Contro le coalizioni, contro le preferenze, contro l’alternanza

In questi giorni si è dibattuto davvero tanto di legge elettorale. Tutti, ma proprio tutti, hanno la loro preferita e la sostengono molto energicamente: chi l’avrebbe mai detto che questa discussione avrebbe scaldato così il cuore degli Italiani?

Questo post vuole chiarire alcune mie posizioni sul tema. Non interessano a molti, lo so, eppure, siccome se ne è discusso tanto e ne ho discusso tantissimo in passato, mi è venuta voglia di farlo. Il post è molto lungo, ma trattare un argomento così grosso in breve mi pare una bestialità.

Inizio specificando alcune mie fermissime convinzioni a cui seguono i ragionamenti successivi:

  1. L’Italia ha un problema enorme, ovvero l’instabilità dei suoi governi. Dal 1946 ad oggi abbiamo avuto 62 governi, 11 dal 1994. Qualsiasi legge elettorale deve porsi l’obiettivo di rimediare a questa vergogna.
  2. La legge elettorale, qualsiasi essa sia, non potrà mai, da sola porre fine a questa vergogna: potrà al massimo aiutare. Ogni legge elettorale, ogni discussione sulla legge elettorale deve essere accompagnata da una riflessione sul nostro assetto istituzionale e sulla Costituzione.
  3. Nessun problema culturale si può risolvere esclusivamente attraverso modifiche di meccanismi. Questo vale per molte cose: per esempio, non si induce la popolazione a mangiare più sano introducendo una tassa sui cibi grassi, non si aumenta la partecipazione delle donne al lavoro con le quote rosa e non si induce la popolazione a capire i vantaggi di uno schema politico bi/tri-partitico solo attraverso una nuova legge elettorale. Come avrete intuito, il punto tre sottintende che un sistema politico che vede due o tre grandi partiti contendersi il 100% dei seggi sia auspicabile e che il fatto che oggi lo schema politico prevede molti più partiti sia un “problema culturale”.

Da questi tre punti fondamentali seguono le mie convinzioni sulla legge elettorale.

Partiamo dunque da quella che, a mio parere sarebbe la legge elettorale migliore possibile. Qualcuno voleva tornare al Mattarellum, opzione che francamente ho sempre ritenuto perdente: le riforme a gambero le facciamo solo in Italia. Ho capito che con il ritorno di Forza Italia ci piace fare finta di essere ancora tutti nel 1994, ma obiettivamente da allora sono passati 20 anni e 11 governi, di cui 7 tra il 1994 e il 2005 (di questo ne parlai già qui), che ne dite di andare oltre? Rimane il fatto che se la legge Mattarella ha riscosso successo tra molti, questo vuol dire che un sistema maggioritario qualche sostegno potrebbe riceverlo. Ma un maggioritario vero e puro, però, che non salvi i partitini e tenga in vita forze politiche insignificanti. Questa riflessione porta ad una conclusione abbastanza chiara: l’Italia ha bisogno un premierato all’inglese, che riuscirebbe a mantenere la figura del Presidente della Repubblica nei termini attuali, a dare vita a governi forti, guidati da leader chiaramente espressioni del volere popolare, e a rendere stabile la vita politica. Sarebbe, comunque il Presidente della Repubblica a continuare a dare formalmente l’incarico ad un premier, leader di partito e indicato dai cittadini. Il sistema elettorale sarebbe quindi un maggioritario puro: collegi uninominali e niente premio di maggioranza. Questo obbliga l’elettorato al bi-partitismo o al massimo tri-partitismo e, eventualmente, salverebbe qualche partito locale. Inoltre, se come Partito Democratico ci impegnassimo a fare le primarie per tutti i collegi, con l’idea di rendere legati al territorio i nostri parlamentari, anche nell’ottica di rilanciarne la credibilità e rimetterli al centro del dibattito politico e della vita legislativa (si potrebbe anche fare una bella campagna per l’istituzionalizzazione delle primarie, ritenute ancora oggi elezioni di serie B). In ogni caso, tutto questo ci porta ad una camera con potere legislativo e un Senato delle regioni che fa da Camera dei Lord, in cui vengono eletti, per esempio, 4 senatori per regione. Un assetto istituzionale di questo tipo ha vantaggi enormi. Elimina di fatto il coalizionismo ex-ante che ci porta a dover mediare sui programmi già prima delle elezioni. Inoltre rilancia l’idea di una democrazia matura, in cui si torna a discutere dei programmi e delle questioni, perché il tuo parlamentare è “accessibile” ed eletto per fare delle cose, e perdipiù garantisce governabilità nel lungo periodo, mentre nel breve, lo ammetto, le prime tornate elettorali saranno un casino. Eppure dovremmo essere disposti ad accettare questo problema nel breve ed affrontarlo con coraggio. Come dicevo prima, le questioni legate a una certa predisposizione culturale, quindi all’abitudine di avere molti partiti, anche praticamente insignificanti, tra cui scegliere, non si risolvono a colpi di legge. Bisogna avere pazienza. Bisogna predisporsi all’idea che le cose non cambieranno subito, ma che prima o poi cambieranno col tempo. Veltroni, ad esempio, aveva impostato la discussione su questa falsa riga, ma nessuno, dico nessuno, ha avuto la pazienza di seguirlo e di perseverare dopo la sconfitta del 2008. Di costruire su quel risultato e su quell’idea. Rimango convinto che, qualsiasi cosa verrà  fuori da questo parlamento, senza questo tipo di predisposizione non ce la faremo mai a superare i problemi di instabilità e immobilismo che abbiamo.

Questa riforma della legge elettorale e dell’assetto istituzionale non è mai stata veramente presa in considerazione, rimane e rimarrà la mia idea platonica di stato e sono anche rassegnato all’idea che la predisposizione alla pazienza, a fare riforme che magari funzioneranno davvero solo a dieci, quindici anni da oggi, non sia una strategia che la nostra classe politica ritiene vincente.

Comunque… oggi sul tavolo c’è “l’Italicum”, una legge elettorale che davvero non entusiasma nessuno, che si accompagna ad una riforma costituzionale del Senato e della nostra impostazione bicamerale e che ha diversi punti che mi lasciano perplesso. Eppure, ritengo che, sarebbe meglio di Mattarellum, Porcellum e Porcellum versione consulta.

Non starò qui a descriverla nei dettagli, se siete arrivati fino a qui probabilmente li conoscete già, ma ritengo che nella sua versione originale, quella che esce direttamente dall’accordo della discordia tra Renzi e Berlusconi, sia una legge elettorale che ha il potenziale per ridurre il rischio di instabilità, legherebbe, almeno parzialmente, i parlamentari al loro territorio grazie ai collegi (che comunque non si capisce perché non possano essere uninominali), e potrebbe, a patto che i leader che l’hanno voluta siano coraggiosi e pazienti (nel senso inteso precedentemente), portare ad un cambiamento culturale dell’elettorato positivo. Se, per esempio, Renzi si impegnasse ad andare da solo, qualunque cosa accada, si potrebbe perseguire quell’idea di bi-partitismo, tanto auspicata. Se le primarie diventassero uno strumento di selezione della classe politica automatico, almeno dalla nostra parte, si potrebbe iniziare ad intravedere un barlume di stato occidentale.

Ci sono tre cose, tuttavia, che possono rendere questa legge elettorale da mediocre a pessima: le coalizioni, le preferenze, l’alternanza.

Su questo blog, la battaglia contro le coalizioni pre-elettorali è viva. Le coalizioni sono una distorsione, finiscono sempre per annacquare qualunque riforma e rendono instabile il sistema politico. Come dissi qui, le coalizioni “sono una mera esigenza numerica, non un sodalizio vincente e duraturo per il paese (e non lo saranno finché la prova dei fatti non smentirà quello che dico)” o qui “continuo ad auspicare che anche da noi il PD ritorni a proporre un’idea di un sistema politico bipolare, basato su un maggioritario forte. Mi piacerebbe anche poter essere un giorno davvero indipendenti: vorrei smetterla, prima o poi, di discutere su chi sia meglio tra Fini e Vendola, Casini e Di Pietro, perché tra tutti loro, onestamente, preferisco non dover scegliere”. Le coalizioni pre-elettorali, insomma, dovrebbero essere vietate. Vorrei una legge elettorale che dica che ogni partito deve presentarsi da solo e che poi, se nessun partito dovesse ottenere la maggioranza dei seggi, possono partire le trattative per formare un governo. Come nel Regno Unito, con l’accordo tra Tories e LibDem, per capirci. O, pur in un sistema completamente diverso, come in Germania. Il problema è che non solo questo accordo sulle coalizioni non ci sarà, ma, se la soglia per ottenere il premio di maggioranza verrà alzata dal 35% al 38%, non c’è davvero nessuna speranza che, pur con uno slancio coraggioso, il Partito Democratico di Matteo Renzi si possa presentare da solo alle elezioni. Nessuna. Sarebbe un suicidio.

Il secondo modo per rendere pessima questa legge elettorale sarebbe quello di inserire le preferenze. Le preferenze sono una pessima invenzione, infatti non le ha praticamente nessuno. L’idea che senza le preferenze l’elettorato non sceglie è una delle più fastidiose fantasie che circolano in Italia. Le preferenze sono un’altra distorsione del sistema, producono un meccanismo stupido e perverso, ovvero persone dello stesso partito che, praticamente, competono l’una contro l’altra, piuttosto che competere contro “gli altri”, producendo un dibattito pubblico tra i più scadenti e vergognose faide interne. Ah, e poi c’è quel fatto che le preferenze, specie in alcune zone d’Italia favoriscono notevolmente il voto di scambio e il clientelismo. Un dato? Nelle elezioni regionali del 2013, solo il 12% degli elettori lombardi ha espresso una preferenza nella scheda mentre in Calabria lo hanno fatto 90% degli elettori. Insomma, le primarie, se fossero istituzionalizzate e automatiche, basterebbero e avanzerebbero. Spezzano in due fasi i momenti di selezione interna ai partiti e quelli di selezione effettiva della classe politica, con un guadagno notevole nella qualità del dibattito e favorendo discussioni sui contenuti, evidenziando le differenze politiche tra le parti in campo.

Ad ultimo, un modo per affossare completamente questa legge elettorale, sarebbe quello dell’obbligo dell’alternanza. No alla meritocrazia! No ai criteri di bravura e competenza per la selezione della classe dirigente! In Italia, siccome abbiamo un grosso problema culturale e di discriminazione, quello della partecipazione delle donne alla forza lavoro (che è un problema enorme, nessuno mi fraintenda), si è deciso di risolverlo nel peggior modo possibile: dimenticando che il sesso non può essere un criterio di bravura, discriminando non più contro le donne, ma contro le comptenze. Se hai un problema culturale, se vi è discriminazione, non sarà certo l’alternanza, le quote rose o qualsiasi meccanismo di “affermative action” a risolverlo. Anzi, come ampiamente dimostrato dagli Stati Uniti, i meccanismi di affermative action hanno creato distorsioni pazzesche. Se un bianco vede un nero ad Harvard penserà sempre che non se lo sia davvero meritato e i neri sentono, oggi come mai, che i bianchi, attraverso questi meccanismi, si siano semplicemente puliti la coscienza, senza risolvere davvero il problema alla base. Ci è arrivato pure Clarence Thomas, giudice nero della Corte Suprema e bigotto di prima categoria! Ci vuole pazienza per cambiare questo tipo di cose. Ci vuole un intervento che parta dalle scuole e coinvolga tutta la società se vogliamo un mondo “gender and color neutral”, “color and sex blind”. Uno sforzo collettivo, insomma. Oppure possiamo pulirci la coscienza e fare finta che obbligare gli Italiani a selezionare delle donne, risolva il problema di “gender inequality” o ci avvicini a risolverlo.

Ecco tutto. O quasi. Se siete arrivati fino a qui, complimenti. Come sempre, se volete discuterne sapete dove trovarmi.

 

 

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