Una cosa di sinistra

febbraio 20, 2012

Pietro Ichino suggerisce di riformare il sistema odierno degli ammortizzatori sociali e cambiare radicalmente il funzionamento della Cassa integrazione, di cui oggi si fa un improprio abuso e che non riesce a risolvere il problema a lungo termine di chi perde il lavoro. Questo non perché la Cassa integrazione sia inutile in termini assoluti, ma proprio perché se ne fa un uso improprio. Ichino dice:

  Invece, ogni volta che si verifica una crisi aziendale con necessità di ridurre il personale o addirittura chiudere l’unità produttiva, la prima misura che tutti immancabilmente concordano di adottare è la Cassa integrazione; in questo modo si fa il danno dei lavoratori, perché li si tiene legati a un’impresa che non potrà più dare loro lavoro. Si congela la situazione senza affrontare il problema; anzi lo si aggrava, perché è dimostrato che, quanto più lungo è stato il periodo di inattività del lavoratore dopo la perdita del posto, tanto più è difficile ricollocarlo.

Come dargli torto? Ichino suggerisce, quindi, uno strumento efficace per risolvere il problema, ovvero un sussidio alla disoccupazione:

A chi perde il posto occorre dare un sostegno del reddito anche più robusto di quello offerto dalla Cassa integrazione: la proposta è di aumentare la copertura dell’ultima retribuzione al 90 per cento per il primo anno e alzare il “tetto” mensile a 3000 euro. Ma questo intervento deve essere coniugato con un’assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione e deve essere condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore.

Un sistema di questo tipo è stato provato essere efficace in altri paesi d’Europa, permetterebbe ai lavoratori di cercare lavoro con relativa tranquillità e renderebbe possibile un mercato del lavoro più flessibile di quello attuale, cosa che favorirebbe investimenti stranieri e assunzioni, togliendo molti giovani lavoratori dallo stato di semi-schiavitù in cui si trovano oggi.

Perché questa proposta, che è una proposta di sinistra (tutele e aiuti dello stato nei momenti di difficoltà non sono esattamente mantra di destra), non viene portata avanti dai partiti si sinistra e centrosinistra italiani? Perché noi siamo fermi a parlare dell’articolo 18, come se il dibattito si limitasse ad esso e come se parlarne e mettere in discussione le attuali dinamiche del mercato del lavoro fosse un diabolico piano di cattivi neoliberisti antagonisti dei lavoratori e un “nemici del popolo” per licenziare tutti incondizionatamente. Vengono peraltro usati strumenti di delegittimazione e falsi ideologici come quelli che abbiamo visto usare (non a caso più o meno dagli stessi individui) nella campagna referendaria di giugno, circa i servizi idrici. La tattica è sempre la stessa: semplifichiamo la questione al massimo, riduciamola a slogan spiccioli e populisti che tutti possono capire e poi diciamo che chi vuole riformare è uno “stronzo” in mala fede, che vuole il male degli altri (e che magari dice certe cose per favorire i propri interessi): sembra esserci un’invasione dall’800 di homines oeconomici.

Non è vero, non è cosi`. E la prova di ciò è che mentre Fassina, Camusso, Landini e tanti altri individui si riempiono la bocca di belle parole o favole anacronistiche (diritti e uguaglianza o posto fisso) senza spiegarci come arrivare ad una vita dignitosa, come ridurre la disoccupazione giovanile, come ridare lavoro a chi l’ha perso e soprattutto come raggiungere una società più equa o come sia sostenibile economicamente una società di soli posti fissi, altri, senza tabù e prigioni ideologiche, cercando di ignorare i carabinieri dottrinali di turno, fanno proposte concrete su come uscire dalla drammatica situazione attuale (perché sembra quasi, a sentire la Camusso, che oggi vada tutto bene, che nulla debba cambiare). E lo fanno con proposte che SONO DI SINISTRA: perché, e lo voglio ribadire, il sussidio di disoccupazione è presente in qualunque “welfare state” d’Europa, non certo per volontà dei partiti conservatori.

Allora, forse è il caso di chiedersi chi siano i riformisti e i progressisti e chi i veri conservatori italiani. A me pare evidente e mi pare francamente inaccettabile l’immobilismo imposto dal più basso populismo e dall’insopportabile arroganza di chi crede di avere sempre ragione, di chi non mette mai in dubbio le proprie opinioni, di chi vende ricette facili e prive di sacrifici verso la felicità e verso una vita dignitosa. Chiudo quindi con una citazione di Erich Fried che mi pare calzi a pennello

“He who wants the world to remain as it is, doesn’t want it to remain at all”.

Erich Fried


#liberalizIT

gennaio 11, 2012

Diffondiamo questo nuovo hashtag su Twitter. Perché l’Italia ha bisogno di liberalizzazioni, perché liberalizzare è di sinistra, perché vuol dire tutelare gli interessi di tutti contro gli interessi particolari di pochi.

Bisogna liberalizzare in Italia, perché la tracotanza di certe categorie non è più accettabile, perché  le file fuori dall’aeroporto da noi non ci sono perché c’è troppa gente che atterra, ma perché ci sono pochi taxi. Bisogna liberalizzare, perché pagare meno la benzina e l’energia è meglio che pagarla di più. Perché permettere a tutti di ricevere una consulenza legale senza dover pagare una tariffa minima dovrebbe essere un sacrosanto diritto. Bisogna liberalizzare perché solo da noi i farmaci costano di più e le farmacie sono poche (e aperte poco). Bisogna liberalizzare, perché un paese libero è un paese che se uno vuole tagliarsi i capelli alle 23:00 deve poterlo fare e, soprattutto, se uno vuole tagliarti i capelli alle 23:00 deve essere libero di farlo. Bisogna liberalizzare perché non è possibile nè accettabile che per scrivere su un giornale uno debba ottenere una licenza.

Insomma, bisogna liberalizzare perché è giusto. E perché conviene. A tutti. All’Italia.

#liberalizIT (oggi o mai più)


Una risposta “cool” da uno che propone cose “trendy”

dicembre 13, 2011

Stefano,
dal tuo articolo sull’Unita`(da leggere prima di leggere la risposta), sembra emergere che provare a dare lavoro ai giovani e preoccuparsi della cosa sia solo “trendy”, un vezzo che non ci possiamo permettere. Quasi non fosse un problema reale, quel 30% abbondante di disoccupazione giovanile. Tanto i giovani possono stare a casa di mamma e papa` fino a 35 anni, non e` mica la fine del mondo! Queste sono esattamente le cose che accendono gli animi e creano conflitto generazionale e politico. Questi toni, poi, sono semplicemente inutili. Sminuire cosi` i problemi di noi giovani e` un insulto che dal responsabile economico del mio partito non accetto.
I problemi dei giovani e del lavoro, di noi giovani, non sono trendy e non sono cool e chi se ne preoccupa non va schernito. Sono i problemi di una generazione che, diversamente dalla tua, non può permettersi di giocare a fare la generazione rivoluzionaria con i soldi di mamma e papa`. Di una generazione che, diversamente dalla tua, non andrà in pensione a 67 anni, ma a 75, se mai ci arriverà, alla pensione. Di una generazione che si e` stufata di sentirsi dire da altri, come devono essere fatte le cose, secondo paradigmi che non solo non ci piacciono, ma evidentemente neanche ci interessano.

Inoltre, a me non risulta che siamo in questa crisi per l’eccesso di neoliberismo in Italia. Per esempio, tu vedi concorrenza da qualche parte? O che ne so, vedi maggiore competitività? O vedi riforme utili alla crescita da qualche parte? Le hai mai viste? No perché io vedo, per esempio, corporazioni medievali, gli ordini professionali, che governano il paese (non esattamente capisaldi neoliberisti), vedo monopoli nei trasporti (tolto quello aereo, che infatti, grazie a concorrenza permette di viaggiare a Londra andata-ritorno con meno di 50 euro, pero` non sento tanta gente protestare, anzi vedo molti consumatori soddisfatti), vedo uno stato che non sa riformare, abbiamo assistito per decenni a politiche del debito e degli sprechi, non esattamente politiche neoliberiste, che pero` sono causa principe della situazione in cui siamo, ho visto per anni comuni che potevano spendere a piacere e senza vincoli, bastava mandare il conto a Roma, non vedo liberalizzazioni da nessuna parte (eccetto quelle che abbiamo fatto noi, grazie al Nostro segretario); insomma vedo che in Italia, di politiche liberali o liberiste, ne abbiamo adottate ben poche. Eppure non mi sembra che oggi navighiamo nell’oro.

Quindi, articoli come quello tuo sull’Unita`, non solo sono offensivi, per come sminuiscono un problema enorme, quello del lavoro dei giovani, ma sono anche faziosi, perché presentano a lettori che sono mediamente “economicamente ignoranti” e tendenzialmente “aprioristicamente favorevoli a quello che dici” tesi ben espresse e, all’apparenza, molto convincenti. Come quando dici che “il Fmi qualche mese fa abbia radicalmente confutato le loro tesi (intese come le tesi “neoliberiste” di Giavazzi e Alesina)”, frase che non e` supportata dal alcuna “prova” e che, detta cosi`, sa solo di intellettualmente disonesto.

Ora, io non voglio creare ulteriore conflitto, le soluzioni che proponi sono perlopiù accettabili: sostegno alla crescita (cosa che peraltro sostengono anche i tanto vituperati Giavazzi e Alesina), un’Europa più forte ed unita anche dal punto di vista politico (io, figurarsi, sono federalista europeo), la BCE prestatore di ultima istanza, un solo grande istituto europeo di vigilanza, federalismo fiscale (vero) e, ragionandoci bene, anche gli eurobond, se fatti con certi vincoli, possono andare. Ma, quello che dovrebbe farti riflettere e` che molti liberali (quelli che tu chiami neo-liberisti tatcheriani) pensano le stesse cose o cose simili. Insomma possiamo discutere e trovarci. Ma i tuoi toni non aiutano, anzi aiutano solo a fomentare gli ultras della politica. E questo non va bene per il PD, per l’Italia e per l’Europa.

Elia Francesco Nigris

p.s. Stefano e` Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico


I giovani e le pensioni

ottobre 9, 2011

Io penso che il discorso sulle pensioni e il mercato del lavoro sia oggi la vera differenza tra il vecchio e il nuovo e la vera sfida della sinistra. Perché la sinistra e` sempre stata la parte dell’uguaglianza (non lo dico io, lo dice Bobbio, lo dicono in tanti), anche se in passato, forse, non si e` sempre ben inquadrato cosa fosse l’uguaglianza.

Ad ogni modo, uguaglianza è, secondo me, il diritto sacrosanto di partite tutti con le stesse opportunità: è la partenza che conta, non l’arrivo. Quello che la sinistra e i sindacati hanno faticato a capire, nel corso della storia, non è stata, quindi, l’importanza e la centralità dell’uguaglianza nel discorso politico, ma il suo significato. Si è ignorato un concetto fondamentale: che non c’è uguaglianza senza merito.

Fatta questa premessa mi chiedo e chiedo a chi è più esperto di me. C’è uguaglianza in una nazione dove la maggior parte degli under40 sono disoccupati o sono precari e la maggior parte degli over40 ha un posso fisso, un contratto a tempo indeterminato e una pensione sicura? C’è uguaglianza in una nazione in cui il sindacato più importante del paese si preoccupa solo ed esclusivamente di preservare i diritti e i privilegi di chi e` iper-tutelato e si dimentica, letteralmente, dei giovani precari e disoccupati? Perché io mi ricordo molte manifestazioni per non alzare l’età pensionabile o per difendere i diritti degli statali, ma scioperi generali o manifestazioni nazionali indette sul problema del lavoro per i giovani ne ricordo molte meno. Di soluzioni soddisfacenti, invece, proprio nessuna.

Continuo: C’è uguaglianza in una nazione dove una generazione, che non arriverà mai alla pensione per un sistema previdenziale, insostenibile alla lunga (checché ne dica il Corriere), deve pagare (non lavorando) il lavoro di chi ce l’avrà? C’è uguaglianza in una nazione dove i diritti di alcuni sono iper-tutelati e diritti di altri completamente dimenticati? E soprattutto: c’è uguaglianza in una nazione dove una generazione, che non potrà permettersi le pensioni dei propri padri (e delle proprie madri), dei propri nonni (e delle proprie nonne), possibili solo grazie a politiche del debito assurde e sconsiderate, debba oggi ritrovarsi non solo a pagare quel debito, che danneggia l’economia del nostro paese e non permette di creare nuovo lavoro, ma debba anche ritrovarsi senza lavoro per colpa di esso? Siamo in un paese dove c’è uguaglianza?

Io chiedo al sindacato, ai sindacati: perché non si può accettare un mercato del lavoro più flessibile, in cui, é vero, sarebbe più facile essere licenziati, ma in cui sarebbe molto più facile essere assunti? Un mercato del lavoro in cui il precariato, nella forma umiliante in cui lo conosciamo, avrebbe finalmente fine? Perché io faccio notare che un mercato del lavoro più flessibile, accompagnato da un sussidio di disoccupazione sul modello belga, per esempio, non è sono europeo (in Europa è ovunque più flessibile che da noi e anche la Bce ci chiede di adattarci a questi standard), ma vuol dire anche scommettere su sé stessi e vuol dire tornare a far girare l’economia. Un mercato del lavoro più flessibile, poi, vuol dire premiare il merito: soprattutto per il sud è una grande opportunità.

Il posto fisso, noi under30, non ce l’avremo mai. Possiamo lamentarci oppure possiamo accettare che il mondo è cambiato e adattarci di conseguenza. Io scelgo di adattarmi; voglio competere con i miei coetanei per il posto che penso di meritare, per cui è mio diritto competere (ed è compito dello stato garantirmi il diritto di studio, per esempio, che mi permetta di poter competere per un determinato posto di lavoro), ma che non è mio diritto avere se c’è uno più bravo di me.

Quindi, chiedo al sindacato e a una parte di sinistra: oggi c’è uguaglianza tra giovani e meno giovani? Queste due categorie hanno gli stessi diritti e le stesse opportunità? Sono ugualmente tutelate e rappresentate?

E ancora, per quale motivo al mondo un giovane oggi dovrebbe non volere un mercato del lavoro più flessibile (visto che con un mercato del lavoro rigido lavoro non ne trova)? Per solidarietà e per osservanza dei prisci mores?

Noi giovani non vogliamo togliere il lavoro a chi è più anziano di noi, vorremmo solamente avere un lavoro, pure noi. Il sindacato si è sempre schierato, storicamente, con le classi più deboli. Si faccia un esame di coscienza e ci dica se è così anche oggi.

E la finiscono di dire che la nostra è solo una questione e una battaglia anagrafica: la nostra e una battaglia di merito e uguaglianza, due cose che in Italia non ci sono mai state e che vorremmo iniziare ad avere pure qui.


Cosa sarebbe potuto essere se…

agosto 27, 2011

…nel 2008 avessimo vinto noi e non loro.

…nel 2009 non avessimo linciato il segretario del partito.

…nel 2010 avessimo fatto opposizione come si deve e portato il paese a nuove elezioni.

…nel 2011 lottassimo con forza per un nuovo paese, piuttosto che piangerci addosso, tutti.

ecco poteva essere, oggi, questo governo:

E poi : un nuovo patto del lavoro che, secondo la proposta Ichino, giustizi la precarietà e elevi la produttività, una riforma fiscale che contrasti l’evasione in un contesto di “pagare meno, pagare tutti”. La rinuncia all’idea che lo Stato debba fare tutto e la fiducia nelle risorse sociali diffuse da attivare in un contesto di sussidiarietà, la fine della occupazione partitica della Rai e delle aziende locali, l’una affidata a meccanismi tipo Bankitalia e le altre ad un mercato regolato e orientato a valorizzare forze produttive innovative. Il dimezzamento da subito dei parlamentari e un sistema elettorale bipolare e uninominale , lo snellimento radicale di tutta la diffusa “professionalizzazione” della politica oggi smisuratamente più grande che nel passato. Partiti più lievi possono ritrovare il senso della loro passione ed essere più aperti, come da progetto originale del Pd. E poi la fine delle scandalose retribuzioni e liquidazioni di manager pubblici e privati, la lotta contro ogni forma di corruzione e contro quei poteri criminali che irrompono tra le maglie di una crisi economica forte e di uno Stato debole. Giustizia più rapida, meno carcere, diritto di voto agli immigrati per le amministrative, norme di sostegno al lavoro delle donne e alle politiche familiari. Scelta netta per gli Stati Uniti d’Europa e l’elezione diretta del loro Presidente , più forti politiche comuni di difesa e di bilancio, a cominciare dagli eurobond. Diritti dei gay , a cominciare dalle unioni civili, e scelta netta per le energie rinnovabili, defiscalizzazione dei contributi privati per ricerca e cultura e investimento pubblico forte e selettivo su scuola e università. E poi individuazione delle dieci opere strutturali fondamentali per il paese e affidamento del potere di realizzazione a persone oneste e stimate che possano definire tempi certi e regole per la loro realizzazione. Non manovre ogni sei mesi, ma riforme. Per spezzare il più pericoloso elemento di continuità della storia italiana: l’immobilismo rissoso.

Invece abbiamo questo e questo. E non dite che sono tutti uguali. E non dite che se non abbiamo un governo che fa quelle cose li` la colpa e` del controllo delle televisioni da parte di Berlusconi. E non dite che e` colpa degli Italiani, che sono ignoranti. E non dite che e` colpa del “ma anche”. Dite che e` colpa nostra, principalmente nostra, iscritti, militanti e politicanti del Partito Democratico. Si perché anche oggi, a distanza di anni quando abbiamo fondato il partito per fare queste esatte cose c’è ancora chi, su un programma simile avrebbe da dire su ognuno di questi punti. Molti di loro, peraltro, compongono la segreteria del partito.

E, sono d’accordo che la lettera ad un giornale, come forma di comunicazione ha un po’ stufato e sono d’accordo che Veltroni, in prima persona non e` più presentabile (ma non e` il punto, se Bersani dice di sostenere questo programma per me non ci sono problemi), ma, come d’altro canto dice Pippo, per favore, date un chance alle idee, a queste idee e dateci una mano a portarle avanzi, senza se, senza ma e, queste si, senza “ma anche”.


Come a Grant Park

maggio 31, 2011

Sorvoliamo il fatto che dal palco hanno suonato la musica dell’Internazionale, sorvoliamo il fatto che le bandiere di Rifondazione erano davvero troppe, sorvoliamo il pirla con la bandiera della DDR, ieri in Piazza del Duomo si respirava davvero una bella atmosfera. Davvero bella.

E checché se ne dica, quella che si respirava era aria di cambiamento, un cambiamento “intergenerazionale”, un cambiamento al quale abbiamo contribuito tutti con gli stessi meriti: noi giovani, sia quelli un po’ annoiati dalle tradizioni della sinistra e lontani dalla cultura sessantottina (tipo me) sia quelli che ancora mettono le magliette del Che e giocano a fare i rivoluzionari anticonformisti, ma anche la generazione dei trenta-quarantenni e poi tutte le altre, compresa quella dei sessantenni di cui parla Luca.

Ecco, sarà che sono giovane, sarà pure anche che di vittorie ultimamente ne ho viste poche, sarà pure che sono uno dei pochi che ancora oggi non si vergogna di dire che Obama, per noi, dovrebbe essere un modello, ma io quest’atmosfera di Piazza del Duomo, in cui c’eravamo tutti, nonostante le differenze (anche  antropologiche in molti casi), l’avevo vissuta solo a Grant Park a Chicago quando nel 2008 vinse Obama. Fu una festa di tutti: gente, di tutti i tipi, di tutte le eta`, etnie, religioni che esprimeva, insieme, genuino entusiasmo per quel che era successo e a cui stava assistendo (history on the making), gente che viveva, insieme, l’emozione della speranza che il futuro sarebbe stato migliore. Saranno banalità, ma nell’Italia di oggi e` già qualcosa, anzi e` più di qualcosa: e` la speranza che domani può essere diverso.

Ora, prima che mi linciate, non voglio dire che Pisapia e` Obama, non voglio neanche dire che con Pisapia tutti i problemi di Milano saranno magicamente risolti, non voglio neanche dire che tutti gli esiti di queste amministrative sono stati positivi e che i problemi della sinistra non esistono più, anzi sto preparando un post di critica (perché se ci si piace troppo non si va nessuna parte, se non si riportano i piedi per terra non si governa bene e se non si e` perfezionisti alle prossime elezioni si perde).

Detto questo, vorrei che ci godessimo questo momento, ci dicessimo “bravi” e prendessimo un istante per realizzare che quello che e` stato, questa campagna fino alla serata in Piazza del Duomo, e` stato, in una semplice e banale parola, “bello”.


A proposito di…

aprile 12, 2011

Tommaso Nannicini, professore di economia in Bocconi (quindi e` UN ECONOMISTA), scrive su “Qualcosa di Riformista”, dicendo alcune delle cose che ho scritto ieri in merito ai comportamenti un po’ illiberali (per non usare altri termini) di una certa sinistra e sostenendo tesi sul mercato del lavoro che mi piacciono assai.

Lo faccio notare perché QdR non e` un blog/giornale “di destra”, lo faccio notare a chi dice che certe posizioni anche tra i riformisti, anche tra i progressisti, anche tra i democratici, possono esistere tranquillamente.

Quindi, eccetto l’eccessiva critica a Civati (inopportuna per i riferimenti alla “rottamazione”), che sul tema ha idee diverse dalle mie (ma non e` un problema) mi sento in dovere di sottoscrivere totalmente queste parole.

Il responsabile economia del Pd Fassina non è stato da meno sul suo blog e sull’ Unità , scagliandosi contro un “paradigma culturale sbagliato e subalterno”. Su Left Wing, Massimo D’Antoni ha bollato la proposta come “di destra”, perché, a quanto pare, quelli di sinistra sanno bene che ” i diritti tendono a crescere in modo solidale, che in qualche modo tutela chiama tutela, che essi traggono forza dalla loro indivisibilità e dal fatto di essere applicati in modo quanto più possibile esteso e uniforme”. Di questi attacchi, pur nella loro diversità, colpiscono due elementi. Primo: il tono liquidatorio e ostile. Come ci insegna Toqueville, l’arma di ogni dispotismo culturale è semplice: non la pensi come me? Ebbene, da oggi, tu sei “straniero tra noi”. Sei di destra all’interno della comunità della sinistra (versione Left Wing). Oppure, sei un “fuoriuscito” o uno in procinto “di fuoriuscire” (versione Prossima Fermata Italia). Peccato che l’eccesso di zelo di alcuni non si limiti a voler epurare i riformisti, ma finisca per epurare una bella fetta di elettori del Pd (passati o potenziali).

Poi fa una proposta che mi sento in dovere di riproporre:

Sarebbe bello se, un po’ come avviene con i referendum dei cantoni svizzeri, il Pd convocasse subito un congresso tematico su lavoro e welfare. A quel punto, tutti i dirigenti del Pd dovrebbero dire da che parte stanno rispetto a piattaforme alternative. Veltroni in qualche modo ha già scelto, iscrivendo le proposte Ichino nell’impianto del Lingotto. Bersani, Letta, Franceschini e Zingaretti che cosa pensano del lodo Fassina e del suo impianto culturale? E Renzi cosa pensa delle posizioni del sito dei rottamatori? Vi prego: dite qualcosa. Anche non di riformista, ma qualcosa. L’Italia ha un disperato bisogno di politica.

 


Ma quanto e` figo?!

marzo 22, 2011

Ho notato una cosa, niente di eccezionale, ma mi pareva fosse il caso di rendervene partecipi: tanto era “cool” dire che Obama era “cool” nel 2008, quanto ora e` “cool” dire che Obama e` uno sfigato oggi (i migliori sono quelli che dicono, l’avevo detto io: tutta forma niente sostanza). Tutti erano convinti che Obama avrebbe rivoluzionato il mondo e “portato cambiamento” a Washington schioccando un dito, tutti lo ritenevano bravo, bello, intelligente e capace, mentre oggi Obama e` “come tutti gli altri” o non vale niente, non ha fatto nulla di buono ed era un solo un fenomeno mediatico e bla bla bla. Adesso Obama e` pure “guerrafondaio”.

Forse ci sbagliavamo allora e ci sicuramente ci sbagliamo oggi. Obama secondo me e` stato un buon Presidente fino ad ora, date tutte le condizioni economico-politiche in cui si e` trovato alla Casa Bianca. Ha provato a fare grandi riforme ed e` riuscito a  fare delle riforme buone ma non quelle epocali che ci si aspettava, ma di certo non e` solo colpa sua. Bisogna dire, infatti, che Obama si e` trovato ad essere vittima del populismo e della faziosita` dei Repubblicani, i quali, non dimentichiamolo avevano governato il paese per otto anni, trascinandolo nella lunga, inutile e stupida guerra in Iraq e deregolamentando l’economia, cosa che ha contribuito ai danni enormi di questa crisi economica.

Obama aveva iniziato il mandato con un approccio bipartisan, ci ha provato fino all’ultimo, ma si e` scontrato con un vergognoso muro antiamericano, formato da gente che non solo non voleva collaborare, ma tra cui c’era chi ha passato i primi mesi di presidenza a sostenere che Obama non fosse neanche nato in America, alle Hawaii, ma in Kenya, giusto per capirci. Obama diceva A, loro dicevano B (questo accade ancora oggi, a maggior ragione con un congresso in cui i democratici sono ampia minoranza).

Sono, inoltre, convinto che il secondo mandato sarà quello decisivo, che questo prima non poteva essere diverso (quindi migliore) da come e` stato. E` stato un mandato in cui Obama ha provato a chiudere Guantanamo, ma il congresso si e` opposto, in cui ha fatto una riforma sanitaria che non sarà perfetta, ma che e` sicuramente meglio di quello che c’era prima, ha fatto una riforma di Wall Street che non sarà sufficiente a risolvere i problemi della finanza globale, ma che era necessaria come primo passo, ha concluso ufficialmente la missione in Iraq (ben diversa da quella libica) and so on, you get the idea. Non ha “rivoluzionato il mondo”, ma, porco cane, quello prima l’aveva pesantemente danneggiato (lo voglio sottolineare in questi giorni in cui alcuni stanno provando a rivalutare il peggior presidente della storia recente americana, George W. Bush). Insomma, dicevo che il prossimo e` il mandato decisivo, Obama andrà all-in, non avrà nulla da perdere (insomma non sarà più  preoccupato di essere ricordato come un Jimmy Carter nero) e allora il cambiamento (non una rivoluzione copernicana, quella non ci sarà ed e` stupido chi lo diceva/dice/dirà) will take palce.

Quindi, il fatto che oggi svalutare Obama sia sport nazionale e` tanto idiota quanto e` stato idiota (se non di più) averlo considerato un Messia quattro anni fa. Let the man work! Dopo 8 anni tireremo le somme, io sono convinto che uniti i puntini ci renderemo conto che Barack Obama e` un grande uomo e un grande Presidente. Fino ad allora, perlomeno, sospendiamo il giudizio, specie coloro che parlano senza sapere (o dopo aver letto le “notizie americane” sui principali quotidiani italiani, che poi equivale a non sapere).

Il messaggio e`: Obama non e` il messia, ma non e` Bush, so che e` una notizia sconvolgente, ma ci possono essere vie di mezzo tra le due cose.


Nel mulino che vorrei…

marzo 10, 2011

Nel mulino (o nel PD) che vorrei metterei sicuramente questi tre: Chiamparino, Veltroni, Renzi.

Ieri hanno detto cose intelligenti e condivisibili e rappresentano, a mio modo di vedere, un modo di pensare, di fare, di agire, che non ha niente a che vedere con il partito moscio, triste, indeciso e molto poco orgoglioso guidato da Bersani e Rosy Bindi.

Perché oggi ci vuole un partito liberalsocialista e non socialdemocratico vecchio stampo, perché oggi ci vuole un partito privo di complessi di inferiorità che lo portano ad inseguire e proporre alleanze di governo improponibili al primo che passa, un partito riformista, con un programma suo e ben delineato che vada oltre l’anti-berlusconismo, un partito che unisce tradizioni diverse, che sul lavoro non e` legato al sindacato per il cordone ombelicale e che mette in campo esperienze politiche di successo come quella di Chiamparino a Torino, di Renzi a Firenze e di Veltroni a Roma, ma potrei tranquillamente aggiungere quella di Cacciari a Venezia, di Emiliano a Bari, di Zanonato a Padova (non della Iervolino a Napoli, che Bersani si ostina a difendere e che doveva essere fatta dimettere tre anni fa), a dimostrazione che quella che poniamo non e` una questione anagrafica e che non si “svaluta l’esperienza”, come ho sentito dire. Quello che vogliamo e` solo un partito in cui chi ha avuto la sua chance, lasci la poltrona e continui a lavorare per il partito senza cariche e per il bene comune. Chi e` contrario alzi la mano.


Zapatero prova a risollevare la Spagna dalla crisi

febbraio 18, 2011

Ho ripreso a scrivere per il The Post Internazionale, ecco qui il nuovo pezzo su Zapatero, sulla Spagna e sulla crisi.

Zapatero il Socialista prova a risollevare la Spagna dalla crisi con le riforme liberali

MILANO – LA Spagna è uno dei paesi europei più fortemente colpiti dalla recente crisi economica e finanziaria internazionale. Sono in molti a sostenere che, per quanto l’Europa sia stata in grado di sopportare e superare la crisi greca ed irlandese e che pure potrebbe essere in grado di sostenere anche un’eventuale richiesta d’aiuto da Lisbona, il collasso della Spagna sarebbe, invece, devastante e potrebbe avere conseguenze disastrose e definitive per la moneta unica.

Per questo motivo, il governo socialista guidato da Josè Luis Zapatero, al suo secondo mandato da primo ministro spagnolo, sta implementando misure di austerity e rigore nella spesa e sta mettendo in atto importanti riforme mirate a diminuire la disoccupazione, ridurre il debito pubblico (ormai alle stelle), portare il rapporto deficit/pil entro parametri accettabili secondo gli standard europei e rilanciare l’economia. [...]

Continua a leggere qui.

 

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