Four More Years… e poi?

La mia collaborazione con il nuovo e rinnovato The Post Interazionale continua. Da oggi gestisco un nuovo blog sugli Stati Uniti dal nome “Big Mac: l’America senza giri di parole”.

Ecco qui il primo post: si parla, di già, del 2016.

DI NUOVO UN DEMOCRATICO NEL 2016?

Cuomo o Clinton? Booker o Castro? Sembra presto per decidere chi sarà il prossimo candidato democratico alla Casa Bianca. Ma la battaglia è già aperta

Appena una settimana fa Obama vinceva il suo secondo mandato come presidente degli Stati Uniti permettendo ai democratici di mantenere le mani ben salde sulla Casa Bianca almeno fino al 2016. La vittoria, come molti hanno già detto e scritto, non è stata per niente facile ed è arrivata per tutta una serie di ragioni ampiamente dibattute in questi giorni. Oltre, infatti, a una strategia vincente opera di David Axelrod e Jim Messina, che ha permesso a Obama di sopravvivere al disastroso dibattito di Denver, il presidente è stato sicuramente aiutato da un grosso cambiamento demografico nella popolazione americana. Neri, ispanici e altre minoranze etniche e religiose oggi contano molto più che in passato e, viste le posizioni intransigenti sui temi dell’immigrazione a cui i candidati repubblicani (Romney in primis) ci hanno abituato, nei prossimi anni potremmo assistere, a meno di una cambiamento di rotta radicale da parte del Gop, a un lungo dominio democratico. Un giornale di Dallas, infatti, ha addirittura ipotizzato che il ‘repubblicanissimo’ Texas, che con i suoi 38 grandi elettori è secondo solo alla California, e che i democratici non vincono dal 1976 quando Jimmy Carter sconfisse Gerald Ford, potrebbe presto diventare uno ‘swing state’ proprio a causa dei cambiamenti demografici e della sempre maggiore disaffezione che gli ispanici dimostrano verso i candidati repubblicani: se così fosse sarebbe molto difficile per qualsiasi candidato del Gop arrivare ai 270 grandi elettori necessari per vincere la presidenza. [...]

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Obama ha perso

Il dibattito si intende e non certamente, o non ancora, le elezioni. Eppure quello che sembrava difficile da prevedere stando agli ultimi sondaggi, ovvero una gara all’ultimo voto, potrebbe tranquillamente diventarlo dopo quella che per Obama è stata la seconda grande debacle della campagna elettorale (dopo la “didn’t build that” quote che, tuttavia, fu sicuramente meno grave).

Obama ha perso il primo dibattito nettamente. Ha perso stando a tutti i sondaggi e stando alle impressioni di chi l’ha visto. Molti, anche tra i democratici, hanno commentato dicendo che sembrava “off” e aveva anche uno strano “body languange”. Non c’era la passione che era sempre riuscito a trasmettere e non c’è stato quel “surprise factor” a cui ci aveva abituati. Ora dopo un discorso a Charlotte durante la convention non eccezionale è la seconda grande situazione in cui il Presidente “does’t rise to the occasion”, non “brilla sotto i riflettori”.

Forse Obama ha tentato di essere troppo presidenziale e questo l’ha portato ad essere invece troppo “uptight”. Forse Romney è stato molto bravo. Certo non avrei mai pensato che Romney avrebbe potuto vincere un dibattito contro Obama, tanto meno stravincere, come sembra invece aver fatto. Forse Obama non ha neanche fatto cosi` male, ma ha ragione Christian Rocca quando dice:

Sta di fatto che oggi stiamo parlando di una cosa totalmente inaspettata, per quanto alla viglia del dibattito “camp Obama” aveva lasciato intendere che avevano paura perché Romney è più bravo nei dibattiti, cosa che secondo me rimane comunque non vera in generale (ma vediamo come vanno i prossimi a questo punto).

In ogni caso, provo ad offrire un’interpretazione alternativa  di quello che è successo: Romney è stato sicuramente bravo, aggressivo e sul pezzo, ma non può essere stato tutto merito suo, anche perché si pensava che avrebbe puntato ad una strategia simile a quella che ha usato. Secondo me, la prestazione di Obama è sintomo diretto di qualcosa che oggi non sappiamo e che sapremo tra dieci anni quando scriverà il suo memoir sugli anni alla Casa Bianca. Qualcosa che può andare da “avevo 40 di febbre” a “ero reduce da un grosso meeting NATO  sulle tensioni forti tra Siria e Turchia in cui hanno messo becco anche Cina e Russia “, a qualche altra cosa.

Obama ieri non era sé stesso. L’abbiamo notato tutti. Ora non può perdere i prossimi due dibattiti, specie considerando che quello vicepresidenziale tra Joe Biden e Paul Ryan è assolutamente imprevedibile negli esisti e può anche rischiare di andare malissimo.

Nonostante tutto mantengo il mio pronostico: almeno in termini di electoal votes il margine con Romney sarà maggiore di quello con McCain.

Romney-Ryan 2012

La scelta di Paul Ryan come vicepresidente da parte di Romney è stata ampiamente commentata anche qui in Italia, potete leggerne sul blog di Francesco Costa (che fa peraltro una bella rassegna stampa di articoli anche in inglese), su quello di Christian Rocca o su Phastidio (di Mario Seminerio).

Voglio aggiungere però un paio di cose. Ryan è un ultraliberista, vuole privatizzare le pensioni, abolire medicare e medicaid, ha criticato fin dall’inizio la riforma sanitaria di Obama e anche quella che Romney sostenne quando era governatore del Massachusetts. In molti hanno detto che è stato scelto perché Romney non aveva altre possibilità doveva sparigliare il tavolo e provare a tirare fuori il coniglio dal cilindro, perché troppo indietro nei sondaggi in ogni posto che conta e doveva quindi rivitalizzare la base ed energizzare la campagna. Tutto vero, ma Ryan non era l’unico che poteva dare queste cose alla campagna di Romney e, anzi, forse il profilo di Paul Ryan è fin troppo alto per pensare a discorsi solo di questo tipo. Ryan è uno che nelle sue posizioni è molto preparato, è uno con i “controcazzi”, uno che dice cose coerentemente con una scuola di pensiero che mi vede estremamente critico, ma che esiste ed è tutto sommato rispettabile: insomma non è Sarah Palin. Quello che Ryan da` a Romney e quello che “Team-Romney” ha deciso di fare è spostare l’elezione da una elezione sulle persone (un referendum su Obama) a una elezione sui temi economici, fiscali e quindi sul ruolo del governo nella società. E` una discussione estremamente attuale e non solo negli Stati Uniti: solo un paio di settimane fa sull’Economist era uscito un articolo che chiedeva di porre proprio il dibattito sul ruolo dello stato nell’economia come tema centrale della campagna elettorale (sostenendo pessimisticamente che non sarebbe successo).

Good. America needs a serious debate both about the size and scope of government, and how to pay for it. The winner of the November election will immediately be faced with the problem of the “fiscal cliff”—a preset $400 billion tax increase, with the expiry of various tax cuts, and a $100-billion-a-year cut in spending—which could push the economy back into recession. Looming over that is the gaping deficit. And over that, America’s schizophrenia: it taxes itself like a small-government country, but spends like a big-government one.

e poi

America needs a man who can spell out what he thinks a modern government should do—and then how to pay for it. With luck the debate will push either Mr Obama or Mr Romney to do that. At the moment, neither seems to understand the central domestic challenge of the next presidency.

Romney ha appena centrato la questione o perlomeno ha finto di farlo. Ha capito di non avere chance contro Barack Obama “l’uomo”, ma pensa di potersi giocare la sua partita contro “la politica economica di Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti”.

In ogni caso, we gotta give it to Mitt, la scelta è stata coraggiosa, anche se secondo me rimane una seconda scelta, obbligata dopo il no che credo abbia ricevuto dalla prima scelta, il grosso grasso governatore del New Jersey, Chris Christie, che a Romney deve aver detto una cosa tipo cosi` quando questi ha provato a chiedergli se ci sarebbe stato a fargli da vice: “Yeah Right, Mitt! Ma tu sei scemo se pensi che io venga a perdere con te e rovinarmi per il 2016″).

Detto questo, io penso che questa scelta sia, per Romney, la migliore che questi potesse fare (ancor più di Christie, personalità troppo ingombrante in tutti i sensi da poter gestire). Penso che gli porti un altro spessore, un altro profilo. Romney non sarà più (almeno per un po’)  il cazzone senza posizione su tutto o il CEO pronto a cambiare posizione a seconda di cosa gli convenga, sarà quello che si è scelto Paul Ryan, serio e rigido pioniere delle posizioni economiche più libertarie nel congresso americano come running-mate. Il salto c’è e un po’ di slancio glielo darà.

Detto questo un paio di altre cose su Ryan. Il congressman del Wisconsin può mettere in difficoltà Joe Biden (la sua riconferma pare certa) nei dibattiti, non avrebbe mai accettato di correre se non fosse certo perlomeno di evitare una figuraccia o addirittura di avere un margine per provarci (era uno dei più probabili nomenees per la presidenza nel 2016), ma rischia di essere parte di un ticket troppo a destra per poter vincere in stati chiave come Pennsylvania e soprattutto Ohio e Flordia e di un ticket che può non piacere ad una grossa parte dell’elettorato femminile (sono entrambi antiabortisti convintissimi, specie Ryan che, quindi, è libertario solo quando conviene a lui). Inoltre, resta da capire come dirimeranno quelle che, almeno a me, sembrano essere divergenze inconciliabili.

Per non tirarla ancora per il lungo: penso che Paul Ryan renda la campagna più interessante e che sarà per Romney garanzia di sicurezza sullo spessore e la preparazione (difficile immaginare un’intervista tipo quella di Palin con Katie Couric), ma penso anche che Obama non perderà troppi voti con questa scelta e anzi a conti fatti rischia di guadagnarne qualcuno. Dovesse succedere Romney potrà comunque sapere di aver fatto l’unica cosa che poteva invertire la rotta.

Il giorno che Mitt Romney perse le elezioni

Mitt Romney potrebbe aver perso le elezioni con 3 mesi d’anticipo sulla tabella di marcia e non a causa dei sondaggi che lo danno indietro in tutti i battleground states (e non di poco).

La colpa (o il merito) stanno in un’intervista di Andrea Saul, la portavoce di Romney, che per controbattere ad uno spot durissimo di Obama ha detto testuali parole:

…if people had been in Massachusetts under Governor Romney’s health care plan, they would have had health care…

qui l’intervista completa

Come potete immaginare non sono molti i conservatori che hanno preso bene queste parole e, anzi, in molti si sono messi le mani nei capelli, come il blogger conservatore Erick Erickson che ha twittato immediatamente:

OMG. This might just be the moment Mitt Romney lost the election. Wow. http://www.politico.com/news/stories/0812/79482.html#.UCKQfD_Xpmg.twitter …

La gaffe non è una gaffe da poco perché il tema dell’assistenza sanitaria è un tema particolarmente scomodo a Romney, che da governatore del Massachusetts aveva firmato e sostenuto una riforma molto simile a quella di Obama, riforma che oggi sostiene gli faccia schifo e di voler eliminare.

La povera Andrea Saul, però, può stare tranquilla: Romney ci sta pensando anche da solo a farsi del male. La settimana scorsa, infatti, Jered Diamond, professore di geografia a UCLA, l’ha completamente distrutto sul NYT dopo che lo stesso Romney aveva citato (male) un suo libro per provare una tesi che il libro fa tutto fuorché sostenere:

MITT ROMNEY’S latest controversial remark, about the role of culture in explaining why some countries are rich and powerful while others are poor and weak, has attracted much comment. I was especially interested in his remark because he misrepresented my views and, in contrasting them with another scholar’s arguments, oversimplified the issue.

It is not true that my book “Guns, Germs and Steel,” as Mr. Romney described it in a speech in Jerusalem, “basically says the physical characteristics of the land account for the differences in the success of the people that live there. There is iron ore on the land and so forth.”

e continua

That is so different from what my book actually says that I have to doubt whether Mr. Romney read it.

per poi concludere con

Mitt Romney may become our next president. Will he continue to espouse one-factor explanations for multicausal problems, and fail to understand history and the modern world? If so, he will preside over a declining nation squandering its advantages of location and history.

Diamond ci è andato giù durissimo (e anche comprensibilmente) e c’è da scommettere che in un modo o nell’altro Obama sarà in grado di tirare fuori questo pezzo in uno dei dibattito presidenziali.

Per concludere, Romney non ha già perso, ma da adesso in poi non può più sbagliare e potrebbe non farcela comunque. Tra pochi giorni dovrebbe scegliere il candidato alla vicepresidenza e avrà cinque o sei giorni di visibilità pressoché totale per provare a rimettere il treno in carreggiata e cercare di recuperare in almeno un paio di stati chiave: non dovesse farcela adesso, il presidente uscente potrebbe anche iniziare a mettere in fresco lo champagne.

 

 

 

BodeTree, la finanza aziendale a portata di smartphone

Ecco il mio ultimo post per Working Capital:

BodeTree è una start-up con sede in Arizona che si propone di aiutare i piccoli imprenditori a gestire i dati finanziari delle loro aziende analizzandone le prestazioni attraverso una serie di indicatori.

Cosa c’è di nuovo? Mi direte. C’è che BodeTree sta tentando di offrire un servizio diverso da quelli che si possono trovare in giro, un servizio più semplice e accessibile.

Secondo l’amministratore delegato della società, Christopher Myers, la missione di BodeTree è “creare uno strumento finanziario per tutte quelle persone che odiano la finanza”.

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JOBS Act: liberalizzare il crowdfunding

Il mio ultimo pezzo per Working Capital sul crowdfunding:

Il Senato americano si appresta ad esaminare una legge potenzialmente molto importante per il futuro economico del paese, dopo che questa aveva ricevuto il sostegno bipartisan della House of Representatives e il parere positivo del Presidente Obama. Si tratta del JOBS act (Jumpstart Our Business Startups act), ovvero una serie di leggi che hanno come obiettivo quello di favorire e regolare il crowdfunding e quindi di aiutare le startup a finanziarsi in modi alternativi, sfruttando le nuove tecnologie. [...]

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Per Romney, sta notte, è “Do or Die”

Questa notte le primarie repubblicane arrivano in Arizona e Michigan, due stati che mettono in palio rispettivamente 29 e 30 delegati. L’esito di queste consultazioni potrebbe avere effetti determinanti per la continuazione della gara.

Abbiamo più volte detto che la gara, alla fine, la può perdere solo Romney, che a lungo si è presentato come il candidato inevitabile, e che questa notte Romney deve vincere, per motivi diversi, in entrambi gli stati.

Innanzi tutto, dopo due settimane di pausa, Romney dovrà provare che gli ultimi exploit di Santorum non sono altro che un incidente di percorso, che è ancora lui il candidato “in pectore” del partito repubblicano e che, prima del forse decisivo super-Tuesday del 6 marzo, si trova ancora lui in posizione dominante.

Inoltre, mentre l’Arizona è un campo neutro e relativamente di poco interesse, il Michigan è uno stato che può voler dire molto, un po’ perché è lo stato di Detroit e dell’industria automobilistica, salvata di Obama contro l’opposizione di gran parte del GOP e di Romney in particolare, ma anche, e soprattutto, perché è lo stato nativo di Mitt Romney ed è lo stato di cui il padre di Romney, George W. Romney, è stato governatore.

Gli attacchi dei compagni di corsa sono già iniziati: Gingrich, che puntava a “resistere, resistere, resistere” fino al 6 marzo, ma che potrebbe essere fuori tempo massimo per tornare in corsa, ha già iniziato a chiedersi come può la nomination essere affidata ad uno che non riesce a vincere neanche a casa propria e, sulla falsa riga dell’ex-speaker della Camera, anche Santorum ha detto in passato cose simili.

In realtà bisogna dire che Romney è davanti nei sondaggi. In Arizona è addirittura in doppia cifra, mentre in Michigan è davanti a Santorum di poco più di un punto percentuale, il che, comunque, implica che la gara è ancora apertissima.

Insomma, stiamo a vedere: io credo che, alla fine, Romney vincerà la nomination, anche se a fatica e credo che vincere entrambe le partite di sta sera (e magari anche in Washington, il 3 marzo, dove la situazione è oggi poco chiara) gli possa dare fiducia e “momentum” per il super-Tuesday che ci darà, finalmente, delle indicazioni più chiare.

Un’altra possibilità è quella che si arrivi ad una split convention, dove Romney avrà la maggioranza dei delegati, ma non una maggioranza assoluta, e sarà costretto a scendere a patti con i rivali (in quell’ottica si parlava proprio di un ticket Romney-Rand Paul, figlio di Ron). Ma ad una split convention può succedere di tutto e Romney si deve guardare anche da quanti invocano un cavaliere bianco (tipo Mitch Daniels), che scenda in campo dopo le primarie e salvi la faccia del partito. Io non credo accadrà, ma in questa soap opera che sono state queste primarie repubblicane, mai dire mai.

Intanto, se vi interessa, leggete questa straordinaria storia su Detroit che riporta Andrea Marinelli.