Se volete rimanere aggiornati sull’Ucraina

Se volete rimanere aggiornati su quello che succede in Ucraina, vi consiglio vivamente questo feed del New York Times, aggiornato con molta frequenza e pieno di video, rimandi ad articoli più lunghi e a Tweet interessanti.

In Italia, Il Post, come al solito, ha la copertura migliore, più precisa ed affidabile, ma tenete d’occhio anche il The Post Internazionale.

Inoltre, mi hanno fatto giustamente notare che mancava un punto di vista umanitario e che non gli ho dato, colpevolmente, risalto. Qui il link all’ifrc per rimanere aggiornati anche su quello.

Vi consiglio, inoltre, qualche pezzo interessante che può dare spunto a buone riflessioni:

- I seguenti presi da Politico: questo, che parla delle ritorsioni che potrebbero arrivare da USA e UE, un altro che mostra quale sia davvero la sfida per Obama e quest’ultimo, puramente politico, per capire come questa crisi internazionale potrebbe condizionare le presidenziali USA del 2016 e, in particolare, Hillary Clinton. Tenete d’occhio Politico in generale, se vi interessa sapere cosa si dice in America e avere un punto di vista americano sulla questione.

-Qui, il seguente pezzo del Financial Times, dal titolo “Russia is in no position to fight a new Cold War”. Molto ottimista per noi occidentali, forse troppo “wishful thinking”, ma spunti interessanti. Purtroppo il Financial Times ha il pay wall, quindi non tutti riuscirete a leggerlo. Il concetto chiave del pezzo, comunque, è che la Russia ha troppo da perdere in termini di interessi economici nel mondo occidentale e che l’occidente ha gli strumenti per metterla in difficoltà, non attraverso risposte militari ma attraverso maggiori controlli sul denaro sporco che arriva da est, bloccando i visti per i cittadini russi che vogliono viaggiare in Europa e negli Stati Uniti e così via. L’autore fa anche notare che il 70% dell’export russo viene dalle vendite di gas e che mai la Russia, nemmeno durante l’apice della guerra fredda, ha potuto far a meno di esportare gas in Europa. Anzi, la domanda in Europa di gas russo è diminuita negli ultimi anni e si accenna pure alla possibilità che gli USA potrebbero iniziare ad esportare shale gas da noi e competere con quello di Gazprom, che, peraltro, ha perso il 13% in borsa solo oggi.

-Come al solito l’Economist offre buoni spunti. Questo pezzo sulle politiche energetiche americane del futuro, non legato alla vicenda ucraina, quando fu pubblicato, circa tre settimane fa, diventa invece molto importante. Il sunto: gli USA devono iniziare ad esportare gas da noi, in Europa.

America does not ban the export of natural gas, but it makes getting permits insanely slow. Fracking has made gas extraordinarily cheap in America. In Asia it sells for more than triple the price; in Europe, double. Even allowing for the hefty cost of liquefying it and shipping it, there are huge profits to be made from this spread. The main beneficiaries of the complicated export-permit regime are American petrochemical firms, which love cheap gas and lobby for it.

Mr Obama should ignore them. Gas exports could generate tankerloads of cash. To the extent that they displace coal, they would be good for the environment. And they could pay foreign-policy dividends, such as offering Europeans an alternative to Russian gas and so reducing Vladimir Putin’s power to bully his neighbours. Allowing exports might cause America’s domestic gas prices to rise a little, but it would also make American frackers pump more of it, cushioning the blow.

Quest’altro mette in luce come i politici ucraini, anche i filo-occidentali, non siano esattamente dei fenomeni e questo rappresenta un problema enorme.

-Bussiness Insider, invece, mostra come la propaganda russa presenti una visione completamente ridicola e distorta di quanto stia succedendo in Crimea.

-Last but not least, il punto di vista di Christian Rocca, direttore di IL, che non condivido per nulla, ma che merita di essere presentato, per onestà intellettuale. Rocca, sulla linea di molti repubblicani e alcuni editoriali negli USA, sostiene che Obama abbia gravi colpe su quanto stia succedendo in Ucraina. Alcune risalgono alla crisi georgiana, altre al “reset” nei rapporti con la Russia, voluto all’inizio della sua presidenza, altre ancora alla recente campagna elettorale per le presidenziali e altre ancora a quello che successe in Siria ( si parla della famosa linea da non oltrepassare e di minacce non più credibili).

Direi che se siete preoccupati e vi interessa capirne di più avete di che leggere.

P.S. Vi ricordo che in questo mio post, ci sono dei rimandi a come la situazione Ucraina abbia un grosso impatto, per l’occidente, anche sul versante turco e quindi sul medio-oriente, sulla NATO, su Cipro…

P.S.S. Nei prossimi giorni continuerò ad aggiornare la parte del sito “sul web oggi”, nel blogroll, a destra, con ulteriori link.

 

Diventa anche tu un giornalista del New York Times!

Il NYT recentemente ha pubblicato un pezzo in cui dice che se uno vuole può mandargli degli elaborati e, se rispettano alcuni criteri, li pubblicheranno tra i loro editoriali.
Questa iniziativa e` molto bella e interessante, spesso vengono pubblicate cose di altissima qualità. Peraltro, il pezzo linkato qui, in cui vengono spiegati i criteri per un buon articolo d’opinione, e` bellissimo e praticamente un corso di “Journalism 101″. Spiega sostanzialmente come si dovrebbe fare giornalismo e cosa vuol dire “scrivere per informare, comunicare e intrattenere”.

Ora leggete i criteri dei pezzi del NYT e leggete il NYT. Poi leggete un articolo qualunque, su un qualunque quotidiano italiano, tolte alcune rare eccezioni, come i pezzi del Post, ad esempio. La cura al dettaglio, la professionalità, la serietà con cui viene trattata ogni cosa appaia sul giornale, cartaceo e online.

Ecco, insomma, vedi queste cose e poi ti ricordi che da noi la Gabanelli, Santoro e la Annunziata sono grandi giornalisti. Ezio Mauro e Ferruccio de Bortoli fanno giornali di qualità. Pippo Civati scrive 70 pagine di documento per presentare la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico e chi lo vota se ne vanta, come se scrivere molto volesse dire scrivere bene o scrivere cose sensate (“Most pieces we publish are between 400 and 1200 words. They can be longer when they arrive, but not so long that they’re traumatizing.”). E va bene che un Op-Ed non e` una mozione congressuale, ma scrivere cose not-so-long-that-they’re-traumatizing dovrebbe valere sempre e comunque. Detto da un giornale in cui il pezzo medio e` spesso lungo il doppio dei pezzi in Italia, peraltro.

Ecco, insomma, poi capisci la recessione. Poi capisci “Scilipoti”. Poi capisci molte cose.

Una storia di sport

Pochi giorni fa, prima di una normale partita di stagione regolare degli Yankees a Kansas City, la star di NY, lo sportivo più pagato al mondo, Alex Rodriguez, mentre si riscaldava nel prepartita, si è improvvisamente messo le mani nei capelli ed ha esclamato “oh my God!”. A-Rod si è subito accorto che qualcosa di molto brutto era appena capitata ad un suo compagno, Mariano Rivera. Nel tentativo di prendere al volo una pallina battuta da Nix, infatti, durante la routine del batting practice, Rivera è caduto in maniera strana e non si è rialzato.

Tutta la squadra, a quel punto si è voltata nella direzione del lanciatore, ancora a terra dolorante e ha trattenuto il fiato. “Dai che si rialza”, “Dai che si rialza”. Ma Mariano Rivera, chiaramente dolorante, è rimasto a terra e non è tornato in piedi.

A quel punto l’allenatore degli Yankees, Joe Girardi, insieme al medico sociale, hanno iniziato a correre, veloci e scuri in volto, verso il giocatore.

Lo hanno dovuto prendere di peso per caricarlo su un “cart” e portarlo all’ospedale per ulteriori accertamenti. L’umore generale della squadra era nero e le premesse non erano per niente positive. La notizia è arrivata poche ore dopo e ed è risuonata come una sentenza definitiva, di quelle senza possibilità d’appello: “torn ACL”, ginocchio distrutto, stagione finita e carriera, sembrava allora, anche.

Si trattava di una tragedia sportiva. Si perché Mariano Rivera non è un giocatore qualunque o un lanciatore come gli altri, Rivera è uno di quegli sportivi considerati da tutti, senza ombra di dubbio, senza nessuno che tenti di sostenere il contrario (anche solo per vocazione professionale) “il più grande di tutti i tempi”. Mariano Rivera, 42 anni, figlio di un pescatore di Panama, è il più grande “closer” di tutti i tempi.

Chi segue questo blog sa che di Rivera abbiamo già parlato qui, quando lo scorso settembre aveva conseguito la sua “save” numero 602, battendo il record precedente, detenuto da Trevor Hoffman ritiratosi con 601. Nel frattempo, tra la fine di quella stagione e le prime partite di questa, le “saves” sono diventate 608 nella stagione regolare a cui ne vanno aggiunte altre 42 nella post-season, altro record pazzesco.

Per chi non lo sapesse quello che fa un “closer” è, appunto, “salvare” le partite e salvare le partite vuol dire questo:

In baseball statistics, the term save is used to indicate the successful maintenance of a lead by a relief pitcher, usually the closer, until the end of the game. A save is a statistic credited to a relief pitcher, as set forth in Rule 10.19 of the Official Rules of Major League Baseball. That rule states the official scorer shall credit a pitcher with a save when such pitcher meets all four of the following conditions:[8]

  1. He is the finishing pitcher in a game won by his team;
  2. He is not the winning pitcher;
  3. He is credited with at least ⅓ of an inning pitched; and
  4. He satisfies one of the following conditions:
    1. He enters the game with a lead of no more than three runs and pitches for at least one inning
    2. He enters the game, regardless of the count, with the potential tying run either on base, at bat or on deck
    3. He pitches for at least three innings

Come detto di Rivera avevo già parlato, dicendo queste cose:

[...] Generalmente, i closer non durano più di 10 anni in quella posizione. Una volta che raggiungo i 35 anni, più o meno, si riciclano come lanciatori “di rilievo”, quelli che subentrano a quello che ha iniziato la partita nel sesto, settimo e ottavo inning.

Rivera di anni ne ha 41 ed ha fatto quello che ha fatto chiudendo le partite dei New York Yankees per 17 anni, non fallendo quasi mai. Di partita in partita, di stagione in stagione, Rivera e` sempre stato lo stesso lanciatore. Stessa meccanica, più o meno stessa velocità, stesso unico lancio impossibile da decifrare. Si tratta di un “cutter”: una palla che arriva al battitore alla velocità di 150km/h e che all’ultimo momento taglia verso l’interno per i battitori mancini e verso l’esterno per quelli destrorsi. Tutti sanno che lancerà quel lancio, eppure da 17 anni nessuno e` riuscito mai a decifrarlo. E i pochi che hanno avuto successo anche una volta affermano che si tratta di fortuna e si sentono “miracolati”. Insomma, da 17 anni, se gli Yankees arrivano al nono inning con anche un solo punto di vantaggio i battitori avversari sanno che la partita e` praticamente finita. E i record di Rivera non finiscono qui: ha, inoltre, conseguito questi risultati straordinari nella stagione regolare, ma, se possibile e` stato ancora migliore nei playoff, dove conta davvero, dove la pressione per finire le partite è altissima. Detiene infatti anche il record di saves nei playoff (42) con un ERA di 0.71 (ovvero in media, su nove inning, la durata di una partita, Mariano Rivera concede meno di un punto all’avversario). Per capire cosa vuol dire basti sapere che se hai una ERA sotto 4.00 sei considerato un buon lanciatore, sotto i 3.00 sei straordinario. Sotto 1.00 c’è solo Rivera.

Mariano Rivera quindi, non solo è uno dei lanciatori più forti della storia del baseball, è uno dei grandi sportivi della storia dello sport. [Quando si sarà ritirato], sarà stato anche l’ultimo giocatore [della storia della MLB] a vestire il numero 42, che fu di Jackie Robinson, il primo giocatore afro-americano professionista, [e che era stato ritirato dalla lega qualche anno fa, quando il closer degli Yankees lo stava ancora indossando].

Questo infortunio, che lo lascerà fuori per l’intera parte rimanente della stagione è quindi devastante. Per gli Yankees che ora dovranno fare a meno di lui per il resto del campionato in corso, per l’intero movimento, perché lui è uno di quelli che se anche odi gli Yankees non puoi non stimare, come uomo e giocatore, Mariano Rivera e per lo stesso lanciatore panmense. Rivera è una star silenziosa, uno che non se la tira, che è sposato da anni con una donna che non è una star di Hollywood, ma una persona normale, uno che non ha mai fatto problemi ne una dichiarazione fuori posto. Un modello di serietà, professionalità e classe e la sua carriera ha rischiato di finire nel modo peggiore possibile.

Si temeva che l’infortunio avrebbe significato la fine del Numero 42 sui campi di baseball. Rivera è nell’ultimo anno di contratto e aveva lasciato intendere nel precampionato che questa sarebbe stata la sua ultima stagione da professionista. Voleva lasciare il suo mondo quando era ancora al top. Quando era ancora un difference-maker.

Questo, pero`, non è il modo in cui esce di scena un campione e Rivera, dopo un’intervista molto emotiva concessa ai giornalisti con le lacrime agli occhi (lui uomo di ghiaccio, quasi un robot) e in cui sembrava rassegnato a questa “fine”, il giorno successivo ha avuto il guizzo di orgoglio del fuoriclasse, del GOAT (greatest of all time) e ha detto questo:

“I’m coming back,” Rivera said. “Write it down in big letters. I’m not going out like this.”

E qui siamo fieri di poterlo scrivere: Rivera tornerà, torneremo a sentire “Enter Sandman” dei Metallica, canzone che lo accompagna dal Bullpen al monte di lancio quando entra nel “suo” nono inning a Yankee Stadium, e lo scriviamo A GRANDI LETTERE.

(qui un bellissimo pezzo del NYT, dopo l’infortunio del nostro eroe)

Scusate il ritardo

Scusate il ritardo prolungato negli aggiornamenti ma in quest’ultimo periodo sono stato “molto indaffarato”, come dicono le persone importanti.

In ogni caso, sta sera si vota in Florida, stato chiave per capire a che punto siamo nella corsa. Romney, il candidato che nessuno vuole votare, dopo il riconteggio in Iowa, che ne ha decretato la sconfitta virtuale (virtuale perché comunque i delegati ottenuti sono gli stessi di Rick Santorum) e dopo la sconfitta abbastanza pesante subita da Gingrich in South Carolina all’ultimo giro, deve dimostrare di essere ancora il frontrunner per la nomination e, come dice anche il NYT, vuole vincere sta notte di un margine maggiore rispetto a quanto Gingrich fece dieci giorni fa su di lui (circa 12 punti). I sondaggi dicono che potrebbe farcela, anche se, a onor del vero, gli ultimi due usciti ieri parlano di un margine di vantaggio sotto i dieci punti. Si vedrà.

In ogni caso, la vittoria di Romney non dovrebbe essere in discussione e già questo dovrebbe tranquillizzare l’ex governatore del Massachusetts: la Florida, infatti, rimane uno degli ultimi stati “winner-takes-all”, dopo che molti sono passati ad un sistema proporzionale di assegnazione delegati, come riporta anche Christian Rocca sul suo blog. Qui, per la cronaca, i delegati in palio sono 50.

Gingrich qui tenterà di limitare i danni e di riuscire a non perdere per “double digits”. In ogni caso, rimane sicuramente l’unico dei quattro candidati rimasti ad avere ancora delle possibilità e sta a lui giocarsele al meglio. Detto onestamente, comunque, io credo che al massimo potrà solo rallentare la vittoria di Romney, ancora candidato inevitabile, e sconfitto male in South Carolina più per errori suoi che per meriti di Gingrich. Certo è che se Romney non aggiusta la mira negli stati più conservatori, la partita potrebbe allungarsi troppo e ritardare l’inizio della campagna contro Obama, con cui è praticamente appaiato negli stati più importanti.

Per Paul e Santorum rimangono comunque solo le briciole. Santorum non è riuscito a sfruttare il sostegno totale dei pastori evangelici e Paul è un “matto troppo matto” per poter puntare seriamente alla Casa Bianca (non è detto che comunque non corra come indipendente).

Ora aggiornamenti più random.

Jeb Bush, fratello di George W. e figlio George H., popolare ex-governatore della Florida, non ha ancora fatto l’endorsment a nessuno dei candidati rimasti: pare, infatti, che sia molto critico delle posizioni troppo anti-immigrazione di Romney, che sul tema, in effetti, sembra aver preso non pochi spunti dalla Lega nostrana (salvo poi avere “illigals” nel cantiere di costruzione della propria casa, come Perry, pace all’anima sua, gli ha fatto notare praticamente in ogni dibattito). Jeb Bush, in ogni caso, è stato da molti invitato a buttarsi nella corsa in prima persona, anche nelle settimane passate, e di lui si è parlato molto negli ultimi tempi anche per una battuta di Obama, mentre Jeb si trovava in vista alla Casa Bianca, in cui l’attuale Presidente si dice “contento che non abbia corso”. In effetti, sarebbe stato un avversario molto più temibile dei candidati attuali. Qui il NYT fa un bel riassunto della “situazione Jeb Bush”.

Altro fatto interessante è che il grosso grasso governatore del New Jersey, Chris Christie, che ha flirtato con la candidatura in più di un’occasione e che è il National Chairman della campagna di Romney, non ha totalmente escluso la possibilità di correre come vice-presidente nel caso Romney glielo chiedesse. A mio parere per Christie sarebbe un grave errore tattico, sia per un’eventuale candidatura nel 2016, sia perché non ha ancora finito il primo mandato in New Jersey.

Ultima cosa: qualcuno continua a spingere per una sorta di “terza via” che corrisponderebbe a Mitch Daniels, governatore dell’Indiana, il quale ha tenuto il tradizionale discorso di risposta allo Stato dell’Unione pronunciato da Obama. Daniles non ce la può fare a costruire una campagna per le primarie (pur mancando ancora un sacco di delegati da assegnare, più di 2000). Quello che può succedere è che alla convention il partito si spacchi su Romney e a quel punto Daniels potrebbe essere l’opzione migliore per mettere insieme tutti. Per me è fantapolitica, ma qualcuno, anche qualche pezzo grosso del partito repubblicano, la presenta come una possibilità da non escludere completamente.

Chiudo con una segnalazione: se vi interessano le primarie repubblicane segnatevi il blog di Andrea Marinelli, un ragazzo di Perugia che le sta seguendo per bene per alcuni giornali nostrani. Scrive bene e la lettura è molto piacevole.

Ah, pronostico per sta sera: Romney vince, ma non di +12% su Gingrich. Poi Santorum e Paul con il 25% rimanente.

NFL Update

Come già scritto una settimana fa, sono iniziati i playoff di NFL, anzi siamo arrivati a buon punto, ovvero alle semifinali e, siccome mi ero esposto facendo alcuni pronostici, è solo giusto che ora non mi sottragga ai miei doveri e renda conto di quanto accaduto.

Diciamo che, tutto sommato, me la sto cavando discretamente. I Patriots, che davo finalisti da una parte, incontreranno i Ravens  di Baltimora (vincenti ieri contro i Texans), nella sfida che vale un posto al Superbowl. La squadra di Tom Brady ha infatti distrutto i Denver Broncos, che io, a onor del vero, avevo dato perdenti già domenica scorsa contro Big Ben e gli Steelers, ma che sono riusciti ad avanzare almeno fino “ai quarti”, contro ogni pronostico e in maniera incredibile grazie al loro quartetback, il fortescarsissimo, ultrareligioso Tim Tebow, nuovo “fenomeno” dello sport americano, quello di cui parlano tutti, l’uomo più discusso d’America dopo Obama (non scherzo). Proprio su Tebow e Brady, quarterback opposti e persone opposte (Brady sta con Gisele Bundchen, la modella più famosa del mondo, mentre TT sta aspettando”la prima notte di nozze) c’e` uno splendido articolo del New York Times che, anche se di football non vi frega niente, vi consiglio di leggere (qui sotto due estratti, per capirci).

Those who distrust this kind of faith-based outreach, perhaps because they detect a conservative political agenda behind it all, found an aha moment during the 2010 Super Bowl. In a 30-second commercial paid for by Focus on the Family, an evangelical Christian nonprofit organization, Tebow and his mother told the story of his birth — a “miracle baby” — and her choice not to have an abortion. There was no tebowing that week in the halls of Planned Parenthood.

Brady, 34, is living an American male fantasy, a Faustian swirl of physical prowess, sexual aura, weekly heroics and fame. He’s so cool that he can wear Uggs and get away with it.

Tornando alla cronaca sportiva, dall’altra parte del tabellone avevo dato per finalisti i Saints di Drew Brees, fresco fresco di record di passing yards lanciate in un anno. New Orleans ha vinto lo scorso week-end ma ha poi perso in una bellissima partita contro i 49ers di San Francisco, alla loro prima apparizione ai playoff da anni. Gli altri semifinalisti sono i NY Giants, che hanno sconfitto i superfavoriti Green Bay Packers (che io avevo, in effetti, dato perdenti per la regola d’oro che nello sport americano i favoriti perdono sempre).

Avevo peraltro detto che qui si sperava di vedere al Superbowl una tra Patriots, Giants e 49ers. Almeno una ci arriva di sicuro e i Patriots sono la mia scelta per la vittoria finale in un remake del Super Bowl del 2008 contro i Giants.

Insomma, qualche cantonata l’ho presa, ma poteva andare peggio, per ora. E, davvero, leggete il pezzo del NYT su Tebow, che poi, quando diventa Presidente degli Stati Uniti, ve ne pentite.

Ecco come si fa il miglior giornale del mondo/4

Un altro capitolo della saga: il NYT oggi pubblica un “editorial” che espone la linea del quotidiano sul ruolo che dovrebbe avere la BCE. Si dice, sostanzialmente, che la Banca Centrale Europea deve iniziare ad essere un po’ più banca centrale europea e un po’ meno banca centrale tedesca, che “bene Monti e Papademos”, ma il Pil dell’intera Eurozona non può crescere con solo austerity e tassi “tedeschi” e che Merkel dovrebbe cercare di navigare meno a vista e essere meno populista e più lungimirante.

Al di là di quello che ciascuno pensa sul tema (e io sono d’accordo con il quotidiano di 8th&42nd), il contributo che i giornali portano al dibattito politico ed economico deve essere questo. I giornali non devono avere paura di prendere posizione, di schierarsi e di appellarsi alla classe politica ed all’establishment perché portino avanti quello che essi credono sia giusto fare. Il problema è, tuttavia, sempre di modo e stile e quindi di credibilità. Cioè non è che si può fare come Repubblica, che tratta Mario Monti come una sorta di messia, quando per anni si è opposta strenuamente alle politiche che lo stesso Monti propone.

Non solo, noi abbiamo altri grandi quotidiani di opinione, come Libero, come il Giornale, come il Fatto and so on. Insomma, imparassero un po’ di più dal NYT e inizino a fare informazione. Il tempo per gli ultras nei quotidiani è finito. Forse, dopo ai continui appelli alla responsabilità rivolti alla classe politica, sarebbe il caso che anche loro iniziassero ad agire, come dire, in modo più responsabile.

  (hat tip: Camillo)

“Speranze” repubblicane

Herman Cain risulta primo in un altro sondaggio (NBC/WSJ, mica gli ultimi arrivati) dopo il dibattito in cui ha ripetuto fino alla nausea il suo piano di riforma tasse “9-9-9” che prevede:

a flat 9 percent individual income tax rate, a 9 percent corporate tax rate and a 9 percent national sales tax.

Ora anche il New York Times si chiede se questo assurdo candidato (che ha raccolto pochissimi soldi fino ad ora) abbia delle possibilità. Nessuno crede ne abbia, ma il fatto che gli elettori repubblicani continuino a cambiare idea ci dice che tra i candidati non ci sia nessun fuoriclasse e che ci vorrà davvero un terremoto politico per battere Obama, pur con l’economia nello stato in cui è.

Per inciso, il Presidente ha raccolto negli ultimi 4 mesi $42 milioni, cifra di gran lunga superiore a qualsiasi candidato repubblicano e, sempre in un sondaggio NBC/WSJ uscito oggi, è dato 2 punti davanti a Romney. Va segnalato, peraltro, che l’ultimo sondaggio autorevole in cui Obama è dato perdente contro un repubblicano (e il repubblicano è Romney) è uscito il 3 ottobre.

Help from Jersey contro Obama

Mentre le primarie repubblicane offrono scenari sempre più assurdi, con Hermain Cain, un tizio fuori di zucca, ex C.E.O. di Godfather’s Pizza, che dopo il dibattito di ieri viene dato da un sondaggio PPP avanti di ben 8 punti rispetto a Mitt Romney (cosa che se uno non la vede non ci crede), Romney, che rimane comunque il più probabile vincitore della nomination, riceve l’endorsement più ambito nel GOP, quello di Chris Christie, il grosso, grasso, governatore del New Jersey, che in molti avrebbero voluto in corsa in prima persona.

Del soggetto si era già parlato qui e per Romeny questo e` un bel colpo, come spiega il NYT. Christie offre garanzie politiche, popolarità, una faccia che piace agli americani e soprattutto donatori. Quelli che avrebbero finanziato la sua campagna (ed erano tra i conservatori con le valanghe di dollari da investire) adesso dovrebbero investire su Mitt, il mormone, che e` comunque quello tra i repubblicani con le maggiori possibilità di battere Obama.

Detto questo, i sondaggi danno Romney e Obama più o meno appaiati e, a meno di suicidi politici, e` difficile credere che l’attuale Presidente venga sconfitto. Un po’ perché nei dibattiti Obama e` un fuoriclasse e Romney, che contro Perry sembra un fenomeno, non e` certo quello che ti fa sognare. Un po’ perché Romeny non può attaccare Obama sul grande cavallo di battaglia dei repubblicani, ovvero Obamacare, visto che la riforma sanitaria si e` ispirata molto a quella che Romney fece passare nel Massachusetts quando ne era governatore. Un po’ perché Obama e` complessivamente un miglior candidato rispetto a Romney e per di più ha il vantaggio di essere Presidente uscente (negli Stati Uniti, nella storia recente, sono stati pochi gli “one-term-Presidents” ).

Insomma, se l’economia non peggiora nettamente, se Gheddafi non riconquista la Libia, se non si scopre che Bin Laden e` ancora in Pakistan vivo e vegeto, per i repubblicani forse bisognerà aspettare il 2016.

Non corre

Il New York Times e molti altri (tra cui Camillo) sostengono che Christie non correrà, obbligando i repubblicani a dover scegliere tra Perry, Romney e gli altri luminari. In ogni caso alle 19 ore italiane sapremo avremo la conferma ufficiale.

Update: Christie non si candida. Obama avrà tirato un bel sospiro di sollievo.

Notte pazza di sport

N.B. Gli eventi riportati si riferiscono alla serata di mercoledì 28/9.

Gli sport sono una delle cose più belle che ci siano. Sono imprevedibili, tutto può succedere e spesso succede proprio quello che non ti aspetti. Non sono solo i soliti cliché e le solite frasi fatte estrapolate da una qualunque telecronaca sulla Rai, è la pura verità, empiricamente provata.

Se qualcuno avesse dubbi a riguardo legga quanto segue. Ieri notte gli dei del baseball hanno deciso di regalarci un “season finale”, ovvero un ultimo turno di campionato, straordinario, storico, irripetibile. Quegli dei beffardi, incomprensibili, e sorprendenti ieri notte non hanno guardato in faccia a nessuno e hanno rivoluzionato tutto quello che era successo nelle 161 partite precedenti di stagione regolare. Non si sono impressionati di fronte a squadre dal monte ingaggi superiore ai 200 milioni di dollari o di fronte a superstar che di milioni ne guadagno 20 a stagione, non si sono impressionati di fronte ai nomi altisonanti e storici delle squadre che scendevano in campo: ieri hanno lasciato che le partite ci sorprendessero tutti, come per magia. Ieri, gli dei del baseball hanno solo ricordato a tutti che il detto/avvertimento di Yogi Berra, il più grande filosofo della storia del “passatempo preferito dagli americani”, è banale quanto vero: “It ain’t over until it’s over” (“non è finita, finché è finita”) , diceva il più grande ricevitore della storia della MLB. Gli eventi di ieri ne sono prova.

Ma cosa è successo esattamente? Semplicemente la wild card, ovvero l’ultimo posto disponibile per i playoff, nell’American League è andata ai Tampa Bay Rays e quella della National League è, invece, andata ai St. Louis Cardinals. La Major League Baseball è composta da due leghe (American e National League appunto) formate da tre divisioni ciascuna. Vanno ai playoff le sei vincitrici delle divisioni e le due migliori seconde di ciascuna lega. Mentre i primi posti in tutte le divisioni erano già stati vinti da Yankees, Tigers e Rangers nell’American League e dai Phillies, Brewers e Diamondbacks nella National League, le due wild card erano ancora tutte da giocare. Direte: tutto qui? “Hai parlato di eventi straordinari, hai chiamato in ballo gli dei del baseball e poi alla fine sono solo stati assegnati gli ultimi due posti possibili per i playoff?”.

Forse è il caso che mi spieghi meglio: quello che non sapete è che poco meno di un mese fa, il 3 di settembre, i Boston Red Sox erano davanti a Tampa Bay di 9 partite; con 24 partite rimaste da giocare, i Red Sox, secondo le statistiche di ESPN avevano il 99,6% di possibilità di raggiungere i playoff. Allo stesso tempo, il 5 di settembre gli Atlanta Braves avevano un vantaggio 8.5 partite sui St.Louis Cardinals, dovendone giocare altre 23. Nessuna squadra nella storia del baseball era mai riuscita a sperperate tali vantaggi in così poco tempo, tanto meno era mai successo che due squadre lo facessero nella stessa stagione.

Il precedente più simile a quanto successo ieri, è quello dei New York Mets che nel 2007 riuscirono a mancare i playoff dopo che avevano 7 partite di vantaggio sui Philadelphia Phillies con 17 partite ancora da giocare. Un altra situazione paragonabile è quella capitata proprio ai Phillies, che nel 1964 persero un vantaggio di 6.5 partite con altre 12 partite da giocare (allora furono recuperati sempre dai St. Louis Cardinals).

In ogni caso, come già detto, mai prima di oggi c’erano stati due “collapses” contemporanei in entrambe le leghe e di questa portata. Dovete capire che in una stagione di baseball ogni squadra gioca 162 partite: con questi numeri è già straordinario di per sé che si arrivi all’ultima partita con due squadre completamente pari, ovvero con lo stesso numero di vittorie e di sconfitte. Quest’anno è capitato che due coppie di squadre si fossero trovate alla partita 161 “dead even”. Ma per capire l’entità di ciò che è successo in questo pazzo mercoledì di baseball queste informazioni non sono ancora sufficienti.

Quindi ricapitoliamo: siamo al 5 di settembre, Boston e Atlanta sono praticamente sicure di arrivare ai playoff, Tampa Bay e St. Louis sono destinate a guardare le partite di ottobre (ovvero i playoff) in televisione; in quei giorni molti grandi analisti sportivi si lamentano che questo era stato un anno noioso e dai finali già scritti: peccato che non si sono mai sbagliati come questa volta. Adesso facciamo un “fast forward” a ieri, prima delle partite. Boston e Tampa hanno entrambe 90 vittorie e 71 sconfitte, mentre Atlanta e St. Louis sono pari a 89-72.

Si inizia a giocare: i New York Yankees, ormai sicuri da giorni di essere la miglior squadra della American League, giocano con Tampa fuori casa al “Tropicana Field”. Boston, rivale storica degli Yankees, gioca a Baltimora contro gli Orioles e, per arrivare ai playoff la sera stessa deve sperare, in ogni caso, in una vittoria di New York (immaginate come saranno stati contenti a Boston), accompagnata da una loro contemporanea vittoria. Peraltro giocano contro gli Orioles, che quest’anno ha perso più partite di quante ne abbia vinte e che gioca ormai solo per l’onore. Se Boston e Tampa avessero vinto entrambe, oggi avrebbero giocato uno spareggio. Lo stesso se avessero perso tutte e due. Una ha vinto e l’altra a perso: Tampa ai playoff.

Nella National League, invece, St. Louis gioca a Houston contro gli Astros, la peggiore squadra dell’anno, mentre Atlanta si è trovata a giocare in casa contro i Philadelphia Phillies, la squadra più forte dell’anno (102 vittorie, 60 sconfitte). La situazione è analoga a quella precedentemente descritta: avessero vinto sia Atlanta che St. Louis ci sarebbe stato uno spareggio, come se avessero perso entrambe. Una ha vinto e l’altra ha perso: St. Louis ai playoff.

Tutto qui? Neanche per sogno, la parte gustosa deve ancora arrivare! Gli Yankees al settimo inning (sui nove di cui è composta una partita) vincono 7-0 sui Tampa Bay e sembrano avviati verso una vittoria netta che permetterebbe agli acerrimi rivali di Boston di prevalere nella wild card, dato che, in quel momento, anche i Red Sox stanno prevalendo 3-2 sugli Orioles. In questa pazza notte di baseball, però, non può dare nulla per scontato (“It ain’t over, until it’s over”). Al settimo e ottavo inning, Tampa Bay segna 6 punti e si porta ad un solo punto di distanza dagli Yankees. Al nono inning, con due out e due strike (ovvero a uno strike di distanza dalla fine della partita e dalla vittoria di New York) Johnson, un giocatore tra i più mediocri della lega, colpisce lontanissimo una pallina lanciata dal lanciatore newyorkese Cory Wade e fa Home Run: partita pareggiata: si va ai supplementari. I primi tre extra inning non portano a nulla e si arriva al dodicesimo. A questo punto, Evan Longoria, il giocatore più rappresentativo dei Tampa Bay Rays, colpisce un altro Home Run (il secondo della sua partita) che supera il muro in fondo al campo a sinistra di un paio di centimetri, tanto basta per mettere la parola fine alla partita e alla stagione dei Red Sox. Si perché 4 minuti prima, gli Orioles al nono inning, anche loro con due out e due strike (“one strike away from victory”), prima pareggiano la partita 3-3 e poi, neanche a dirlo, siglano il punto della vittoria.

Volete sapere come viene segnato quel punto? La palla esce di un pelo dal guanto di Carl Crawford, che si era tuffato per cercare di prendere la pallina al volo, presa che, peraltro, avrebbe eliminato il battitore e portato anche quella partita ai supplementari. La beffa, per Boston, é che Crawford era stato il loro colpo di mercato. Il giocatore, infatti, era stato per anni il simbolo proprio di Tampa Bay, ma aveva deciso di non rinnovare con la squadra della Florida, preferendo un contratto di $142 milioni e accasarsi in Massachusetts. Milioni mal spesi visto che a Fenway Park (lo stadio, anzi la Cattedrale, come viene chiamato a Boston) Crawford, nella sua prima stagione, ha fatto malissimo.

Spostiamoci nell’altra lega: St. Louis ha battuto i pessimi Astros di Houston 8-0. Ad Atlanta, invece, le cose non vanno così lisce: i Braves, infatti, entrano nel nono inning avanti 3-2 e mandano in campo Craig Kimbrel, il loro giovane closer (ovvero il lanciatore che gioca solo il nono inning e il cui compito è quello di eliminare gli ultimi tre giocatori della squadra avversaria). Inutile dire che Kimbrel non regge la pressione (“he’s no Mariano Rivera“) e non riesce a chiudere la partita, subisce “una run” (come si chiamano i punti segnati nel baseball) e si va ai supplementari. A questo punto il finale è scritto: al tredicesimo Henter Pence (che, giusto per chiudere il cerchio, è arrivato ai Phillies nel mercato di luglio proprio dagli Houston Astros) sigla “la run” decisiva che manda ai playoff St. Louis e a casa i Braves.

Capite ora cosa volevo dire quando parlavo di notte pazza?

Forse la notte di mercoledì è stata una di quelle notti indimenticabili ed irripetibili della storia del baseball e dello sport. Forse non ci sarà mai più un altro settembre come questo nel baseball americano. Uno dei mantra di giocatori, allenatori, dirigenti all’inizo di ogni stagione è: “we built a team that we hope is capable of playing meaningful games in september” (abbiamo costruito una squadra che speriamo possa giocare partite importanti nel mese di settembre): beh forse un altro settembre come questo non ci sarà mai e partite “più meaningful” neanche. Forse.

Ora, in ogni caso viene il bello: con un settembre così, chi sa che ottobre 2011 non sarà un altro mese epico per la storia di questo sport. Si inizia venerdì con New York Yankees vs Detroit Tigers e Tampa Bay Rays vs Texas Rangers.

Ultima serie di numeri, poi siete liberi. Leggete cosa dice il NYT circa le probabilità che la partita di Tampa (tra Yankees e Rays) e quella di Baltimora (Tra Boston e Orioles) finissero come sono finite:

The following is not mathematically rigorous, since the events of yesterday evening were contingent upon one another in various ways. But just for fun, let’s put all of them together in sequence:

  • The Red Sox had just a 0.3 percent chance of failing to make the playoffs on Sept. 3.
  • The Rays had just a 0.3 percent chance of coming back after trailing 7-0 with two innings to play.
  • The Red Sox had only about a 2 percent chance of losing their game against Baltimore, when the Orioles were down to their last strike.
  • The Rays had about a 2 percent chance of winning in the bottom of the 9th, with Johnson also down to his last strike.

Multiply those four probabilities together, and you get a combined probability of about one chance in 278 million of all these events coming together in quite this way.

When confronted with numbers like these, you have to start to ask a few questions, statistical and existential.