Un precedente pericoloso, un capriccio storico

Giovedì 18 settembre 2014 i cittadini scozzesi voteranno per decidere se diventare uno stato indipendente oppure rimanere parte del Regno Unito, come sancito dagli Acts of Union, del 1706-1707, con cui i parlamenti di Inghilterra e Scozia decisero di formare l’Unione, che oggi si è evoluta ed ampliata e conosciamo come Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (da qui in poi Regno Unito).

Il referendum è ufficiale, nel senso che il suo esito sarà riconosciuto sia dal governo del Regno Unito sia dal governo “regionale” scozzese, come sancito da un accordo raggiunto nell’ottobre 2012 tra il Primo Ministro scozzese, il “nazionalista” Alex Salmond, e David Cameron, il Primo Ministro del Regno Unito. L’accordo, noto come Accordo di Edimburgo, è stato firmato, oltre che dai i due primi ministri, dal vice-primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, e dal Segretario di stato scozzese, Michael Moore.

Ai tempi della stipulazione dell’Accordo di Edimburgo, la possibilità concreta che gli Scozzesi avrebbero votato “Yes” e si sarebbero resi davvero indipendenti sembrava follia. David Cameron decise, quindi, di stipulare l’accordo per due motivi. Il primo, era quello di concedere, una volta per tutte, l’opportunità agli Scozzesi di esprimersi democraticamente su questa questione, per -sostanzialmente- levarsela di torno. In poche parole: Cameron pensava che concedendo un referendum, in cui comunque il “No” avrebbe vinto in maniera decisa, la questione dell’indipendenza scozzese si sarebbe chiusa per sempre. Il secondo motivo che ha spinto Cameron a prendere questa decisione, convinto sempre della sicura vittoria del “No”, era invece puramente di interesse politico. Il primo ministro del Regno Unito desiderava conquistare popolarità tra gli indipendentisti scozzesi (la Scozia è un fortino di voti laburista, senza i quali Miliband e compagni si possono scordare di governare “ever again” il Regno Unito, o quel che ne resterebbe) e sbaragliare la concorrenza nelle elezioni successive. Sapeva che si sarebbe potuto giocare la carta dell’uomo che aveva concesso il voto sull’indipendenza in campagna elettorale, sapeva che, fosse andato tutto secondo i piani, nel 2015 avrebbe vinto le elezioni a mani basse e governato, questa volta, da solo. Peraltro, una simile motivazione spingerà Cameron a proporre un referendum entro il 2017 sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. L’aumento di popolarità del populista di destra, anti-immigrazione e anti-europeista, Nigel Farage, rischiava, infatti, di erodere il consenso del partito conservatore di Cameron: l’ascesa dell’UKIP doveva essere tamponata ed ecco quindi il referendum. Insomma, una prima valutazione da dare è che David Cameron ritiene davvero che referenda di questa portata, con le loro implicazioni globali, siano strumenti da usare per meri fini di politica interna, un comportamento inaccettabile e irresponsabile.

Ma sorvoliamo questi aspetti un attimo, anche perché la carne al fuoco è tanta, e lasciamo da parte la questione, pur non del tutto secondaria per questa discussione, del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’EU, e cerchiamo di rispondere alla seguente domanda: cosa implica il referendum di giovedì prossimo per la Scozia, per il Regno Unito e per il “resto del mondo”? Rispondiamo partendo da un altro quesito:

Conviene alla Scozia?

La mia risposta e quella di molti non-scozzesi (ma anche di molti scozzesi -casualmente, in particolare, di quelli laureati-) è che no, alla Scozia decisamente non converrebbe diventare uno stato indipendente. Il sogno platonico venduto da Salmond, ovvero quello di Scozia capace di essere un po’ la Norvegia, grazie ai giacimenti petroliferi nel Mare del Nord, un po’ luogo estremamente competitivo a livello fiscale, quindi capace di attrarre la grande finanza e le grandi corporation (facendo concorrenza a quello che resterebbe della Gran Bretagna e all’Irlanda) è appunto un sogno platonico. La Norvegia ricava dai propri idrocarburi circa dieci volte tanto quanto è in grado di ricavare oggi il Regno Unito e peraltro i pozzi si stanno esaurendo (Salmond dice che, invece, ci sono un sacco di pozzi nuovi che richiedono tecnologie avanzatissime, ma che permetterebbero di raddoppiare la quantità giornaliera di greggio estratto, senza, tuttavia, specificare, per quale motivo non siano stati utilizzati fino ad oggi, dato che è così semplice, e come pensa di fare per aumentare concretamente la produzione di greggio). Senza i pozzi, alla Scozia rimarrebbe ben poco: la “grande industria” non esiste praticamente più e la produzione di Whiskey, da sola, non rende il progetto del “faccio da me” particolarmente sostenibile. Un’idea vincente poteva, quindi, essere quella di attrarre le grandi corporation straniere, attraverso una tassazione favorevole e investendo nel settore dei servizi; in particolare l’idea di “rubare” a Londra, nella visione grandiosa di Salmond e dei nazionalisti scozzesi, la grande finanza e a Dublino le sedi europee di Facebook e Google (semplificando), non era poi così stupida. Purtroppo, vi renderete conto che si tratta davvero di un sogno irrealizzabile. Per vari motivi, peraltro. La grande finanza non lascerà mai Londra, anzi pare che Royal Bank of Scotland e Lloyds, banche con sedi ad Edimburgo, abbiano già pronto un “contingency plan” per trasferire i propri headquarters, in caso di vittoria del Sì, proprio in Inghilterra e non vedo davvero il motivo per il quale Google o Facebook debbano spostare i propri main offices europei da Dublino ad Edimburgo.

Specie per un dettaglio, anzi due, non da poco. Per prima cosa c’è la questione della moneta. Salmond continua a dire che la Scozia terrà la Sterlina, anche se Bank of England e il cancelliere dello scacchiere, Osborne, hanno detto più volte che non è affatto certo che sia compatibile con l’idea di sovranità immaginata da Salmond e che comunque non sarebbe una cosa semplice da organizzare (bisognerebbe mettere in piedi un’unione monetaria, senza aver chiaro cosa questo implichi dal punto di vista fiscale, doganale, delle norme sul lavoro e dimenticando che la BoE dovrebbe agire da “lender of last resort”, anche per uno stato, a quel punto, straniero). Se tutto questo vi sembra complicato (specie in un contesto europeo), il flip-flopping dei nazionalisti scozzesi sulla questione monetaria vi apparirà praticamente surreale. Salmond e i suoi compari hanno, infatti, passato anni a condannare la sterlina e a dirne peste e corna, additando la moneta come una delle cause del declino scozzese e un cappio al collo dei poveri imprenditori di Edimburgo, costretti ad operare con una moneta troppo forte. Oggi, resosi conto che la situazione non sta proprio così, Salmond sta facendo di tutto per potersi tenere la tanto vituperata moneta (e non si capisce perché Londra dovrebbe concederglielo).

L’altro dettaglio è legato all’Europa, in particolare all’ingresso scozzese nell’Unione Europea. Salmond dice di volerne far parte (ottimo, a noi europeisti fa molto piacere sapere di questo forte sentimento comunitario tra i nazionalisti scozzesi) eppure, anche in questo caso, la questione è tutt’altro che semplice. Se la Scozia entrasse automaticamente nell’UE e tenesse la Sterlina questo implicherebbe che all’interno della stessa Unione Europea esisterebbero due diverse unioni monetarie. Se questo vi sembra un non-problema (a me pare che sia potenzialmente un problema enorme) ci sarebbe, invece, la questione dell’iter (lungo) per permettere a qualsiasi nuovo stato di entrare a far parte dell’Europa unita. Barroso prima e Juncker poi hanno, pur in maniera poco chiara ed ambigua, sostenuto che perché la Scozia indipendente diventi il ventinovesimo stato membro dell’Unione Europea, essa dovrebbe passare per l’iter a cui devono sottoporsi tutti i nuovi stati intenzionati ad entrare nell’Unione. Questo iter richiede il consenso di tutti gli attuali stati membri e la probabilità che la Spagna non si opponga ad un eventuale ingresso scozzese sembra, ad oggi, davvero bassa. L’ingresso di Edimburgo nell’UE non si tratterebbe, quindi, di un automatismo ed è quindi sicuramente pura fantasia la visione scozzese, secondo cui la neonata grandiosa nazione riuscirebbe ad attrarre business e capitali che ora stanno altrove.

Ma perché allora tutta questa voglia di indipendenza? E quali argomentazioni a favore potrebbero reggere?

Prima di tutto va ammesso che in Scozia le cose effettivamente non vanno bene. La Scozia non è particolarmente ricca o particolarmente felice e gli scozzesi si sentono messi in secondo piano dal governo di “Londra Ladrona”. La risposta emotiva e la voglia di staccarsi si può quindi riassumere e semplificare in “it can’t get any worse -heck why not try this-“. Valutazione, tuttavia, rischiosissima ed estremamente pericolosa, in particolare perché difficilmente reversibile, specie se intinta del mito romantico dell’identità scozzese e della diversità, per non dire presunta egemonia culturale e linguistica, vantata dai Braveheart à la Salmond su quella dei terribili “sassenach”, gli inglesi.

A questo punto le argomentazioni favorevoli al Sì, a ben vendere, diventano di carattere “culturale”. “La Scozia ha una sua storia e una sua tradizione, diversa da quella degli altri membri dell’Unione, è giusto che sia indipendente”, sembrerebbe, infatti, essere una argomentazione anche sensata per sostenere l’indipendenza: “siamo diversi!” gridano in coro gli Scozzesi, “quindi meritiamo uno stato!”.

A questo punto diventa interessante capire chi siano oggi gli Scozzesi. Soprattutto, se questa tradizione, storia, se questi valori sono sopravvissuti per 307 anni dall’Unione con l’Inghilterra, unione che ha reso il Regno Unito uno dei paesi più ricchi e potenti del mondo, che bisogno ci sia di tornare ad una Scozia indipendente rimane un mistero (senza dimenticare che la Scozia gode di un enorme livello di indipendenza, già allo stato attuale). Lo confesso, a me pare un capriccio. Mi pare un capriccio dettato da un mito tramandato che 307 anni dopo l’ultima volta della Scozia indipendente non ha più senso di esistere. Nessuno nega che esista una lingua ed una storia particolare e “diversa”, ma quella, cari Scozzesi, ce l’hanno in molti, senza piangere la necessità di uno stato indipendente per renderle onere e memoria. Milano aveva la sua corona, Ferrara la sua, Firenze anche, eppure sono passati secoli da quei giorni senza che nessuno, a parte qualche folle, senta la necessità di ricreare tre stati indipendenti (ed insignificanti) come quelli. Perché la Scozia deve essere diversa? Forse, perché in questo momento storico preciso i capricciosi sono intorno al 50% della popolazione della zona? Non mi pare sufficiente. E poi vorrei anche far notare che in 300 anni di storia, di Scozzesi purosangue (scusate il termine), che possano, quindi, rivendicare un filo diretto con quell’identità e quella gloriosa tradizione, ne sono rimasti ben pochi. Per dire, la lingua gaelico scozzese è parlata dall’1.1% delle oltre 5 milioni di persone che risiedono nel “prossimo stato” e, peraltro, dopo 300 anni di unione definire chi sia un vero scozzese e chi no è tutto fuorché facile.

Scusate. Scusatemi se sembro maleducato e insensibile rispetto al nazionalismo e al richiamo della tradizione, ma a me non viene. Non mi viene normale giustificare coloro che inseguono paradigmi che appartengono al passato. E se è pure vero che la storia e i valori di un popolo vanno rispettati, lo è altrettanto che l’onestà intellettuale e uno sguardo realistico alle implicazioni di tutto questo andrebbero date. Voglio dire, nessuno impedisce agli Scozzesi, da membri del Regno Unito, di rispettare la propria storia e le proprie tradizioni, non mi pare che gli ultimi residenti di Downing Street abbiano messo al bando la Croce di Sant’Andrea. Anzi, hanno devoluto alla Scozia tantissime funzioni, in particolare dal 1999 ad oggi, tanto che si tratta di una regione che ha il proprio Primo Ministro, un proprio governo, un proprio parlamento.

Quindi, il discorso è che a tirar fuori valori e tradizione, a 307 anni dall’ultima volta che sono davvero esistiti gli Scozzesi indipendenti, e addurle a motivazioni ragionevoli per l’indipendenza si incorre in paradossi e complicazioni logiche, in un senso di quasi-ridicolo, che coloro che vivono nel mito e sono cresciuti con infusioni di nazionalismo e valori ormai un po’ datati non possono vedere, mentre chi vede queste cose dall’esterno, d’altra parte dovrebbe preoccuparsi.

…a meno che il referendum scozzese sia usato come strumento, come argomentazione “per far saltare il banco” (come molti dei sedicenti indipendentisti di tutto il mondo, che non hanno mai messo piede in Scozia, sembrano sostenere), piuttosto che per valutare quello che è meglio, in the long run, per la povera Scozia.

Ed è proprio questo il vero problema, il vero nocciolo della questione. Il referendum in Scozia ci interessa perché non si parla solo di Scozia, ma si parla di Catalogna, di Vallonia, di Paesi Baschi. Si parla di Kosovo e Serbia. Di Veneto e Sicilia. Forse si parla pure di Bergamo e Brescia. Di sicuro si parla di Europa.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di proseguire in maniera (più) lineare.

Conviene a quel che resta della Gran Bretagna permettere un simile referendum? Cosa deve sperare un inglese, un gallese o un nord-irlandese?

La Gran Bretagna è nei guai. Guai grossi. E il colpevole ha un nome ed un cognome: David Cameron. Il referendum, abbiamo visto e vedremo è davvero una pessima idea. Cameron ha chiaramente dato il proprio assenso per i due motivi sopra-citati, ma altrettanto chiaramente ha dato il proprio assenso solo perché la premessa era “vince il No a mani basse”. La premessa ora non tiene. Può darsi che vinca il No, anche se il trend è davvero preoccupante, ma anche perdessero gli indipendentisti per 51% a 49% la questione si potrà dire tutt’altro che chiusa. Anche e soprattutto perché Mr. Cameron ha creato un precedente storico. Un precedente che verrà rivendicato da chi, vincesse il No, tra cinque anni chiederà un altro referendum e poi tra altri cinque e poi… you get the idea. E come farà il successore di Mr. Cameron a non concederlo più? D’altra parte Cameron è stato definito “un vero democratico”; “uno che lascia decidere il popolo: un liberale”. Eppure, senza considerare il fatto che Cameron abbia creato un precedente non solo per sé, ma anche per altri (e ci arriviamo) è anche legittimo dire che decisioni come queste non vadano prese a botte di maggioranze risicate e che, anzi, non vadano prese proprio a seconda di sentimenti che, a quanto ne sappiamo possono essere temporanei e volatili. Direte voi: “ma che dici, allora non bisogna votare mai perché i sentimenti sono temporanei e volatili?”. No, non è che non bisogna votare mai, è che non bisogna mettere in discussione equilibri che funzionano tutto sommato bene da 307 anni. E` che la parrucchiera scozzese, che non ha idea di cosa implichi l’indipendenza della Scozia, non può essere la forza motrice di una decisione di questo tipo.

Ci accingiamo ad attraversare sentieri pericolosi “che cosa dovrebbe essere deciso in maniera referendaria?” “Democrazia diretta o indiretta?”. Questi discorsi meritano un capitolo a parte. Mi limito a dire che, a mio parere, decisioni di questo tipo non dovrebbero mai essere prese per via referendaria e che i referendum andrebbero usati esclusivamente per prendere decisioni sull’etica (forse): per il resto esiste la democrazia rappresentativa.

Ma, quindi, perché questo costituisce un problema per Londra?

Intanto, perché vincesse il Sì, non ci vorrebbe molto prima che il Galles e l’Irlanda del Nord, seguano l’esempio dei cugini scozzesi, ma anche, e soprattutto, perché vista da una prospettiva puramente britannica, il Regno Unito, senza la Scozia sarà più povero, più isolato, più indebitato (specie se non permetteranno l’uso della Sterlina allo stato neonato, che quindi non si accollerà la propria porzione di debito) e, soprattutto, meno forte a livello internazionale. Nell’Unione Europea, nella NATO, presso le Nazioni Unite (la Gran Bretagna è membro permanente del consiglio di sicurezza, ricordiamolo), il peso e l’influenza della Gran Bretagna sarà minore.

Cioè, capite la pazzia dietro alla mossa di Cameron? Ci perdono gli Scozzesi, ci perde anche il Regno Unito e ed è stato, per giunta, creato un precedente terribile.

Ma fin qui, “chissene frega”, direte voi, specie quelli a cui gli amici British non stanno neppure troppo simpatici. Una Scozia povera, debole ed isolata, indipendente da un Regno Unito privo di Union Jack, meno ricco e meno potente, potrebbero, tutto sommato, essere solo buone notizie!

Errato.

Quali sono le conseguenze fuori dal Regno Unito di Gran Bretagna?

Se ancora non ci si rende conto di quanto una Scozia indipendente sarebbe un problema, si è ciechi di fronte alla spinta imitativa che l’irresponsabilità di Cameron genererà: Catalani, Baschi e Valloni, per farvi degli esempi, già pretendono referendum simili. Persino in Texas si studia attentamente l’evoluzione delle cose. Il punto è che i rispettivi governi centrali non sono lungimiranti e illuminati (o stupidi, a seconda di come uno la veda) come quello di Cameron. Le conseguenze, quindi, potrebbero essere disastrose: se andasse bene, le sicure proteste sfoceranno in fortissime tensioni sociali pacifiche, se andasse male, in guerriglie (i terroristi baschi non se li ricorda proprio nessuno?). E poi ci sono i Sudtirolesi, magari, che realizzeranno di parlare prevalentemente tedesco e di star meglio per i fatti loro, secondo la logica del “perché loro si e noi no?”, specie se qualcuno dovesse eliminare (finalmente) il loro status “speciale”. E i Siciliani e i Sardi, magari, seguiranno a ruota, sulla spinta degli indipendentisti veneti. E poi dove ci si ferma? Perché in effetti, tra Bergamo e Brescia cambia tutto, le lingue sono storicamente diverse, le tradizioni pure, magari qualcuno dirà che sono diversi anche i valori e che lo stato di Lombardia è troppo grosso per tutti e due (bang-bang!). Magari dovremmo tornare alle città stato, argomentando la cosa travisando il pensiero di Alesina. “Che guardate che Alesina in un libro ha detto che gli stati piccoli sono meglio!”. Ovvio si esagera, ma pensateci un attimo. Come rispondere alla domanda del “dove ci si ferma?”. E come decidere democraticamente su questi temi e con quali consitituencies? Perché i confini sono mutati milioni di volte nel corso della storia e le tradizioni sono state tantissime e pure diversissime, ma nel 2014 non si sente l’esigenza di uno stato per ciascuna di esse. Ad ascoltare gli indipendentisti, il mondo, gli equilibri che si sono creati nei secoli andrebbero distrutti, tanto che andrebbe loro domandato se davvero vogliono “spaccare tutto”. E benché una risposta lecita, forse l’unica a questa domanda potrebbe essere “e allora distruggiamoli, questi equilibri, che non sta scritto da nessuna parte che essi debbano essere quelli di oggi”, faccio umilmente notare, che, almeno in Europa, questi equilibri hanno portato al periodo di pace più lungo dai tempi di Augusto (2000 anni fa) ed al periodo di maggiore ricchezza e prosperità della storia dell’uomo.

“Hai fatto un minestrone” direte! “Stai buttando dentro di tutto per non parlare dell’unica cosa che conta: l’indipendenza scozzese”.

Eh no, cari miei. Perché dovevano pensarci, David Cameron e il nazionalista Salmond, che non erano solo fatti loro e di chi insieme a loro abita quell’isolotto al di là della manica, questa storia del referendum scozzese. Specie in un mondo globalizzato, come il nostro, specie, e a maggior ragione, nel contesto europeo.

Quindi, come ne usciamo?

L’unico modo perché tutti questi moti indipendentisti e quindi nazionalisti possano trovare uno sbocco pacifico e accettabile, uno sbocco da “e vissero tutti felici e contenti” sarebbe stato ottenibile attraverso un’intensificazione del processo di integrazione politica a livello europeo. In un’Europa federale, in cui la politica estera, la difesa e alcune leggi federali fondamentali, sono comuni a tutti i territori dell’Unione, in un mercato veramente unico, anche del lavoro, con un sistema scolastico davvero integrato, ci sarebbe stato spazio per tutti. La Scozia, l’Inghilterra, la Catalogna, la Vallonia, il Belgio Francese, la Baviera e il Sud Tirolo, la Sicilia e la Sardegna, forse pure Bergamo e Brescia avrebbero potuto partecipare agli Stati Uniti d’Europa con la loro bandierina e rivendicazioni culturali. In un’Europa di quel tipo, in un’Europa federale ciascuno stato, valore e tradizione avrebbe potuto assecondare la propria identità, lasciando tuttavia alla Comunità la difesa degli interessi comuni. Perché, e questo è poi il discorso fondamentale, ci sono degli interessi comuni che sarebbe estremamente inefficiente difendere singolarmente.

Questo, tuttavia doveva essere fatto prima dell’eventuale referendum e non certo dopo. Se gli indipendentisti scozzesi, come quelli catalani, rimangono europeisti (parola loro), perché non hanno spinto in questo senso?

Il referendum scozzese ha, quindi, molto a che vedere con il futuro dell’Europa unita. Rappresenta l’ennesima occasione persa per guardarci negli occhi e decidere dove andare. L’Unione Europea, nella sua struttura attuale, non funziona. Non sappiamo decidere e tenere un fronte comune di fronte alle minacce che più ci sono vicine, non sappiamo agire in maniera unita per garantire la nostra difesa o il nostro fabbisogno energetico. Non sappiamo neppure se il Regno Unito stessa sarà ancora Europa tra qualche anno. E` arrivato, dunque, il momento della resa dei conti.

In questo senso, e qui il cerchio si chiude, il possibile referendum che si terrà nel Regno Unito entro il 2017 sulla permanente britannica nell’Unione Europea, rappresenta l’ulteriore vera minaccia al progetto comunitario descritto qui sopra e soprattutto tutta l’idiozia di Cameron, che giovedì, by the way, dovrebbe avere la dignità di dimettersi, qualunque cosa accada. Cameron ha deciso di ipotecare la stabilità politica del continente Europeo in uno dei suoi momenti più difficili: più che un vero leader democratico, a me pare che il Primo Ministro britannico abbia una visione davvero infantile del concetto di democrazia. Ad ogni modo, il peccato originale è ormai irreparabile, ora non resta che limitare i danni e avviare quel dialogo a livello europeo, whatever happens in Scotland, per capire meglio le regole dello stare insieme, nel rispetto delle tradizioni di tutti, ma anche facendo in modo che l’Europa non sia più colta alla sprovvista dai momenti di pazzia di un leader fuori controllo; soprattutto diventa necessario che la questione delle indipendenze venga affrontata in ottica europea, aprendo un dialogo per trovare soluzioni accettabili per tutte le fattispecie e ragionando sul futuro stesso dell’Unione.

 

In conclusione, davvero non so cosa accadrà tra qualche giorno, quando in Scozia andranno a votare. So che qualunque cosa accada, le conseguenze le sentiremo tutti e che, qualunque sia l’esito, a questo punto ci perdono tutti. Grazie, dunque, David Cameron: l’unica soddisfazione potrebbe essere quella di sapere che la storia ti ricorderà come il Primo Ministro che prese in mano il Regno Unito e lo restituì senza un pezzo.

 

2 thoughts on “Un precedente pericoloso, un capriccio storico

  1. Aggiungo che ci sono alcune imprecisioni nell’articolo:
    – i valloni non sono indipendentisti, gli indipendentisti in belgio sono fiamminghi.
    -paragonare movimenti indipendentisti VERI come quelli scozzese e catalano con buffonate come quello veneto mi sembra fuori luogo. In veneto non esiste una base culturale che veramente supporti l’indipendenza. In Catalogna ci sono giornali, radio e tv in catalano che vantano una diffusione notevole, in Veneto non ci sono o se ci sono raggiungono 1000 persone ad essere ottimisti.

    -“E poi ci sono i Sudtirolesi, magari, che realizzeranno di parlare prevalentemente tedesco e di star meglio per i fatti loro, secondo la logica del “perché loro si e noi no?”, specie se qualcuno dovesse eliminare (finalmente) il loro status “speciale”. ”

    i sudtirolesi parlano tanto ma sanno bene di ricevere dallo Stato italiano più di quel che danno in termini fiscali. Aboliamo dunque lo statuto speciale e lasciamoli andare in Austria, se lo desiderano. Faccio però notare che la loro è la tipica minaccia non credibile: in Austria sono considerati sostanzialmente dei terroncelli. Sorvolo sulla tirata su Sicilia, Sardegna e Bergamo-Brescia, cose che non sono nemmeno evocate come fantapolitica.

    -“Se gli indipendentisti scozzesi, come quelli catalani, rimangono europeisti (parola loro), perché non hanno spinto in questo senso?”

    perché essendo parte di un’unione nazionale non hanno voce sulla politica estera, magari???

    -“La Scozia, l’Inghilterra, la Catalogna, la Vallonia, il Belgio Francese, la Baviera e il Sud Tirolo, la Sicilia e la Sardegna, forse pure Bergamo e Brescia avrebbero potuto partecipare agli Stati Uniti d’Europa con la loro bandierina e rivendicazioni culturali.”

    La Vallonia è il Belgio francese.

    -Se l’Irlanda del Nord uscisse dal Regno Unito sarei contentissimo, ma non succederà per ovvie ragioni religiose, quella regione è insensibile al risultato del referendum.

    -tutti i discorsi sulla sterlina sono ipotetici e da non prendere sul serio. Dopo l’eventuale indipendenza si aprirebbe un nuovo capitolo, con scelte da prendere sulla moneta, sull’adesione allUE, sulla forma istituzionale. Aderire all’UE sarebbe questione di un paio d’anni, visto che la Scozia rispetta tutti i criteri e non dovrebbe negoziare alcun chapter come fanno ed hanno fatto i paesi dell’Est Europa. Dal punto di vista istituzionale, alcuni scozzesi sono repubblicani e potrebbe partire un dibattito sulla monarchia, il che sarebbe una gran cosa, visto che la permanenza di monarchie dentro l’Unione è un altro grande ostacolo all’evoluzione della stessa in senso federale.

    -in Spagna il nuovo segretario del PSOE ha già proposto una riforma federalista nel programma che presenterà alle prossime elezioni (2015). Questo dovrebbe risolvere le questioni catalana e basche, aggravatesi nel corso degli anni perché inizialmente entrambe le regioni partivano da richieste di federalismo ma si scontrarono contro il centralismo monarchico di Madrid.

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