlo. Ma non in Italia, non da noi.

In Italia, le elezioni sono un dibattito tra chi pensa che sia necessario tornare al ’94 e chi pensa che si debba tornare al ’96. Anzi chi è ossessionato dal ’94 e Berlusconi o dal ’96 e da Romano Prodi.

Così ci troviamo a parlare di Forza Italia e Alleanza Nazionale, mentre Pippo Civati, o meglio chi gli consiglia -male, male, male- cosa fare in questa campagna elettorale, ci propina manifesti dell’Ulivo del ’96 per la sua campagna alla segreteria del Partito Democratico.

Sono di Giuseppe Civati i manifesti, identici a quelli della campagna elettorale di Romano Prodi con l’Ulivo del 1996, comparsi a Bologna da lunedì scatenando le più diverse ipotesi su quasi tutti gli schieramenti politici.

Questo mi fa pensare.

Mi fa pensare che da vent’anni la sinistra non riesce a fare il “framing” del dibattito nei propri termini. Essi, infatti, vengono sempre decisi da Berlusconi, che lo imposta su certi canali e su alcuni concetti e noi lo seguiamo. Così, sentiamo persone parlare dei DS, con occhi sognanti, La Russa sta ricreando Alleanza Nazionale e l’argomento con cui aprono i giornali da giorni è “chi aderisce a Forza Italia”. Emancipiamoci! Lo sapete quando è stata l’unica volta che le cose sono andate diversamente? L’unica volta che noi abbiamo dettato l’agenda politica? La risposta è: quando è nato il Partito Democratico. Quando è nato il primo partito post-ideologico, riformista e progressista nella storia della sinistra italiana, sulle parole di Veltroni al Lingotto. Quel partito, rimasto incompiuto, che parlava di bipolarismo, di vocazione maggioritaria, che parlava, diciamolo pure, oggi, a distanza di 50 anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, di valori “democratici”. Allora furono gli altri a doversi adattare, furono gli altri a dover abbandonare i vecchi partiti e crearne uno nuovo. Oggi è tornato tutto normale e siamo noi ad adattarci. Certo dare una visione del futuro è più difficile, ma ad essere coraggiosi, prima o poi, si raccolgono i dividendi.

Un’altra valutazione da fare è che non può  sorprendere che sia stato Pippo Civati a tirare fuori questi manifesti del ’96. Non deve sorprendere non solo perché, da mesi, Pippo parla quasi esclusivamente di Prodi e prova ancora a convincerci, contro ogni legge aritmetica, che un governo “del cambiamento” con Beppe Grillo fosse possibile, ma anche e soprattutto perché non è la prima volta che Pippo preferisce guardare al passato, per trovare soluzioni ai problemi più grossi del paese. Inoltre, mi duole dover dire che, la sua, è una campagna che, pur potendo contare su vivaci e rispettabilissimi volontari, molti dei quali cari amici, che credono davvero in Pippo e nel suo modo di vedere le cose, sconta il problema di una mancanza grossissima di professionalità in chi la gestisce.

Provo a giustificare queste due critiche, anche pesanti che rivolgo a Pippo.

Quando dico che Civati preferisce guardare indietro rispetto che avanti sulle grandi questioni mi riferisco, per esempio, alla legge elettorale e alla sua campagna per “tornare al mattarellum”. L’Italia, dunque, non è solo il paese che torna ai partiti di vent’anni fa, in cui si parla del passato e non del futuro, ma anche l’unico esempio di paese dove politici che si definiscono riformisti predicano una sorta di “riformismo a gambero”. Quindi, al posto che avere il coraggio di dire che bisogna fare una riforma elettorale come si deve, al posto che avere il coraggio di dire che per fare una legge elettorale come si deve, va riformata contingentemente la costituzione e l’assetto istituzionale del paese, Pippo (e molti altri, come lui, senza dubbio) ci dicono “intanto torniamo al Mattarellum”, poi faremo le riforme, nel classico accontentarsi del “meno peggio” della pavida sinistra italiana. Stiamo attenti: se torniamo al Mattarellum ce lo teniamo per almeno altri vent’anni, vista la celerità del fare riforme in Italia e io non sono sicuro che votare nuovamente con il porcellum comporti danni maggiori rispetto al precedente che si crea con questo modo mediocre di fare politica.

Giustifico anche la critica a chi gestisce la sua campagna. Mi spiace, ma chi si occupa per professione di campagne elettorali non potrebbe mai accettare un “messaggio” che guarda al passato, di questo tipo. Come non potrebbe mai accettare una campagna su twitter, lanciata dal candidato, per insultare il proprio candidato, per quanto ironico sia il suo intento. La campagna #InsultaCivati è un errore da seconda elementare, per chi è del mestiere. Avrei altri esempi, ma forse non è il caso di infierire, quello che è certo è che non basta un sito figo e la barra del fundraising per fare una campagna “americana”. La sicura risposta che arriverà da quelle parti a queste critiche sarà “eh perché, il tuo candidato, invece?”, dico subito che essa non meriterà spazio ed attenzioni.

Concludo: in questo periodo, in America raccontano JFK. Recentemente, ho visto il primo documentario mai fatto su una campagna elettorale, “Primary”, che mostra la competizione nel 1960, la prima intesa come primaria in senso moderno, tra Kennedy e Hubert Humphrey. Ho anche appena finito di leggere il libro “The Making of the President-1960″, di Theodore H. White, sulla campagna tra Kennedy e Nixon. JFK vinse entrambe quelle competizioni perché non solo rappresentava una ventata di ossigeno e aria fresca nella scena politica americana, ma anche e soprattutto perché ha avuto il coraggio di dare una visione convincente per il futuro, in un momento molto difficile della situazione politica internazionale, e perché è stato in grado di unire, non solo a parole o per slogan.

Ecco. Siccome, dopo tutto, a Civati voglio bene, mi chiedo e gli chiedo: che Partito Democartico vuoi? Un partito coraggioso che guarda al futuro o un partito triste che guarda con nostalgia al passato? Mi chiedo e gli chiedo: non è forse il caso di chiedere conto a chi gestisce la tua campagna del fatto che tra gli iscritti hai preso in percentuale poco più di Marino e in totale meno voti di Marino nel 2009? E, a ben vedere, perché non valuti se ha davvero senso questa campagna interamente impostata per essere minoritaria fatta con l’obiettivo di prendere qualche voto di militanti di sinistra delusi e nostalgici, ma che non ti permette di presentarti per quello che sei? Il vero “candidato nuovo” in questa campagna elettorale, quello che poteva rappresentare la ventata di aria fresca e che poteva avere il coraggio di essere il candidato riformista, il “nuovo che unisce”. Perché oggi, per molti, non lo sei. Ma forse, ti va bene così.

Diseducati al confronto

I “college democrats” e i “college republicans” di NYU faranno un dibattito. Si incontreranno per discutere di fracking, affordable care act, government shutdown e altre tematiche specifiche nell’aula magna dell’università. Si parla di contenuti. E solo di contenuti. Non c’e` un’elezione in ballo, non c’e` da vincere una platea. C’e` solo confronto civile tra le parti, anche ai livelli più “bassi” della politica.

Ora pensateci bene. Pensate bene quante volte nella vostre università le organizzazioni politiche che “animano” i vostri atenei hanno fatto iniziative simili per stimolare il confronto; anzi, pensate solo al livello del confronto tra parti politiche opposte (o anche tra persone della stessa parte) nelle università italiane. Si sentono solo slogan e frasi fatte, si parla di massimi sistemi e mai, dico mai una volta, si entra nello specifico dei “famosi contenuti”.

Pensate, poi, al livello del confronto politico italiano in generale. Quello che leggiamo sui giornali e vediamo alla televisione; perché no, quello sui social network. Non si parla mai di soluzioni ai problemi o argomentazioni sulle posizioni delle parti in campo, benché tutti si riempiano la bocca proprio di frasi fatte a riguardo. Si parla, invece, sempre di altro: di gossip, principalmente, ma anche di simpatie, antipatie… cose così.
Basta solo vedere quanto sia difficile organizzare un dibattito tra i candidati alla premiership, tutte le volte (in Italia, nel 2008 e nel 2013 non c’e` neppure stato). O anche solo quanto sia difficile parlare di contenuti al congresso del PD, dove tutto sembra essere “Renzi si, Renzi no, Renzi forse”. Neanche “perché Renzi si, perché Renzi no, perché Renzi forse”.

Si tratta di una questione di educazione al confronto civile tra le parti. Educazione al confronto sui contenuti. Educazione che a noi manca totalmente, a destra come a sinistra.

Siamo diseducati a discutere di queste cose qui. Sopportiamo collettivi urlanti, con i loro deliranti volantini pieni di verità assolute, arroganti accuse e grida di sdegno e pensiamo che da giovani la politica sia quella roba li`. O pensiamo che lo siano i Giovani Democratici dove, alle volte, neanche il dibattito interno riesce ad essere un civile e sereno confronto sui contenuti. Non parliamo poi del livello del dibattito interno nel M5S o nel PdL e di come si confrontano con le parti politiche rivali. L’Italia è un paese dove il dibattito sportivo è più evoluto di quello politico, a momenti!

Forse un giorno impareremo. Nel frattempo godetevi questo ultimo mese di congresso del Partito Democratico, sarà una meraviglia. Scopriremo la nazionalità della donna delle pulizie di Pittella, ci scandalizzeremo per il colore dei maglioni di Cuperlo, apriremo un dibattito sul nome dei gatti di Civati e verificheremo se quel proto-liberista di Renzi si mette le mani nel naso quando nessuno guarda.

Ne usciremo sicuramente una democrazia migliore.

Diventa anche tu un giornalista del New York Times!

Il NYT recentemente ha pubblicato un pezzo in cui dice che se uno vuole può mandargli degli elaborati e, se rispettano alcuni criteri, li pubblicheranno tra i loro editoriali.
Questa iniziativa e` molto bella e interessante, spesso vengono pubblicate cose di altissima qualità. Peraltro, il pezzo linkato qui, in cui vengono spiegati i criteri per un buon articolo d’opinione, e` bellissimo e praticamente un corso di “Journalism 101″. Spiega sostanzialmente come si dovrebbe fare giornalismo e cosa vuol dire “scrivere per informare, comunicare e intrattenere”.

Ora leggete i criteri dei pezzi del NYT e leggete il NYT. Poi leggete un articolo qualunque, su un qualunque quotidiano italiano, tolte alcune rare eccezioni, come i pezzi del Post, ad esempio. La cura al dettaglio, la professionalità, la serietà con cui viene trattata ogni cosa appaia sul giornale, cartaceo e online.

Ecco, insomma, vedi queste cose e poi ti ricordi che da noi la Gabanelli, Santoro e la Annunziata sono grandi giornalisti. Ezio Mauro e Ferruccio de Bortoli fanno giornali di qualità. Pippo Civati scrive 70 pagine di documento per presentare la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico e chi lo vota se ne vanta, come se scrivere molto volesse dire scrivere bene o scrivere cose sensate (“Most pieces we publish are between 400 and 1200 words. They can be longer when they arrive, but not so long that they’re traumatizing.”). E va bene che un Op-Ed non e` una mozione congressuale, ma scrivere cose not-so-long-that-they’re-traumatizing dovrebbe valere sempre e comunque. Detto da un giornale in cui il pezzo medio e` spesso lungo il doppio dei pezzi in Italia, peraltro.

Ecco, insomma, poi capisci la recessione. Poi capisci “Scilipoti”. Poi capisci molte cose.

Europeisti, ma ogni tanto

Il caso Telecom ha reso ancora più netta una sensazione che ho da tempo, ormai. La popolazione italiana non è per nulla europeista. Anche a sinistra.

Certo, a parole lo sono tutti, ma se analizziamo bene la questione vediamo che sulla vicenda Telecom si è scatenata una macchina da guerra di nazionalismo patriottico che fa paura. Fa molta paura.

Non ho intenzione di esprimere il mio giudizio su come sia stata privatizzata Telecom, alla fine del secolo scorso, e neppure su quanto penso delle privatizzazioni in generale, quella è materia per un altro post, quello che voglio contestare qui ora è l’avversione verso l’ipotesi che una grande società italiana sia acquistata da stranieri.

In questo caso, gli stranieri sarebbero peraltro gli spagnoli di Telefonica. Ora, oltre al fatto che spesso diciamo che è necessario attrarre capitali stranieri in Italia, per rilanciare la nostra economia, mi lascia estremamente perplesso e deluso il non riconoscere gli spagnoli come quello che sono, europei come noi.

La Spagna è paese membro dell’Unione Europea. Con i rappresentanti spagnoli nelle istituzioni europee mediamo tutti i giorni in termini di legislazione comunitaria. Vi ricordo, in caso ve lo stiate dimenticando, che la Spagna usa la nostra STESSA moneta!

Ora io capisco, pur non condividendole, le critiche alla privatizzazione dei gioielli (di latta) nazionali, ma non posso sopportare il nazionalismo e l’ipocrisia.

Solo qualche anno fa ci siamo ritrovati in una situazione simile con Alitalia. Il copione fu lo stesso: una azienda straniera voleva acquistare una storica società italiana sulla via del fallimento, Alitalia appunto, per 1.5mld, ma le fu sostanzialmente impedito di farlo in nome dell’italianità, come ricorda bene questo articolo del Sole 24 Ore. Il risultato? Oggi, Air France acquisterà probabilmente la stessa società per circa 300 milioni di euro, un quinto di quanto era disposta a spendere solo 5 anni fa. Di quel quinto peraltro, nulla entrerà nelle casse dello stato, diversamente da quanto sarebbe successo nel 2008 (Grazie Silvio, by the way).

In ogni caso, anche allora il popolo Italico, di mare e di terra, si sollevava in difesa della compagnia di bandiera, che “doveva rimanere italiana”, quando, peraltro, argomentazioni molto più serie contro un eventuale acquisto di Alitalia da parte di Air France, pur non trovandomi lo stesso d’accordo, ci sarebbero state e ci sono ancora.

Insomma, con che faccia potete dirvi europeisti? Con che faccia potete ancora invocare investimenti stranieri quando tutte le sante volte che qualcuno decide di iniettare denaro straniero nella nostra economia vi scatenate in un orgoglio patriottico che neanche per la finale dei mondiali?

Mi hanno molto deluso alcuni amici di sinistra, su questa cosa. Mi ha deluso ancora di più Pippo Civati, candidato alla segreteria del Partito Democratico su una piattaforma europeista, che scrive sul suo blog frasi come questa:

Fatto. Si sono venduti anche Telecom. A Telefonica, sì a quegli spagnoli che teoricamente dovrebbero stare peggio di noi, ma trovano le risorse per consolidarsi nei settori strategici. Ora, nessun operatore italiano nella telefonia. Se la sono venduta con tutte le attività estere in Sud America.

Ora ripeto: se siete contro le privatizzazioni in generale io vi capisco, sono opinioni legittime. Ma nel momento in cui si privatizza, che si parli di soldi che vengono da Palermo o dalla Cina a me non interessa nulla e non dovrebbe interessare neanche a voi. Mi interessa, peraltro, ancora meno se si tratta di soldi in euro, che vengono dall’altra parte del mediterraneo da un paese con il quale stiamo costruendo insieme il nostro futuro in Europa.

Se non siete d’accordo, affrontate la triste realtà: siete nazionalisti. Vi aggiungerete alla Destra di Storace, ai Comunisti di Ferrero o a Beppe Grillo, nell’alveo degli antieuropeisti spinti. Basta saperlo. (Prima del congresso, magari).

 

 

De “gli stipendi dei manager pubblici”

Siccome penso che in tutto questo chiacchiericcio sul nulla si perda davvero tempo e non si discuta di cose serie mi fa molto piacere che Pippo Civati abbia appena presentato sul suo blog una proposta concreta, insieme Filippo Taddei, e vorrei discuterne (magari anche con loro), perché la politica è, prima di tutto dibattito su queste cose, non tutto quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Quindi, cosa propongono Civati e Taddei?

La proposta è semplice: nessun dipendente pubblico dovrà percepire uno stipendio annuale superiore a quello del Presidente della Repubblica. Il tetto del Quirinale, dove sventolano le nostre bandiere, insomma, non dovrà in nessun caso essere superato. E il tetto non è basso: sono circa 230.000 euro all’anno, una cifra considerevole, che è però superata da numerosi pubblici amministratori e manager delle aziende che lo Stato controlla.

Ecco, io non sono propriamente d’accordo. Penso che questo sia uno dei classici casi in cui una proposta che può sembrare di buon senso e che appare davvero ragionevole in linea di principio, nella pratica non raggiunga gli effetti positivi sperati.

Mi spiego meglio: cosa ci auguriamo noi dalla nostra pubblica amministrazione? Spero (e penso sia un’opinione diffusa e condivisa) che la risposta sia che vogliamo una pubblica amministrazione ben amministrata, e scusate il gioco di parole, quindi che funzioni bene.

Ho avuto bisogno di esplicitare questo concetto perché ritengo che la proposta da loro fatta non ci porti più vicini a quell’obiettivo.

Mi spiego meglio: partendo dal principio che le società private siano libere, volenti o nolenti, di stipendiare i propri manager a proprio piacimento e che mediamente un top manager di una grande società privata prende almeno un ordine di grandezza in più di 230.000 euro annui (qui un grafico recente del Corriere della Sera), penso che se la pubblica amministrazione voglia davvero competere con le società private per i migliori manager in giro, pagar loro al massimo 230.000 euro non le consenta di fare ciò.

Mi rendo conto dell’obiezione più immediata al mio pensiero: i manager più pagati non sono necessariamente i più bravi. Penso che il problema stia tutto nel “necessariamente”: è vero che non è necessariamente così ed è vero che ci sono grandi manager di società private o pubbliche, specie in Italia, che valgono molto poco, ma è altrettanto vero che spesso le cose non stanno così e che se i manager guadagnano tanto è per una semplice legge del mercato legata alla domanda e all’offerta di manager bravi. Per contendere quei manager bravi ai privati, gli stipendi devono essere in linea con il mercato. Altrimenti finisce come quelle squadre di calcio che perdono i grandi giocatori perché all’estero offrono stipendi più alti: quelle squadre non potranno mai ambire a vincere la Champions League.

Esiste, tuttavia, un altro grosso problema con i manager della Pubblica Amministrazione su cui si dovrebbe lavorare ed è quello del numero degli incarichi: penso che lo scandalo vero, molto più che quello legato agli stipendi, sia che esistano numerosi manager della pubblica amministrazione contemporaneamente impegnati anche in dozzine di altri incarichi in società pubbliche o private. Allora mi chiedo, e vi chiedo, non sarebbe meglio lavorare per una norma in tal senso? Qualcosa sulla falsa riga di: “noi vi paghiamo con stipendi competitivi, ma voi potete avere un solo incarico in società pubbliche o private”? Se sei Presidente dell’INPS, per dire, non potrai, da contratto, assumere altri incarichi. Se sei AD di ATM a Milano, per dire, quello può essere il tuo unico “lavoro”. Non garantisce questo migliori possibilità di avere una pubblica amministrazione efficiente rispetto ad una norma per abbassare il tetto degli stipendi?

Io penso di si.

Obama non è Matteo Orfini (e viceversa)

Matteo Orfini, responsabile nazionale alla cultura e informazione del Partito Democratico, compie oggi 38 anni (auguri) ed è ben avviato verso una brillante carriera politica: è tenuto in grande considerazione dai leader del PD di oggi e di ieri, D’Alema in primis, dice cose che piacciono molto all’elettorato post-comunista del partito ed è uno che ha idee e ricette per il futuro del partito e del paese, benché siano idee e ricette con cui spesso mi trovo in totale disaccordo.

Inoltre, Orfini si trova nella posizione, scomoda forse, di essere quello nuovo e relativamente giovane in mezzo ai vecchi, in un partito molto (forse troppo) spaccato dal punto di vista anagrafico. Per questo si trova spesso contrapposto sulle pagine dei giornali ad altri suoi quasi coetanei che questa segreteria non la sopportano proprio e che da questa segreteria non sono sopportati: Matteo Renzi e Pippo Civati, in primis ed in secundis.

Questa cosa ad Orfini ha creato notevole visibilità e gliene darà ancora di più durante la compagna elettorale per le primarie che saranno indette per scegliere il premier della coalizione di centrosinistra alle elezioni del 2013, ovvero nella sfida autunnale tra Bersani e Renzi.

A dimostrazione che la campagna elettorale per le primarie è già ben avviata lo dimostra questa intervista di Orfini rilasciata qualche giorno fa a Repubblica. I toni con cui si pone sono positivi, la sostanza di quello che dice, a mio parere meno, ma è molto positivo che proprio su alcune cose (liberalismo/liberismo, Renzi di destra oppure no, cos’è la sinistra oggi, agenda Monti e Europa, tra le tante) si abbia un’occasione per confrontarsi. Perché da troppo tempo in questo partito, che doveva essere una sintesi tra posizioni e storie differenzi, si è fatto tutt’altro, con qualcuno che rivendica un’identità post-ma-neanche-troppo-comunista (quella del partito precedente) e addirittura ha delegittimato le posizioni dell’altro, aka le posizioni anche mie, tacciandole come di destra, obsolete e non proprie del Partito Democratico (non Orfini in particolare, ma in un ufficio non troppo lontano dal suo nella sede del PD vi dico che è capitato). Quindi l’occasione per il confronto è veramente ghiotta.

Questa lunghissima premessa mi è servita come preambolo per raccontare quello che è successo due sere fa su Facebook tra me e Matteo Orfini, niente di grave, si intende, ma a mio parere qualcosa di significativo.

Orfini pubblica sulla bacheca del suo profilo la sua intervista a Repubblica. Io dopo averla letta ho pubblicato un commento provocatorio ma evidentemente efficace, visto che Orfini ha risposto. Lo scambio, con anche la mia successiva risposta, lo trovate qui sotto.

Insomma, in sostanza al mio primo commento Orfini risponde che bisognerebbe discutere della differenza tra liberismo e liberalismo, ma che non è il momento o la sede di farlo. A questa risponda, obietto che, invece bisognerebbe si sarebbe dovuto parlarne proprio in quel momento e in quella sede e gli pongo delle domande precise a cui segue questa risposta (poi la mia replica):

Replica di Orfini e la mia:

La discussione poi è proseguita (qui) senza ulteriori contributi da parte del sottoscritto o di Matteo Orfini (fatta eccezione per un commento mio non pertinente a quello che chiedevo ad Orfini e uno di Orfini non pertinente a quello che chiedevo io).

Altri hanno provato a sollecitare risposte nel merito dei fatti ma hanno anch’essi fallito.

Quello che pensavo sull’uso dei social network in politica si può ritrovare nei commenti pubblicati qui sopra e non mi ripeto. Quello che, però, mi ha spinto a scrivere questo post non è stata la volontà di fare un dispetto né  mettere in imbarazzo nessuno e neppure quella di lasciare intendere che i membri della segreteria siano perfidi e cattivi e non vogliano discutere con gli elettori. Lo voglio dire chiaramente, non credo che sia così, credo anzi che la voglia di confrontarsi ci sia, semplicemente non si è ancora capito come farlo. Credo anche che Orfini non abbia risposto non perché impaurito dall’idea della discussione aperta su fb e del disordine (che riconosco) che queste discussioni portano con sé, quanto piuttosto perché davvero ritiene che discussioni su temi come questi non si possano fare su su Facebook, ma che esse richiedano saggi, conferenze, professori e platee. E questo è un problema.

Eppure avrei, comunque, lasciato perdere, non avrei scritto nulla a riguardo di questa vicenda, se non fosse che meno di 24 ore dopo questo mio scambio con Orfini, Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America, in campagna elettorale per la rielezione, si è messo al computer e ha risposto alle domande che gli utenti gli ponevano su Reddit, facendo esattamente quello che proponevo io ad Orfini su Facebook. Qui il link alla discussione con Obama.

L’esperimento di Obama ha funzionato in parte, il traffico verso Reddit quando si è sparsa la notizia che per un’ora egli avrebbe risposto a domande di persona ha mandato in crash i server del sito (non credo che lo stesso sarebbe successo nel caso ci fossimo messi a discutere con Orfini) e in molti si sono lamentati perché Obama non è riuscito a rispondere a tutte (e neanche a molte) delle domande che gli venivano poste.

Eppure a me questo tutto dice qualcosa. Sul PD, sull’Italia, su Obama e in particolare su come si dovrebbe fare politica nel 2012.

Mi farebbe piacere una replica di Matteo Orfini, anche domani, che oggi, come detto, è il suo compleanno.

 

Primarie ora, primarie subito

Le primarie per i parlamentari sono la soluzione migliore per aggirare il Porcellum, la peggior legge elettorale del mondo occidentale. Noi ci siamo stufati di avere un parlamento di nominati perché, come abbiamo visto in questi giorni, le persone che siedono in parlamento sono (o dovrebbero essere) più di meri schiacciatasti e cambiano le sorti di governi e legislature.

Prossima Italia e Pippo Civati (ma anche Renzi e molti altri) chiedono ai dirigenti del PD che i nostri parlamentari siano scelti dagli elettori e non dalla segreteria (qualunque essa sia) nelle stanze dei palazzi romani.

Se sostenete questa proposta ora é possibile firmare l’appello anche su internet, qui. Fatelo, gioca solo a vostro favore (e se non lo fate, poi pero` non lamentatevi).

Cosa sarebbe potuto essere se…

…nel 2008 avessimo vinto noi e non loro.

…nel 2009 non avessimo linciato il segretario del partito.

…nel 2010 avessimo fatto opposizione come si deve e portato il paese a nuove elezioni.

…nel 2011 lottassimo con forza per un nuovo paese, piuttosto che piangerci addosso, tutti.

ecco poteva essere, oggi, questo governo:

E poi : un nuovo patto del lavoro che, secondo la proposta Ichino, giustizi la precarietà e elevi la produttività, una riforma fiscale che contrasti l’evasione in un contesto di “pagare meno, pagare tutti”. La rinuncia all’idea che lo Stato debba fare tutto e la fiducia nelle risorse sociali diffuse da attivare in un contesto di sussidiarietà, la fine della occupazione partitica della Rai e delle aziende locali, l’una affidata a meccanismi tipo Bankitalia e le altre ad un mercato regolato e orientato a valorizzare forze produttive innovative. Il dimezzamento da subito dei parlamentari e un sistema elettorale bipolare e uninominale , lo snellimento radicale di tutta la diffusa “professionalizzazione” della politica oggi smisuratamente più grande che nel passato. Partiti più lievi possono ritrovare il senso della loro passione ed essere più aperti, come da progetto originale del Pd. E poi la fine delle scandalose retribuzioni e liquidazioni di manager pubblici e privati, la lotta contro ogni forma di corruzione e contro quei poteri criminali che irrompono tra le maglie di una crisi economica forte e di uno Stato debole. Giustizia più rapida, meno carcere, diritto di voto agli immigrati per le amministrative, norme di sostegno al lavoro delle donne e alle politiche familiari. Scelta netta per gli Stati Uniti d’Europa e l’elezione diretta del loro Presidente , più forti politiche comuni di difesa e di bilancio, a cominciare dagli eurobond. Diritti dei gay , a cominciare dalle unioni civili, e scelta netta per le energie rinnovabili, defiscalizzazione dei contributi privati per ricerca e cultura e investimento pubblico forte e selettivo su scuola e università. E poi individuazione delle dieci opere strutturali fondamentali per il paese e affidamento del potere di realizzazione a persone oneste e stimate che possano definire tempi certi e regole per la loro realizzazione. Non manovre ogni sei mesi, ma riforme. Per spezzare il più pericoloso elemento di continuità della storia italiana: l’immobilismo rissoso.

Invece abbiamo questo e questo. E non dite che sono tutti uguali. E non dite che se non abbiamo un governo che fa quelle cose li` la colpa e` del controllo delle televisioni da parte di Berlusconi. E non dite che e` colpa degli Italiani, che sono ignoranti. E non dite che e` colpa del “ma anche”. Dite che e` colpa nostra, principalmente nostra, iscritti, militanti e politicanti del Partito Democratico. Si perché anche oggi, a distanza di anni quando abbiamo fondato il partito per fare queste esatte cose c’è ancora chi, su un programma simile avrebbe da dire su ognuno di questi punti. Molti di loro, peraltro, compongono la segreteria del partito.

E, sono d’accordo che la lettera ad un giornale, come forma di comunicazione ha un po’ stufato e sono d’accordo che Veltroni, in prima persona non e` più presentabile (ma non e` il punto, se Bersani dice di sostenere questo programma per me non ci sono problemi), ma, come d’altro canto dice Pippo, per favore, date un chance alle idee, a queste idee e dateci una mano a portarle avanzi, senza se, senza ma e, queste si, senza “ma anche”.

Oggi Milano, Domani l’Italia

Si perché di questa gente proprio non ne posso più. Ci vuole un cambiamento vero, ci vuole la fine della seconda repubblica, ci vogliono politici responsabili e capaci. Tutto quello che la destra di oggi dimostra di non essere, in questi ultimi giorni più che mai.

Borghezio: per me Mladic è un patriota: «Non ho visto le prove, i patrioti sono patrioti e per me Mladic è un patriota. Quelle che gli rivolgono sono accuse politiche. Sarebbe bene fare processo equo, ma del Tribunale dell’Aja ho una fiducia di poco superiore allo zero» ha detto l’eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio…

(hat tip: Ciwati)