La cultura del venture-capitalism deve arrivare anche qui

L’Italia, lo sappiamo, è un paese in cui è davvero difficile essere “innovatori” e non perché non ci siano idee o persone in gamba, ma perché, anche per un problema culturale, investire in quelle che troppo spesso sono state viste solo come delle scommesse a lungo termine è sempre stato estremamente complicato.

Eppure l’innovazione è fondamentale nel processo di crescita economica e sociale di un paese ed è davvero un peccato, oltre ad essere poco lungimirante, vedere quante opportunità non vengano sfruttate per una sorta di incapacità di puntare sui talenti, sul futuro e per una ritrosia collettiva ad investire in imprese che non siano immediatamente profittevoli.

Questa nostra riluttanza a credere in progetti nuovi e ad aiutare le nostre start-up ad avere il tempo e la tranquillità di crescere e sviluppare nuove idee e tecnologie ci costa tanto in termini economici, ma anche di immagine, ci impedisce di attirare investimenti e capitale umano: in poche parole ci penalizza.

In questo clima, forse qualcosa sta cambiando. Working Capital, il progetto a sostegno delle idee e delle start-up finanziato da Telecom Italia, ne è un esempio. Sono piccoli passi, non si tratta certo di una rivoluzione sistemica e questo tentativo non sarà certo da solo in grado di cambiare la filosofia delle nostre banche e del nostro sistema paese, ma, come direbbero dall’altra parte dell’oceano “It’s definitely a start”.

Dal 2009 ad oggi Working Capital ha raccolto oltre 2500 business plan e progetti innovativi, affermandosi quale vero e proprio incubatore di start up e favorendo la creazione di un movimento di opinione intorno alla “nuova” imprenditoria legata al web. A fronte di un impegno iniziale in beni e servizi, Telecom Italia ha contribuito alla fondazione di 13 start up e all’avvio di altre 34, oltre al finanziamento di 58 progetti di ricerca. Tra le imprese avviate, il primo network nazionale dei media universitari, una web TV, un liceo online ed  una biblioteca  elettronica.

Ora, però, questo progetto entra nella sua “fase 2”, quella non solo di aiutare le start-up nei loro primi passi, ma anche di aiutarle a crescere ed accompagnarle nel loro percorso di sviluppo. Parliamo di 2.5 milioni di euro all’anno per i prossimi tre anni, che non sono una cifra esorbitante, ma che non si tratta neanche di una somma simbolica: quei soldi serviranno davvero a finanziare a realizzare idee di grande potenziale.

Questi progetti sono importanti, al di là delle cifre, perché possono cambiare un modo di pensare comune e perché permettono al tema del venture-capitalism di entrare nel dibattito quotidiano. Se Working Capital di Telecom Italia inizia a finanziare giovani imprenditori, anche altri grandi gruppi potrebbero seguire a ruota, anche solo per una questione di immagine.

Insomma, certo serve una legislazione che faciliti la nascita di nuove imprese, che agevoli i giovani imprenditori e che non faccia scappare i cervelli e le idee fuori dal paese, ma questo non può bastare per cambiare la mentalità di un popolo. Eventi come quello di venerdì scorso a Roma, organizzati all’interno della manifestazione World Wide Capital e in cui Telecom Italia ha presentato proprioWorking Capital Accelerator”, la “fase 2” di cui parlavo precedentemente, sono estremamente utili e fanno parte di un processo di cambiamento di cui questo paese ha tremendo bisogno.