A Sud Africa 2010, preferisco Polonia-Ucrania 2012

Nel 2010 l’Italia iniziava la sua avventura in Sud Africa da campione del mondo. Quattro anni prima Marcello Lippi e 23 grandi calciatori vincevano a Berlino la quarta coppa del mondo della nostra storia. Quei calciatori e quell’allenatore fecero una grande cosa, grande perché inaspettata, grande perché arrivava dopo lo scandalo più brutto della storia del calcio italiano, grande perché fu la consacrazione di una generazione di fenomeni, ma allora non ce ne rendevamo conto.

Succede, però, che con una squadra di calcio che fa cose così importanti si finisce per esserne fin troppo riconoscenti. Si finisce per richiamare un allenatore che aveva deciso di lasciare quella Nazionale anche per il mondiale successivo, senza pensare che non era l’uomo giusto per guidare di nuovo quella squadra. Si finisce per richiamare, Marcello Lippi, l’usato sicuro, perché aveva fatto bene, anzi aveva fatto benissimo, senza rendersi neanche conto che Marcello Lippi non era più lui, non era più quello delle vittorie con la Juventus e della finale di Berlino. Era solo uno che gli assomigliava molto.

Quando vinci sei convinto di essere invincibile, sei convinto che le persone con cui hai vinto siano quelle che ti faranno vincere di nuovo, sei convinto che ti puoi permettere di lasciare a casa il miglior talento in circolazione, ai tempi Antonio Cassano, e preferirgli Vincenzo Iaquinta o Simone Pepe. Non lo fai perché sei arrogante o cattivo, non lo fai perché non sei in buona fede. Lo fai perché pensi di saperla più lunga degli altri (si chiama Alan Greenspan effect).

I risultati, però, non ti danno ragione.

Se scegli Iaquinta, Cannavaro, Camoranesi, Gattuso e Zambrotta per quello che hanno fatto in un’altra epoca (calcistica), se scegli Pepe, Cossu, Bocchetti e Pazzini come esponenti del “ricambio”, se lasci a casa Cassano, esci subito contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia.

Non esci perché sei scarso. Esci perché non hai avuto il coraggio di cambiare, di osare, di vincere la paura. Esci perché hai dovuto dire troppi grazie.

Succede poi che due anni dopo a guidare l’Italia ai campionati europei, c’è un nuovo allenatore. Cesare Prandelli non aveva mai allenato una “grande”, aveva allenato buone squadre facendole andare oltre le aspettative e facendole giocare bene: Verona, Parma e poi la consacrazione: a Firenze, alla Fiorentina, where it all begins.

Cesare Prandelli punta fin da subito sul rinnovamento. Dice grazie a chi ha dato tanto, ma tira dritto per la sua strada. Vuole un’Italia che giochi bene, che non annoi, che diverta, magari, perché non è peccato. Cesare Prandelli convoca subito Antonio Cassano, il grande escluso della gestione precedente e dice addio a tutta una serie di reduci del 2006. Punta su gente di vent’anni, gente che altri cretini non avrebbero neanche voluto vedere in nazionale perché “sono di colore, non sono mica italiani, quelli”.

Punta su Balotelli, Di Natale, Marchisio, Abate, Ogbonna, Borini, Balzaretti, Nocerino, Thiago Motta, Diamanti e tanta altra gente giovane o meno giovane, italiana di nascita o naturalizzata, che in Nazionale ha praticamente esordito all’europeo o che non aveva mai avuto grandi opportunità prima “perché meritavano più di quegli altri, che pur nome altisonante, stavano giocando peggio”.

In Nazionale gioca chi lo merita di più.

Ah e se ti comporti male, salti un turno, perché chi veste la maglia della Nazionale deve essere un esempio.

Questa squadra, a cui tutti davano poche chance, me in primis, ha strapazzato la Germania in semifinale ed è arrivata in finale ad un europeo ed ha poi perso contro i fenomeni spagnoli.

Da allora, ho imparato tre cose:

  1. Mai pensare che progetti coraggiosi e innovativi non abbiamo chance e che sia meglio giocare in contropiede per il pareggio.
  2. Mai essere troppo riconoscenti, anche con chi in passato ha fatto grandi cose.
  3. Mai dubitare di chi parte da Firenze per iniziare qualcosa di speciale.

Cesare Prandelli, di recente, ha detto che sostiene Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra e che la visione di paese del sindaco di Firenze gli ricorda il modo con cui lui ha rivoluzionato una squadra morta nel 2010 portandola ad una finale di Europeo nel 2012.

Solo che l’Italia del pallone si è potuta permettere di avere un 2010 come “wake-up call”. L’Italia vera no. L’Italia vera è all’ultima chiamata, perché il 2010 per l’Italia vera dura dal 1994.

Francamente ci siamo stufati di perdere e ci accontentiamo di vincere, sta volta. Giocando bene, entusiasmando, sorprendendo e magari sembrando un po’ sbruffoni e sprovveduti. Come questo tizio nella foto qui sotto, che a rivederla oggi fa quasi tenerezza.

E quindi, pur ringraziando Lippi, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Zambrotta, Gattuso, Perrotta, Camoranesi, Totti, Del Piero, Toni e anche Simone Barone per il mondiale del 2006, pur ringraziando Bersani, D’Alema, Marini, Veltroni, Finocchiaro, La Torre, Sposetti, Errani, Rossi, Fioroni e anche Rosy Bindi per l’onorevole servizio reso al paese, io ADESSO scelgo l’Italia di Cesare Prandelli e Matteo Renzi, perché soprattutto nei momenti di maggiore crisi bisogna avere il coraggio di cambiare, riformare e reinventarsi.

“He who wants the world to remain as it is doesn’t want it to remain at all”. Eric Fried

2 thoughts on “A Sud Africa 2010, preferisco Polonia-Ucrania 2012

  1. Pingback: #Adesso il cambiamento è vicino. Perché voto Matteo Renzi « Il Blog di Eugenio Comincini

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...