Argomentazioni pro-flexsecurity

Bravo Ivan. Anzi bravissimo. Il pezzo per il Post di Ivan Scalfarotto sul perché abbia deciso di firmare la petizione di Pietro Ichino “Per dare Valore al Lavoro” e` veramente ottimo.

Ivan spiega con parole semplici, in maniera garbata, ma efficace perché oggi norme a favore di una maggiore flessibilità nel nostro mercato del lavoro non sono più qualcosa che possiamo permetterci di rimandare.

È un approccio che scoraggia gli investimenti dall’estero perché i costi – non solo economici ma anche organizzativi – di una ristrutturazione spaventano quelle aziende che lavorano su molti paesi e che sono abituate a pianificare sia per i tempi buoni che per quelli cattivi. Quando decidono di investire in Italia, già al primo stadio del progetto, il fatto di non poter prevedere i costi e i tempi di una ristrutturazione e di accantonare eventualmente i relativi fondi blocca il progetto per intero. Nella mia esperienza ho vissuto, verso il 2000, la creazione di un grosso “hub” europeo da un migliaio di posti di lavoro che poi fu creato a Barcellona, e ricordo bene che l’ipotesi di farlo a Milano fu depennata tra le prime proprio per l’incapacità della sede italiana di avanzare alla casa madre delle realistiche ipotesi economico-organizzative in caso di contrazione del business. Il risultato fu che mille spagnoli trovarono lavoro (senza l’articolo 18, e ce l’hanno ancora) e mille milanesi rimasero evidentemente a casa.

Queste discussioni sono fondamentali: un dibattito interno su queste cose non e` più rimandabile. Da una parte abbiamo la visione economica di Stefano Fassina, lecita, ma a mio modo di vedere insostenibile nel lungo periodo e soprattutto, ancora una volta, penalizzante per i giovani, che, comunque, nel modello di mercato del lavoro proposto da questa segreteria del PD, al di la` delle dichiarazioni di facciata, sono ampiamente svantaggiati rispetto ai lavoratori “più grandi”. Dall’altra le posizioni di Ichino, sostenute da Scalfarotto, Veltroni, Chiamparino e tanti tanti giovani che vorrebbero meno ideologia e approcci più concreti alla questione.

In ogni caso, questi congressi vanno fatti, Genova sta dimostrando che c’è grande voglia di parlare di queste cose, specie in un momento in cui il lavoro e` poco e si fa una grande fatica a conquistarlo e mantenerlo.

Quello che ancora manca e` un dibattito tra i grandi partiti europei di centrosinistra. Oggi non possiamo permetterci più di decidere da soli: anche qui, un maggiore europeismo non guasta. Forse esagero, ma mi piacerebbe, davvero, che questo partito si facesse promotore di un congresso continentale sul lavoro e i suoi problemi. Perché, come dice Ivan, finché avremo leggi che regolamentano il mercato del lavoro diverse da paese a paese, avremo sempre lavoratori favoriti su altri solo per il loro passaporto. Questo falsa la concorrenza, non e` democratico e non e` europeo.

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