Four More Years, forse

Mancano due giorni alle elezioni che indicheranno chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America, cerchiamo di capire cosa ci possiamo aspettare.

Se i sondaggi sono dei buoni indicatori di quello che accadrà nella notte di martedì allora possiamo aspettarci di avere altri quattro anni di Barack Obama alla casa bianca. Siamo arrivati ad un punto che se Obama perde la notizia non sarà tanto la vittoria di Romney (o meglio, non sarà solo la vittoria di Romney), quanto l’errore diffuso della maggior parte dei sondaggisti, fatta eccezione per Rasmussen e qualche altro caso isolato.

I sondaggi usciti negli ultimi giorni, infatti, ci danno Obama davanti sia nei più importanti battleground states che nel voto popolare, dove pare che sia davanti, in media, dello 0.4%, cosa che non accadeva da tempo. Da Denver in poi, infatti, nel voto popolare, era sempre sembrato leggermente favorito Mitt Romney, mentre questa settimana la tendenza sembra essersi invertita; io sospetto che il ruolo da vero Commander in Chief che il Presidente ha assunto durante l’uragano Sandy e gli elogi bipartisan ricevuti per la gestione di questa crisi, in particolare quello di Chris Christie, keynote speaker per Romney a Tampa, abbiano perlomeno aiutato Obama a togliere a Romney tutto il “momentum” che sembrava aver acquisito nelle settimane del post-Denver.

In ogni caso, più importanti del dato sul voto popolare sono quelli che arrivano dai toss-up, gli stati su cui si combattono questi ultimi giorni di campagna elettorale.

Ohio: lo stato più importante, quello che Romney deve vincere se vuole conquistare la Casa Bianca perché nessun repubblicano che abbia vinto è mai riuscito a farlo senza l’Ohio. Obama negli ultimi dieci sondaggi è dato in media avanti del 2,8%, nessun sondaggio lo vede sotto e un solo sondaggio Rasmussen lo vede pari con Romney. Molti sondaggi vedono Obama con più del 50%. Se vince qui, la mia sensazione è che per Obama la partita sia chiusa. Il colore della prossima casa bianca sarà lo stesso dell’Ohio.

Florida: In Florida Romney è leggermente avanti e secondo me il “sunshine state” sarà rosso. La media dice che Romney ha un margine su Obama di 1,4%. Il problema per i repubblicani è che il margine si sta stringendo e che un recente sondaggio NBC/WSJ vede addirittura avanti Obama di 2 punti. Questo non implica necessariamente che Obama vincerà la Florida, ma obbliga Romney a prestarci attenzione e a spenderci soldi, quando la speranza della campagna del repubblicano era quella di averla già in saccoccia a quest’ora e di non doversene occupare praticamente più. (Latest Update: stando al NYT Obama sarebbe avanti anche qui)

Pennsylvania: Per Obama qui la partita dovrebbe essere praticamente chiusa, anche se negli ultimi giorni è uscita la notizia che Romney ha deciso di spendere risorse ed energie anche qui, in particolare in alcuni distretti benestanti nella zona di Philadelphia, perché si dice convinto di poter strappare lo stato ai democratici per la prima volta da anni. “Camp Obama” l’ha chiamata una mossa della disperazione e onestamente potrebbero non avere torto: in media Potus guida del 3,9% e negli ultimi giorni solo un sondaggio Tribune-Review/Susquehanna parla di pareggio. Sondaggi con Romney davanti non ce ne sono da febbraio.

Virginia: Forse il toss-up più puro di tutte le elezioni, solo che qui in Virginia, per come si stanno mettendo le cose, Romney, a questo punto, non può perdere. Obama, qui, era stato in vantaggio fino al disastroso dibattito di Denver, da allora Romney è emerso davanti in maniera non decisa, ma costante. Nell’ultima settimana, però, sono usciti alcuni sondaggi che vedono Obama in vantaggio o una situazione di pareggio, fatta eccezione per un sondaggio di Roanoke College, uno Rasmussen e uno di Fox che danno davanti ancora Romney, che in media è avanti di un niente: +0,3%, vantaggio statisticamente insignificante che lascia ad ognuno la propria interpretazione di come andrà a finire. Io dico che vince Obama anche qui, ma, davvero, “it could go either way”.

New Hampshire: questo stato del New England vale poco in termini di grandi elettori (sono 4), eppure ha un grande valore mediatico, ragion per cui entrambi i candidati qui hanno fatto campagna vera. Obama è davanti in media di 1,5%, non molto, ma abbastanza per poter supporre che per Romney sarà difficile far cambiare colore al New Hampshire, anche perché, a costo di ripetermi, l’unico sondaggio recente in cui Romney è in vantaggio è targato Rasmussen.

North Carolina: qui vince Romney. Obama è davvero troppo indietro, anche se alcuni sondaggi, tipo uno PPP, parlano di situazione di pareggio. In ogni caso, PPP (Public Polling Policy) è la controparte democratica di Rasmussen, quindi non ci farei troppa attenzione. Obama, che qui vinse nel 2008, compiendo un’impresa, non riuscirà a ripetersi.

Colorado: Anche qui è davvero difficile riuscire a fare un pronostico. In media Obama sarebbe davanti dello 0,6%, davvero troppo poco per potersi esporre. Bisogna dire, però, che il trend è positivo per il Presidente, che qui era dato costantemente, ma non solidamente, in vantaggio prima del dibattito di Denver. Poi Romney sembrava aver preso la meglio, ma nell’ultima settimana Obama è tornato davanti in tutti i sondaggi eccetto uno. Quale? Lo sapete già: Rasmussen. Io dico win for Potus.

Gli altri stati ancora indecisi rimasti sono Iowa, Wisconsin, Michigan e Nevada: secondo me in questi Obama vince ovunque.

Insomma, io dico che martedì per Obama non si prospettano traslochi e penso che riuscirà ad ottenere almeno 290 grandi elettori (per vincere ne bastano 270). Se dovesse vincere Romney l’unico pollster che potrà dire “io l’avevo detto” è Rasmussen.

Peraltro, penso che i democratici riusciranno a confermare ancora la maggioranza al senato (e forse incrementarla) e ridurre lo svantaggio nella House of Representatives, che rimarrà, in ogni caso, in mani repubblicane.

Un’ultima precisazione: ho fatto dell’ironia sui sondaggi Rasmussen perché già in passato sono stati al centro di polemiche per il loro presunto “bias” repubblicano. Cosa vuol dire “bias” per dei sondaggisti? Vuol dire sbagliare costantemente a senso unico. Inoltre, usando un dettaglio più tecnico, mentre la maggior parte dei sondaggisti americani usano “margini d’errore” che oscillano tra il 3% e il 3,7%, Rasmussen usa generalmente “margini d’errore” tra il 4 e il 4,5%, il che vuol dire che ogni delta inferiore al 4% in un sondaggio Rasmussen è da prendere con le pinze.

Se vi interessa capire cos’è un “margine d’errore” cliccate qui.

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