Campaigns are about the future: L’Italia, il PD, Civati e JFK

Nei paesi di tutto il mondo le campagne elettorali sono “about the future”: il passato conta pochissimo. Quello che è importante, per qualsiasi politico, di destra, centro o sinistra, che stia correndo per la presidenza degli Stati Uniti o per diventare consigliere comunale in un paesino di provincia, è dimostrare di avere una visione per quello che è il domani.

Si tratta di un concetto talmente banale e semplice, che qualsiasi consulente politico sarebbe in grado di capirlo. Ma non in Italia, non da noi.

In Italia, le elezioni sono un dibattito tra chi pensa che sia necessario tornare al ’94 e chi pensa che si debba tornare al ’96. Anzi chi è ossessionato dal ’94 e Berlusconi o dal ’96 e da Romano Prodi.

Così ci troviamo a parlare di Forza Italia e Alleanza Nazionale, mentre Pippo Civati, o meglio chi gli consiglia -male, male, male- cosa fare in questa campagna elettorale, ci propina manifesti dell’Ulivo del ’96 per la sua campagna alla segreteria del Partito Democratico.

Sono di Giuseppe Civati i manifesti, identici a quelli della campagna elettorale di Romano Prodi con l’Ulivo del 1996, comparsi a Bologna da lunedì scatenando le più diverse ipotesi su quasi tutti gli schieramenti politici.

Questo mi fa pensare.

Mi fa pensare che da vent’anni la sinistra non riesce a fare il “framing” del dibattito nei propri termini. Essi, infatti, vengono sempre decisi da Berlusconi, che lo imposta su certi canali e su alcuni concetti e noi lo seguiamo. Così, sentiamo persone parlare dei DS, con occhi sognanti, La Russa sta ricreando Alleanza Nazionale e l’argomento con cui aprono i giornali da giorni è “chi aderisce a Forza Italia”. Emancipiamoci! Lo sapete quando è stata l’unica volta che le cose sono andate diversamente? L’unica volta che noi abbiamo dettato l’agenda politica? La risposta è: quando è nato il Partito Democratico. Quando è nato il primo partito post-ideologico, riformista e progressista nella storia della sinistra italiana, sulle parole di Veltroni al Lingotto. Quel partito, rimasto incompiuto, che parlava di bipolarismo, di vocazione maggioritaria, che parlava, diciamolo pure, oggi, a distanza di 50 anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, di valori “democratici”. Allora furono gli altri a doversi adattare, furono gli altri a dover abbandonare i vecchi partiti e crearne uno nuovo. Oggi è tornato tutto normale e siamo noi ad adattarci. Certo dare una visione del futuro è più difficile, ma ad essere coraggiosi, prima o poi, si raccolgono i dividendi.

Un’altra valutazione da fare è che non può  sorprendere che sia stato Pippo Civati a tirare fuori questi manifesti del ’96. Non deve sorprendere non solo perché, da mesi, Pippo parla quasi esclusivamente di Prodi e prova ancora a convincerci, contro ogni legge aritmetica, che un governo “del cambiamento” con Beppe Grillo fosse possibile, ma anche e soprattutto perché non è la prima volta che Pippo preferisce guardare al passato, per trovare soluzioni ai problemi più grossi del paese. Inoltre, mi duole dover dire che, la sua, è una campagna che, pur potendo contare su vivaci e rispettabilissimi volontari, molti dei quali cari amici, che credono davvero in Pippo e nel suo modo di vedere le cose, sconta il problema di una mancanza grossissima di professionalità in chi la gestisce.

Provo a giustificare queste due critiche, anche pesanti che rivolgo a Pippo.

Quando dico che Civati preferisce guardare indietro rispetto che avanti sulle grandi questioni mi riferisco, per esempio, alla legge elettorale e alla sua campagna per “tornare al mattarellum”. L’Italia, dunque, non è solo il paese che torna ai partiti di vent’anni fa, in cui si parla del passato e non del futuro, ma anche l’unico esempio di paese dove politici che si definiscono riformisti predicano una sorta di “riformismo a gambero”. Quindi, al posto che avere il coraggio di dire che bisogna fare una riforma elettorale come si deve, al posto che avere il coraggio di dire che per fare una legge elettorale come si deve, va riformata contingentemente la costituzione e l’assetto istituzionale del paese, Pippo (e molti altri, come lui, senza dubbio) ci dicono “intanto torniamo al Mattarellum”, poi faremo le riforme, nel classico accontentarsi del “meno peggio” della pavida sinistra italiana. Stiamo attenti: se torniamo al Mattarellum ce lo teniamo per almeno altri vent’anni, vista la celerità del fare riforme in Italia e io non sono sicuro che votare nuovamente con il porcellum comporti danni maggiori rispetto al precedente che si crea con questo modo mediocre di fare politica.

Giustifico anche la critica a chi gestisce la sua campagna. Mi spiace, ma chi si occupa per professione di campagne elettorali non potrebbe mai accettare un “messaggio” che guarda al passato, di questo tipo. Come non potrebbe mai accettare una campagna su twitter, lanciata dal candidato, per insultare il proprio candidato, per quanto ironico sia il suo intento. La campagna #InsultaCivati è un errore da seconda elementare, per chi è del mestiere. Avrei altri esempi, ma forse non è il caso di infierire, quello che è certo è che non basta un sito figo e la barra del fundraising per fare una campagna “americana”. La sicura risposta che arriverà da quelle parti a queste critiche sarà “eh perché, il tuo candidato, invece?”, dico subito che essa non meriterà spazio ed attenzioni.

Concludo: in questo periodo, in America raccontano JFK. Recentemente, ho visto il primo documentario mai fatto su una campagna elettorale, “Primary”, che mostra la competizione nel 1960, la prima intesa come primaria in senso moderno, tra Kennedy e Hubert Humphrey. Ho anche appena finito di leggere il libro “The Making of the President-1960”, di Theodore H. White, sulla campagna tra Kennedy e Nixon. JFK vinse entrambe quelle competizioni perché non solo rappresentava una ventata di ossigeno e aria fresca nella scena politica americana, ma anche e soprattutto perché ha avuto il coraggio di dare una visione convincente per il futuro, in un momento molto difficile della situazione politica internazionale, e perché è stato in grado di unire, non solo a parole o per slogan.

Ecco. Siccome, dopo tutto, a Civati voglio bene, mi chiedo e gli chiedo: che Partito Democartico vuoi? Un partito coraggioso che guarda al futuro o un partito triste che guarda con nostalgia al passato? Mi chiedo e gli chiedo: non è forse il caso di chiedere conto a chi gestisce la tua campagna del fatto che tra gli iscritti hai preso in percentuale poco più di Marino e in totale meno voti di Marino nel 2009? E, a ben vedere, perché non valuti se ha davvero senso questa campagna interamente impostata per essere minoritaria fatta con l’obiettivo di prendere qualche voto di militanti di sinistra delusi e nostalgici, ma che non ti permette di presentarti per quello che sei? Il vero “candidato nuovo” in questa campagna elettorale, quello che poteva rappresentare la ventata di aria fresca e che poteva avere il coraggio di essere il candidato riformista, il “nuovo che unisce”. Perché oggi, per molti, non lo sei. Ma forse, ti va bene così.

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